È una questione politica

Il terremoto del reatino. Questo lo ricorderemo così. Non è il primo, distruttivo, del nuovo secolo, e non sarà l'ultimo.

E mentre si contano ancora le vittime e i feriti, in quel triste rincorrersi di titoli e cifre che è diventato l'aggiornamento del bilancio, ormai ho perso il conto delle volte in cui ho scritto lo stesso pezzo, da quando dirigo questa testata digitale e prima ancora.

L’ho scritto in Protezione civile spa, dopo il terremoto dell’Aquila del 2009, l’ho scritto dopo le alluvioni di Genova, dopo il terremoto in Emilia-Romagna e non so quante altre volte. E siccome poi quando si parla in prima persona si corre il rischio di generare l’effetto “Nanni, spostati che devo vedere il film”, va detto che non sono certo l’unico ad averlo scritto. Anzi. E qui l'ego non c'entra proprio niente. Perché viene sommerso da un senso di impotenza e di frustrazione che toglie il fiato.

Come il silenzio che trovi fra le macerie di un terremoto o dopo un’alluvione, la paura che genera una frana lenta, che si sposta di pochi millimetri all’anno, la sensazione di vivere in un mondo precario che, letteralmente, ti crolla addosso. Richiede rispetto, lentezza, comprensione dei fatti. Richiede anche il silenzio di rimando.

Ma poi bisogna tornare a parlare.

Il giornalismo fa in fretta a macinare le notizie, magari si sveglia tardi – e non è detto che sia un problema, come molti pensano, visto che all'immediatezza è sempre preferibile la qualità dell'informazione e le due cose raramente sono compatibili – ma poi inonda di notizie live, spesso confuse, ridondanti, inutili, addirittura sbagliate o dannose. Poi, per qualche giorno si ricorda del tema, quindi torna a celebrare – se la tragedia era immane – gli anniversari. Se non era immane, manco quelli. Il giornalismo, addirittura, vuole fare l'infotainment e arrogarsi il diritto di emozionarsi e dunque di sbagliare: non funziona così. Vi fareste mai operare da un medico che si commuove e trema mentre deve rimuovervi un cancro all'intestino? Non credo.

La cosa che il giornalismo perde poi sempre di vista, tranne quando si devono fare i titoli acchiappa visite o vendite, e dunque nell'immediato che segue le tragedie, è il tema politico.

Perché non si può dimenticare che, se le catastrofi naturali esistono, l’uomo può provare a porvi rimedio. E provare a porvi rimedio è una questione politica.

Una delle funzioni della Protezione civile, negli anni svuotata, strumentalizzata come macchina di comunicazione e di creazione del consenso, resa opaca, depotenziata, snaturata, è quella della prevenzione.

Prevenzione significa fare tutto ciò che è possibile per limitare i danni in caso di catastrofi naturali. L'italia è un paese a forte rischio idrogeologico (le aree sono chiaramente mappate) e a forte rischio sismico. Anche qui, non solo le aree sono chiaramente mappate ma esiste anche un documento del 1999, noto a chi si è interessato della questione come elenco Barberi, che censisce gli edifici pubblici italiani e gli interventi che si dovrebbero fare per metterli in sicurezza.

Uno stato che non fa prevenzione è, semplicemente, uno stato fallito.
Siamo diventati troppo abituati – continuamente sfidati nella logica e nel buonsenso da slogan politici e notizie fuorvianti, dalla personalizzazione dei mercati, da una costante lobbying delle entità economiche che hanno tutti gli interessi a perpetrare l'equivoco – a considerare il fallimento come una questione economica. Ma uno stato non è un'entita economica. Uno stato è un'entità giuridica.

E non si possono anteporre i beni dei mercati al bene supremo, senza il quale non esiste nulla. Quello del cittadino.

Purtroppo – scrivevo il 10 ottobre 2014 – «il capitalismo dei disastri è un'industria florida. Ci vuole una solida volontà politica per cambiare passo e registro. Ci vuole un sistema politico che non pensi alle prossime elezioni o agli interessi ristretti di una classe di privilegiati. Ci vuole un sistema politico che pensi a lungo termine».

Ci vuole un sistema politico a contatto con la realtà, che abbandoni i personalismi e le grandi opere inutili o superflue o posticipabili e si concentri sulla prima grande opera necessaria: la messa in sicurezza del territorio e degli edifici. Anche a costo di lasciare che, dieci o vent'anni dopo, di questo impegno a fare prevenzione, possa beneficiare un governo di un altro colore.

Lascio ad altri (ne scrive bene, per esempio, il collega Cancellato su Linkiesta) il calcolo dei numeri: analisti hanno stimato questa ipotetica operazione come un'operazione di crescita, che vale 1 o 2 punti percentuali di Pil, fa risparmiare sulla pioggia degli aiuti, evita storture e mala gestione e, se piacesse ai politici che amano comunicare su Twitter a suon di frasi ad effetto, c'è già, amaramente, lo slogan pronto, da mutuare direttamente dalla pubblicità che fa apparire il mondo più bianco e pulito, senza polvere e senza macerie e sangue e morti: «Prevenire è meglio che curare».

Nella pubblicità non esistono i morti né il dolore né la sporcizia, a meno che non si possa spazzar via a colpi di pulito, lavare più bianco o garantire al caro estinto le esequie che merita. Nella vita reale, invece, lo sporco, il sangue e i morti esistono. E le lacrime, a parte quelle dei diretti interessati, sono lacrime di coccodrillo.

E il giornalismo deve fare questo. Non giocare a far meglio di Twitter. Non ossessionarsi con i live o emozionarsi. Deve preoccuparsi di ribadirlo anche quando non c'è alcuna emergenza in corso, per recuperare un minimo il suo ruolo sociale.

La questione è, va detto una volta di più, politica.

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