Per proseguire il dibattito sulla legge 194 proponiamo ora la seconda parte dell’intervista realizzata con un’assistente sociale che da più di vent’anni segue, in un consultorio familiare dell’hinterland milanese, le donne che intraprendono il percorso di IVG (la prima parte la trovate qui). Viste le polemiche scatenate dalla scelta di non citare il nome dell’intervistato volevamo chiarire che, in quanto operatore di un’ASL, per citarne le generalità e il consultorio di appartenenza avremmo dovuto richiedere l’autorizzazione e far approvare l’intervista da un dirigente dell’ASL stessa. Una perdita di tempo che abbiamo voluto evitare, consapevoli che il nostro rispetto per la verità, prima ancora che la deontologia professionale, sono a garanzia dell’autenticità delle informazioni riportate.
Dai dati emerge che un numero sempre maggiore di donne straniere ricorre all’IVG. Quali sono le problematiche che questo può portare nell’applicazione della legge?
Ovviamente il fenomeno migratorio, che ha influenzato l’Italia negli ultimi anni, ha avuto un effetto molto evidente sulla presenza di donne che fanno ricorso all’IVG, anche se in una percentuale che, per ora, rimane comunque ampiamente minoritaria rispetto a quella delle cittadine italiane. L’aborto è da considerarsi una delle espressioni di massimo disagio nell’esperienza di una donna e, spesso, si accompagna a fenomeni di solitudine, disagio sociale, economico e relazionale.
La donna migrante sperimenta spesso, nella sua vicenda migratoria, molti di questi disagi ed è quindi da considerarsi un soggetto particolarmente fragile per il venir meno di quei legami identitari che consentono ad ogni individuo di poter vivere in modo equilibrato (ad esempio la propria lingua, la famiglia, i figli, la propria professione, etc..). Infatti nella migrazione si parla di trauma migratorio per identificare la somma di questi fattori di rottura con le proprie origini che, solo nel tempo e non sempre, vengono ricomposti e ritrovano un loro equilibrio. La possibilità di generare delle donne è spesso il banco di prova in cui queste contraddizioni trovano spazio e vengono agite: la donna migrante si trova quindi a dover fare i conti con la propria impotenza sociale, economica e il proprio desiderio di vita in modo a volte più intenso di quanto non accada a chi ovviamente non è in questa condizione. Lo spaesamento e, spesso, la condizione di irregolarità acuiscono ulteriormente il disagio di doversi relazionare con le strutture pubbliche sanitarie sia per la prevenzione che per l’IVG. Le politiche socio-sanitarie in questo settore hanno incluso la 194 e l’attività preventiva dei consultori in quelle prestazioni che qualsiasi donna può usufruire indipendentemente dalla sua condizione di irregolarità, potendo mantenere una tutela e una privacy sufficientemente buone. La nuova figura di cui si sono dotati molti servizi sanitari e che risulta essere indispensabile per l’utilizzo corretto dei servizi da parte delle donne straniere è il mediatore linguistico culturale, non solo per la comprensione della lingua, ma anche per la necessaria collaborazione con gli operatore sugli aspetti culturali più generali. Purtroppo però l’attività di questi operatori è soggetta a finanziamenti rinnovati annualmente e quindi in molti servizi vi sono periodi di assenza determinati dalla “vacanza” economica del provvedimento. Ciò può rendere a volte difficile l’applicazione della legge in mancanza degli elementi minimi di comprensione reciproca.
La prevenzione in questo settore potrebbe prevedere una maggior capillarità informativa circa i servizi presenti e il loro funzionamento nelle comunità formali e informali e nei luoghi dove è previsto il passaggio delle donne migranti.
Quanto incide in questo aumento percentuale delle IVG di donne straniere il fenomeno della prostituzione e delle violenze?
La percentuale delle donne straniere che si prostituisce e che fa ricorso all’IVG non è facilmente rilevabile, tuttavia rappresentano una minima parte dell’universo femminile che richiede l’applicazione della legge 194. Non è questa infatti la tipologia prevalente di donne che si rivolge alle strutture pubbliche per motivi connessi per lo più al mantenimento della clandestinità. Così come sono minoritari i fenomeni di interruzione di gravidanza a seguito di violenze.
Prima ha parlato di prevenzione: quanto è importante? Come si fa prevenzione in questo campo?
La possibilità di prevenire l’IVG fa riferimento alla complessità del fenomeno che ha una genesi multifattoriale e che quindi non prevede automatismi. Nella mia esperienza di operatore che lavora da oltre vent’anni con donne che chiedono di certificare la propria decisione, rilevo la presenza di motivazioni molteplici, estremamente soggettive, di origine relazionale, intrapsichica, legate particolari momenti della vita (adolescenza, premenopausa…) uniti a fattori socio-economici e culturali. Difficile quindi poter in assoluto prevenire, perché esisteranno sempre delle donne che semplicemente non vogliono, in quel momento della loro vita, essere madri e non hanno, per la contraddizione che spesso caratterizza i comportamenti agiti da quelli consapevoli, usato metodi contraccettivi efficaci. E’ pur vero però che alcuni strumenti sono a disposizione della società per poter aiutare le donne e gli uomini nel loro sempre più complesso compito generativo:
In questo senso oggi siamo molto lontani, soprattutto perché mancano o sono stati disarmati i presidi che possedevano la continuità, l’esperienza e il know-how in grado di rendere operativi progetti preventivi efficaci.
In Lombardia sono stati smantellati e via via segmentati i servizi che per anni hanno offerto, con qualità e impegno, interventi preventivi nelle scuole. La parcellizzazione degli interventi e una visione non scientifica, ma fideistica della sessualità, più legata alla morale che non alla visione oggettiva di alcuni processi evolutivi, ha fatto perdere di vista l’obiettivo di una corretta attività preventiva che avrebbe incrementato ulteriormente l’efficacia della 194 .
L’intervento spot con sostegni economici una tantum “a figlio” non sono altro che un modo di ottenere un facile effetto mediatico, ma non rispondono il più delle volte a complesse situazioni economiche e personali che originano l’IVG.
La dilatazione dei percorsi di studio, il precariato, la difficoltà di acquisire sicurezze sul proprio ruolo sociale portano spesso molte giovani donne a confrontarsi con il loro destino biologico, i loro progetti di vita e la fragilità di entrambe generando così decisioni laceranti che simboleggiano l’ estrema difficoltà delle nuove generazioni a “diventare grandi” in un contesto, mai come ora, privo di convenienze nel farlo.
claudia161
03 apr 2008 - 19:13 - #1IL FIGLIO E’ DELLA DONNA E IL DIRITTO DI DECIDERE SE PORTARE AVANTI O TERMINARE LA GRAVIDANZA E’ SOLTANTO una decisione della donna. Non sono una femminista perchè ritengo che nel 2008 sia facile e comodo esserlo ma guai a toccare o deridere le battaglie che in passato si sono fatte per diritti che oggi ci sembrano dovuti. Si è diffuso da un pò di tempo questo malessere generale provocato dal fatto che alcune donne decidono di interrompere la gravidanza… ma che vi importa? Chi dovete tutelare? Un essere non ancora formato o il vostro bisogno di tenere sotto controllo quello che solo una donna può controllare? La scelta di abortire non è per nessuno una scelta facile ma quando si opta per tale scelta lo si fa con coscienza e ponderando per bene le varie ipotesi. Non siamo in America , non possiamo portare avanti la gravidanza e poi magari far adottare il bambino a qualcuno in grado di crescerlo e accudirlo meglio di noi . SIAMO IN ITALIA il paese dove per adottare un bambino ci impieghi anni, dove se hai una certa età non puoi neanche adottarlo.. meglio il collegio piuttosto che un genitore quarantenne!!! Allora di che si parla? Non preoccupatevi , il problema ,se di problema si tratta, è sempre esistito e se taluni uomini si riscoprono paladini di un’ingiustizia, andassero a combattere contro coloro che escono prima dalle carceri o addirittura che nn c’entrano proprio.. alla gravidanza ci pensa la donna.
William Wallace
03 apr 2008 - 22:26 - #2Certo… il figlio è una COSA di cui essere proprietari… e anche la VITA del figlio è una COSA no? Ma sì, meglio AMMAZZARLO che farlo aspettare anni prima di essere adottato…
Proxima8
05 apr 2008 - 01:55 - #3x William Wallace: perché non provi a sentir crescere nella pancia e a partorire un figlio che NON vuoi?
ermes91
06 apr 2008 - 20:05 - #4La vera casta è quella dei giornali. Da questa dipende l’altra casta, quella dei politici.
I giornali ricevono un finanziamento pubblico di circa 600 milioni di euro all’anno e se aggiungiamo anche le provvidenze per radio e televisioni locali e del ministero delle Telecomunicazioni, e le convenzioni con la RAI e le agenzie di stampa, arriviamo a toccare i 1000 milioni di euro.
tutti i finanziamenti e molto altro su: http://ilpopolosovrano.splinder.com/