Brasile, gli alleati abbandonano Rousseff. L'impeachment è più vicino

Brazilian President Dilma Rousseff gestures during the launching ceremony of the National Plan against Aedes aegypti and microcephaly in Brasília in March 23, 2016. The aedes aegypti mosquito is the vector of Zica virus. AFP PHOTO/ANDRESSA ANHOLETE / AFP / Andressa Anholete        (Photo credit should read ANDRESSA ANHOLETE/AFP/Getty Images)

Il Brasile è sempre più nel caos politico. Il Pmdb (Partito del Movimento Democratico brasiliano) sembra ormai intenzionato a lasciare la coalizione di governo, un suo esponente, Henrique Alves, si è già dimesso da ministro del Turismo e la maggioranza è sempre più fragile. Inoltre, se Dilma Rousseff non riuscisse ad ottenere il consenso necessario alla Camera bassa rischia seriamente l'impeachment in Senato, supervisionato dal presidente della Corte suprema. Per estrometterla dalle sue funzioni sono necessari 54 voti su 81 (due terzi).

Oggi il Pmdb renderà noto oggi se lascerà o meno il governo, ma ormai i giochi sembrano chiusi. A confermarlo, all'agenzia Afp, è il parlamentare Osmar Terra: "sono cadute una serie di tessere del domino e non è possibile tornare indietro. Il governo continua a provarci, a offrire posti di lavoro, ma nessuno gli crede più". E un portavoce del leader della formazione centrista, Michel Temer, ha aggiunto che ormai resta da fissare la data entro cui i ministri devono lasciare i loro incarichi: "avranno tempo fino al 12 aprile, poi ogni esponente che ha un dicastero nell'amministazione abbandonerà".

Roussseff, alle prese con la recessione economica, gli scandali corruzioni e le manifestazioni di protesta nel paese, continua a cercare una mediazione. Se i sette ministri e i 69 deputati (su 513) del Pmdb le togliessero il sostegno farebbe molta fatica a scongiurare l'impeachment. Non è escluso, poi, che altri alleati del Pt (Partito dei Lavoratori), come il Pp (Partito Progressista) e il Psd (Partito Socialdemocratico), non decidano di uscire dalla coalizione. Le due formazioni hanno annunciato un vertice in settimana per discutere la questione.

Ricordiamo che la messa in stato d'accusa del Presidente è basata sulle accuse di manipolazione dei conti per alimentare la spesa pubblica e occultare gli effetti della recessione. Intanto, l'Ordine degli avvocati del Brasile ha inoltrato una nuova richiesta di impeachment ieri, cercando di includere nelle accuse anche lo scandalo corruzione Petrobras, il gigante petrolifero pubblico.

Per conto suo, Rousseff continua a gridare al golpe. Su questo tema è difficile pronunciarsi, non è escluso che un pezzo della classe imprenditoriale e della giustizia brasiliana non punti da tempo al rovesciamento del verdetto elettorale: il paese latinoamericano non ha istituzioni così solide e subisce una forte opposizione da parte di Washington. Tuttavia, rimane il fatto che una burocrazia ipertrofica e corrotta ha agito indisturbata e che la recessione, dopo il crollo dei prezzi delle materie prime, ha generato una forte opposizione al Pt.

Ieri, ha lasciato anche il suo incarico anche il ministro del Tursimo, Henrique Alves. Da tempo era molto critico con Dilma. Il leader del Pmdb, Temer, invece si è già portato avanti con il lavoro. Ha incontrato, sempre nella giornata di ieri, il capo dell'opposizione Aecio Neves, che nel 2014 perse di poco le elezioni generali, per discutere del futuro del Brasile. Evidenziamo che in caso di impeachment sarebbe proprio Temer, attuale vicepresidente, ad assumere temporaneamente la presidenza.

Segnaliamo, infine, che la mossa di chiamare Luiz Inácio Lula da Silva (universalmente noto come Lula) nel governo come ministro della Casa civile si è presto rivelata un boomerang per Rousseff. Un giudice ha diffuso un'intercettazione da cui emerge che la nomina (che ha assicurato a Lula l'immunità) intendeva salvare l'ex presidente dall'arresto per riciclaggio di denaro nello scandalo Petrobras.

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