Brexit: i risultati. Ha vinto il "Leave", il Regno Unito esce dall'UE

LONDON, ENGLAND - JUNE 24:  A general view of the Houses of Parliament seen from the Royal Festival Hall on June 24, 2016 in London, United Kingdom. The United Kingdom has gone to the polls to decide whether or not the country wishes to remain within the European Union. After a hard fought campaign from both REMAIN and LEAVE the vote is too close to call. A result on the referendum is expected on Friday morning. (Photo by Rob Stothard/Getty Images)

24 giugno 2016, ore 7.00 – La Brexit è un fatto. Nel referendum per restare o lasciare l'Unione Europea, ha vinto il leave. Il regno unito esce dunque dall'Unione Europea.

L'affluenza molto alta poteva lasciar presagire il risultato, che pure veniva ancora dato per improbabile immediatamente dopo la chiusura dei seggi. Ha votato il 72,11% degli elettori. Un risultato che non si otteneva da anni, sebbene la tendenza delle ultime elezioni politiche fosse in crescita dopo un tracollo nel 2001 (qui lo storico).

Storico affluenza elezioni UK

Eppure, quando mancano ancora pochi enti locali che devono comunicare i propri numeri, il verdetto del referendum è chiarissimo: i leave prevalgono di oltre un milione di voti e, in percentuale, si attestano intorno al 52%.

Brexit ha vinto il Leave

Brexit: le conseguenze del leave

People watch as top anti-EU campaigner Nigel Farage (C, on screen), leader of the UK Indendence Party is seen, during a live broadcast of the Brexit vote, effectively declaring a victory for the Leave campaign, in Hong Kong on June 24, 2016.  Britain has voted to break out of the European Union, national media declared on June 24, striking a thunderous blow against the bloc and spreading alarm through markets as sterling plummeted to a 31-year low against the dollar. / AFP / ANTHONY WALLACE        (Photo credit should read ANTHONY WALLACE/AFP/Getty Images)

Cosa succede adesso? – Il Regno Unito dovrebbe uscire dall'UE entro due anni (ci vogliono i negoziati, non è una cosa immediata)

Com'è la situazione politica in UK? – Cameron deve decidere cosa fare- L'UKIP e le forze di destra populiste e nazionaliste festeggiano. Jeremy Corbin, leader dei laburisti, probabilmente sta rimpiangendo di aver lasciato loro il "cappello" sul leave: Corbin, dopo una carriera da antieuropeista, si era espresso per il remain proprio per contrastare l'agenda delle destre estreme. Ma sarebbe un errore interpretare questo voto solamente come un voto nazionalista: l'UE, così come è stata concepita, è un'entità neoliberista. E nessuno dei politici britannici ha veramente saputo parlare alle classi medio-basse. Come se non bastasse, sicuramente la Scozia tornerà sulle proprie posizioni separatiste.

Com'è la situazione politica in UE? – Semplice: le destre nazionaliste festeggiano e vogliono il loro referendum. Come in Olanda, per esempio. O come in Francia.

Difficile fare qualsiasi tipo di previsione. La sensazione è che un certo tipo di "racconto" dell'Unione Europea non funzioni più e che questo voto, cavalcato, strumentalizzato e non capito, porti verso scenari deteriori. Perché evidentemente non farà capire che è l'Unione Europea da riformare profondamente, da ripensare, da trasformare in un'istituzione trasparente e davvero orientata alla giustizia sociale, anziché alla schiavitù nei confronti dei mercati.
La brexit radicalizzerà lo scontro (vuoto) fra europeisti ed antieuropeisti.

(AP)

Brexit: le prime notizie dopo il voto

01.17 – Arriva da Sunderland il primo "out": 82394 voti per l'uscita e 51930 per la permanenza.

01.00 – Risultati da Newcastle: vince - di poco - il "remain" con 65404 voti contro i 63598 che hanno votato per l'uscita dall'Ue.

00.38 – I primi risultati sono quelli di Gibilterra, che come previsto ha votato "in": il 95,9% a favore della permanenza in Ue, 4,1% contro.

23.42 – Non ci sono ancora dati sull'affluenza, che sembrerebbe essere molto più alta del solito. Ci sono molti 30-40enni che votano per la prima volta

23.07 – Secondo gli exit poll di YouGov proposti dal Guardian (su un campione di 5000 persone, il risultato sarebbe:
Restare in UE: 52%
Lasciare l'UE: 48%

Brexit: oggi il voto

BIRMINGHAM, ENGLAND - JUNE 22:  British Prime Minister David Cameron attends a pro-EU 'Vote Remain' supporters during his final campaign speech at Birmingham University on June 22, 2016 in Birmingham, United Kingdom. The final day of campaigning continues across the UK as the country prepares to go to the polls tomorrow to decide whether Britain should remain or leave the European Union.  (Photo by Geoff Caddick - WPA Pool /Getty Images)

23 giugno 2016 – Oggi, nel Regno Unito, si vota per il Brexit. L’orrendo neologismo indica – come già la mai avvenuta Grexit – la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Il referendum è storico e per David Cameron, che si è speso fino all’ultimo affinché l’elettorato si esprima per rimanere nell’UE, probabilmente è anche un voto-cartina-di-tornasole a proposito della propria permanenza al numero 10 di Downing Street, dove risiede come Primo ministro da ormai 6 anni.

La parte interessante della storia è che è stato proprio David Cameron a promettere, nel 2013, che avrebbe indetto questo referendum: era una mossa più propagandistica che politica, per contenere l’avanzata dell’UKIP di Nigel Farage e probabilmente è stato uno dei fattori che lo ha condotto a una nettissima vittoria alle scorse elezioni. Così, il reverendum ha dovuto indirlo: ora Cameron si trova su questo sottile lembo temporale – lo spazio di una giornata, del voto e degli scrutini – di totale incertezza. 

I sondaggi, tanto per cambiare, dicono tutto e il contrario di tutto. Per rubare il termine agli inglesi, la situazione è semplicemente too close to call. Cioè, i risultati dei sondaggi si trovano all’interno di una forbice statistica che è impossibile interpretare con certezza. il che la dice già lunga a proposito della situazione e del contesto.

Quel che è in gioco è, probabilmente, davvero un grosso pezzo di storia contemporanea. Perché questo referendum potrebbe scaturire un effetto-domino oppure potrebbe risolversi in un nulla di fatto. Impossibile dirsi, davvero, quale sia la cosa “migliore”.

Per molti analisti tradizionali, la Brexit – e poi la conseguente progressiva dissoluzione dell’Unione Europea, così come è stata concepita – sarebbe una specie di catastrofe.

Per altri, proprio la dissoluzione dell’UE sarebbe una soluzione a tutti i mali.

È chiaro che l’Unione Europea e le prese di posizione sul tema sono figlie di una narrazione che ha dipinto quel blu con il cerchio di stelle come se fosse un simbolo di pace, fratellanza, prosperità, unit fra popoli e benessere. In realtà, è evidente che in questo senso il progetto europeo ha fallito almeno per metà. Sì, certo, nel vecchio continente non c’è la guerra. Ma l’UE è amministrata da istituzioni opache, lontane dal cittadino, i cui vincoli possono diventare semplicemente opprimenti per il normale vivere democratico (si veda, ancora una volta, il caso greco) e possono essere l’esatto contrario dei requisiti per la giustizia sociale.

Al tempo stesso, l’antieuropeismo viene cavalcato dalle voci più populiste delle destre nazionaliste e xenofobe. Il che complica parecchio il quadro di riferimento.

Insomma: la giornata del voto sulla Brexit è una giornata importante, da studiare, osservare, analizzare e capire, creando contesto.

(AP)

Brexit: cos'è

Che cos'è il Brexit? Per farla il più semplice possibile, si tratta del referendum sulla "Britain Exit" che si terrà il 23 giugno in tutta la Gran Bretagna e in cui i cittadini avranno il diritto di scegliere se la Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del nord) dovrà o meno restare all'interno dell'Unione Europea.

Ma spiegare che cos'è il Brexit significa anche capire quali sono le cause che hanno portato alla decisione di indire un referendum e quali le possibili conseguenze. E anche valutare i sondaggi sul Brexit, che al momento indicano come i favorevoli a una permanenza nell'Unione Europea siano la maggioranza.

Il nome Brexit è modellato sul più noto, almeno finora, Grexit, che indicava la possibilità di un'uscita della Grecia dall'Ue in seguito alla tremenda crisi finanziaria che il paese ellenico ha affrontato (e sta ancora affrontando). Nonostante i molti rischi connessi all'uscita di un paese membro dell'euro come la Grecia, la prospettiva di un'uscita del Regno Unito pone sfide diverse e non inferiori, considerando che si tratta di uno dei paesi più ricchi e importanti dell'Unione.

La decisione di David Cameron di indire un referendum del genere affonda le sue radici nelle prime difficoltà del leader conservatore, alle prese con l'avanzata degli euroscettici dell'Ukip di Nigel Farage. In vista della campagna elettorale (poi vinta anche al di là delle più rosee aspettative), Cameron aveva quindi promesso nel 2013 che avrebbe indetto un referendum sull'uscita dall'Unione Europea nel suo nuovo mandato, sottolineando, quindi, come per farlo fosse prima necessario che vincesse le elezioni.

Ora il momento di mantenere la promessa è arrivato, così i cittadini britannici, il 23 giugno, si troveranno davanti a una scheda che reciterà il seguente quesito: "Deve il Regno Unito rimanere un membro dell'Unione Europea o deve lasciare la Ue?". Inizialmente, il quesito avrebbe dovuto essere: "Deve il Regno Unito rimanere un membro della Ue?", ma la proposta è stata bocciata perché si è ritenuto che una formulazione del genere fosse distorta in favore del sì.

Ma perché i britannici vogliono uscire dall'Unione Europea, o almeno una parte abbastanza significativa di essi da convincere il governo a tenere un referendum sul Brexit? Al di là delle considerazione storiche sulla "insularità" del Regno Unito e della sua difficoltà a sentirsi parte dell'Unione (come dimostra anche il fatto che non abbia mai voluto entrare a far parte dell'Euro), le rimostranze di Londra derivano soprattutto dalla eccessiva (nella loro ottica) immigrazione verso il Regno Unito da parte di migranti provenienti dai "nuovi paesi" del blocco europeo (quindi, dell'est europeo) e dagli eccessivi legami (visti anche come mancanza di sovranità) che quest'appartenenza causa, soprattutto visto l'obiettivo da sempre dichiarato di rendere l'Unione Europea sempre più stretta (obiettivo contro il quale la Gran Bretagna, infatti, si batte).

Il concetto, quindi, è che se la Gran Bretagna uscisse dall'Unione Europea potrebbe avere autonomia decisionale su tutto, a partire dalla questione immigrazione; anche se davvero non è chiaro che modello prenderebbe il posto di quello attuale: se una separazione completa o una partecipazione minore sul modello di alcuni altri paesi, come la Norvegia.

Brexit: le possibili conseguenze

Le conseguenze di una Brexit

, comunque, avrebbero sicuramente un grosso impatto commerciale ed economico, visto che complicherebbero non poco i legami e gli scambi tra la Gran Bretagna e gli altri paesi (attualmente) partner. I favorevoli alla Brexit si concentrano, tra le altre cose, anche sui 13 miliardi di sterline che il paese ogni anno manda a Bruxelles e che verrebbero risparmiati; sempre i favorevoli segnalano come l'Unione Europea sarebbe costretta a mantenere i suoi legami commerciali con la Gran Bretagna, grande importatrice di beni e servizi. I contrari, invece, segnalano come le compagnie straniere avrebbero meno interesse a investire in Gran Bretagna, causando una perdita di ricchezza e anche di posti di lavoro.

Si ritiene anche che l’uscita ridurrà le esportazioni dal Regno Unito e renderà le importazioni più onerose: alcune stime, per esempio quelle di Citygroup calcolano una perdita del pil pari al 4% nel giro di soli 3 anni. Inoltre, considerando la straordinaria quantità di lavoratori stranieri che si trovano in Gran Bretagna (tre milioni), non solo Londra dovrebbe affrontare una sorta di inferno burocratico, ma rischierebbe anche di fare un grosso favore a Parigi, che potrebbe prenderne il posto di capitale finanziaria in seguito alla ricollocazione di molti lavoratori.

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