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Intervista: Ali Rashid, la crisi di Gaza, Hamas, e Abu Mazen

Pubblicato: 19 feb 2009 da R.D.

Ali Rashid, classe 1953, è un diplomatico palestinese naturalizzato italiano. Laureato in scienze politiche, è stato segretario dell’Unione degli Studenti palestinesi e ha fatto parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi. Dal 1987 è primo segretario della Delegazione generale palestinese in Italia. E’ stato deputato nella scorsa legislatura nei banchi di Rifondazione Comunista.

Quale bilancio si sente di dare sul conflitto a Gaza? La Striscia non è più sotto i riflettori e al centro della scena mediatica, ma sappiamo che continuano i bombardamenti e la situazione non è affatto risolta né terminata.

Purtroppo la Palestina è una di quelle parti del mondo che ha i riflettori puntati su di sé solo se ci sono fatti di sangue. Il dramma continua, la ferita è aperta da sessant’anni e questa aggressione contro Gaza è un altro dei tanti episodi crudeli che hanno segnato la storia dei palestinesi. La situazione non è tornata tranquilla perché la devastazione e la distruzione, oltre alle vittime che ha lasciato questa guerra, continuano a essere lì…

…ci sono più di 30.000 sfollati, la Striscia di Gaza continua a essere circondata, assediata e chiusa in modo ermetico e la maggior parte dei pochi aiuti internazionali che sono potuti arrivare è ancora dietro ai recinti. C’è una crisi umanitaria vera e oggi l’Egitto, Israele e una parte importante della Comunità internazionale usano questo ricatto degli aiuti in cambio di un prezzo politico che i palestinesi devono pagare. Tentano di fare con la diplomazia e con il ricatto quello che non è riuscito a fare l’esercito israeliano: la caduta del Governo di Hamas

Parliamo di Cisgiordania. La mia sensazione è che con questa crisi si sia concentrata tutta l’attenzione su Gaza e siano rimaste in ombra le problematiche dell’altro territorio. Penso al muro, ai checkpoint e alle tensioni coi coloni.

La questione è che la Palestina non c’è più: ha visto cancellare il suo nome, svendere il suo popolo, occupare il resto, ridurlo in condizioni disumane come a Gaza. In Cisgiordania, come a Gaza, vengono violate tutte le forme di diritto riconosciute dalla Comunità internazionale. Solo ieri (l’altro ieri, nda) ci sono state tre incursioni militari dell’esercito israeliano in Cisgiordania, che hanno portato a 37 prigionieri, diversi feriti e case distrutte; è all’ordine del giorno e, oltre alla violenza “ufficiale” dell’esercito israeliano, esiste la violenza dei coloni estremisti che sono stati impiantati dentro il territorio della Cisgiordania. Il muro naturalmente è un problema. E la domanda più spaventosa è “Quale futuro vuole proporre Israele ai palestinesi?”

Dopo le elezioni israeliane, che non hanno dato un esito netto, quale pensa possa essere lo sbocco più auspicabile per i palestinesi. Intendo dire: quale può essere la controparte più accettabile per i palestinesi, in questa fase?

Secondo me un risultato netto, in queste elezioni, c’è stato. Ha vinto la destra, nelle sue varie sfumature: quella più apertamente razzista (Israel Beitenu di Avigdor Lieberman, nda) ha preso 15 seggi su 120. È una parte politica che non solo nega un futuro per i palestinesi della Cisgiordania e Gaza, ma addirittura vorrebbe espellere quelli che sono rimasi in Israele nel 1948. Rappresenta, quindi, un’altra tappa verso Israele come stato esclusivamente ebraico, dove l’appartenenza religiosa è condizionante, come del resto è stata condizionante in tutta la storia di Israele. E’ uno Stato che ha tollerato quella parte di popolazione palestinese che è rimasta (che non sono riusciti a espellere per la verità) come cittadini di seconda o terza categoria. Oggi vogliono espellere questo milione di palestinesi che è rimasto in Israele.

Parliamo di Hamas: sappiamo che è un movimento con forti legami con Hezbollah e l’Iran. Fino a che punto è utile per la causa palestinese il legame con uno Stato estero?

Mi pare che Hamas venga sempre trattata in modo abbastanza sbrigativo. Non sono legati all’Iran: hanno un rapporto con l’Iran. Hamas è un movimento che, in diversi momenti, ha dimostrato di essere autonomo. Non sono la pedina di questo o quello Stato. In quanto laico e progressista considero Hamas il segno di un arretramento culturale (che tra l’altro è un arretramento che riguarda tutta la regione), ma è comunque un movimento fortemente radicato nella società palestinese di cui non è possibile non tenere conto.

Però è innegabile che ci sia un’influenza dell’Iran.

C’è un rapporto, c’è un’alleanza, c’è una convergenza di interessi. Hamas sta trattando una tregua attraverso l’Egitto che l’Iran osteggia e non vorrebbe. Hamas è molto più serio di quello che qui si creda; poi non è colpa o responsabilità di Hamas se ha dei rapporti a livello regionale con altri stati tra cui l’Iran. Perché, su un piano formale, la Palestina non esiste più: anche il suo nome è stato cancellato. Non c’è nessun documento politico degli Stati o delle Nazioni Unite che parli di Palestina. Parlano di Cisgiordania e Gaza o di territori occupati: inventano tanti nomi per non dire Palestina. Ma, di fatto, oggi il conflitto in Medio Oriente, con la guerra permanente di Bush e con la guerra al terrorismo, ha superato la questione palestinese e incomincia a vedere come suoi obbiettivi il Libano, la Siria, l’Iran. E finché ci sarà questa strategia della guerra permanente non ci sarà né uno sguardo né uno spazio per una soluzione della questione palestinese. Speriamo che con Obama la situazione cambi; allora tutti si renderanno conto (e già lo sanno) che senza la soluzione della questione palestinese, con la creazione di uno Stato vero e il ritiro di Israele nei confini del 1967, non ci sarà stabilità in Medio Oriente.

Come giudica il ruolo che ha tenuto Abu Mazen nell’ultima crisi e che bilancio dà della sua figura politica?

E’ una brava persona, una persona onesta; sa che con la guerra non si ottiene nulla. Il suo problema è che ha avuto come interlocutore l’Amministrazione Bush da una parte e Olmert dall’altra

Ha sbagliato a fidarsi?

Non aveva altra scelta. Lui è convinto che la guerra complichi solo le cose e non aiuti una soluzione, ma non poteva sapere in anticipo che l’Amministrazione americana, i Governi arabi e l’Amministrazione israeliana potevano arrivare a questi livelli. Quindi in pratica ha fallito tutto.

Dovrebbe farsi da parte, secondo lei?

Secondo me lui non vede l’ora di farsi da parte. Creerà un vuoto, ma secondo me, allo stato attuale, ha smesso di avere un ruolo. O meglio: il suo ruolo incomincia ad essere negativo.

Esiste un’unità sociale tra i palestinesi in questo momento?

Sì, c’è. L’hanno dimostrato sempre. Esiste una divisione su un piano politico. Il mio mondo politico, quello laico e progressista, che appartiene ormai al passato, è completamente staccato dalla società e negli ultimi trent’ anni, ha dimostrato una completa incapacità di capire, di gestire e di trovare una sintonia con la gente.

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3 commenti

Commenti dei lettori

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  • boh1

    19 feb 2009 - 16:33 - #1
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    . la guerra alimenta il terrorismo, crea nuove leve, alimenta la cultura dell odio verso un nemico da distruggere causa di tutti i mali. Vi sono fazioni sia israeliane che palestinesi che ricercano deliberatamente lo scontro e il conflitto. Fazioni che vivono e sopravvivono proprio grazie al conflitto e alle violenze (parte dell ex likud , hamas ecc ).
    Il meccanismo è semplice, le fazioni estremiste posseggono semplicemente il detonatore, la controparte è la vera ed unica fonte di energia. I razzetti katiuscia della seconda guerra mondiale hanno casuato la rappresaglia devastante con centinaia di morti e fortificato le frange estremiste palestinesi a livello culturale, sociale. e militare. Le passeggiate sulla spianata delle moschee di sharon sono state la miccia per i massacri suicidi sugli autobus israeliani, che han risvegliato la destra israeliana oltranzista. Il fine delle fazioni estremiste è l eliminazione fisica dell avversario non il raggiungimento di accordi di pace e armistizi efficaci duraturi e la costruzione di due stati indipendenti e non belligeranti. La cancellazione dell avversario è l unica soluzione considerata. Le fazioni estremiste israeliane - palestinesi si alimentano recipocramente, portando lo scontro sul piano del mero massacro, fino a che rimarrà una sola tra le due popolazioni. Vale la regola del “tanto peggio, tanto meglio” : i bombardamenti israeliani distruggono la società palestinese , hamas ne può uscire indebolita ma se al contrario ne esce rafforzata darà ancora più spazio d azione agli ortodossi dell estrema destra israeliana. Non c’ è alcuna differenza tra un morto israeliano e un morto palestinese ma è prioritario controllare e se necessario bloccare gli interventi armati, a prescindere che si tratti di azioni preventive o reazioni ad attacchi (nel limite del possibile ovvio).
    Nel caso specifico: hamas avrebbe ricevuto un colpo basso se israele non avesse compiuto alcuna rappresaglia nei territori.
    Fino a che non si capirà che il lancio dei razzi da parte dei terroristi è una dimostrazione di debolezza e non di forza, non si uscirà mai dalla guerra. .

  • iMac maniac

    19 feb 2009 - 16:41 - #2
    0 punti
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    L’ultima frase è tristissima. Lo stesso Rashid dice che la Palestina è ormai unita sotto un’ideologia che non condivide.

  • iMac maniac

    19 feb 2009 - 16:43 - #3
    0 punti
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    @boh1
    “hamas avrebbe ricevuto un colpo basso se israele non avesse compiuto alcuna rappresaglia nei territori”
    È una delle tante strade che ha tentato Israele per uscire dalla crisi, non rispondere agli attacchi, ritirarsi… ma gli altri sono riusciti a convincere le loro masse che Israele si era indebolito grazie a loro e che quindi bisognava continuare ad attaccare

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