Terremoto, soccorsi e la necessità dello “spontaneismo”

La tendenza è chiara: aumentando le possibilità di pubblicazione ed essendosi abbattuti i costi per la produzione di contenuti, si scrive di tutto, dappertutto e tutti.

Un tempo, quand’ero giovane e inesperto, ero convinto che su un determinato tema scrivessero solo gli esperti di quel tema: pensavo all’economia, per esempio, come un regno appannaggio di giornalisti che avessero studiato e che studiassero, aggiornandosi, continuamente.

E ho continuato a pensarla così negli anni, anche quando il mio modo di comunicare e il giornalismo che facevo si declinava in gran parte su internet. TvBlog, per esempio, è realizzato, anche dopo quasi 12 anni di vita, da persone che guardano la televisione e la studiano. Mi sono appassionato, giornalisticamente, a svariati argomenti e ho dedicato a questi argomenti dedizione e studio, per quanto possibile, cercando di evitare di parlare di cose che non conoscevo.

Piano piano, però, ho scoperto che non è sempre possibile farlo e, soprattutto, che non è la prassi. Anzi.

In questi giorni, per esempio,”tutti” – le virgolette sono d’obbligo – parlano di terremoto e di emergenza. Ebbene: per parlare di terremoto ed emergenza, indovinate un po’, bisogna studiare. E bisogna usare le parole con il loro vero significato, mettendo tutti i tasselli al proprio posto.

Una delle cose che bisognerebbe capire, per esempio, è l’importanza del mantenere intatto quel che resta della coesione sociale e delle comunità colpite dall’evento sismico. Lo si può capire studiando, in senso positivo, il modello-Friuli, dove l’intervento dello stato è stato sussidiario rispetto alle autonomie locali. Lo si può capire, in negativo, analizzando la gestione del terremoto dell’Aquila, dove l’intervento dello stato è stato sostitutivo rispetto alle autonomie locali (mi si perdoni la semplificazione. So che molti ritengono che ci siano state, in quanto occorso a L’Aquila, anche responsabilità della politica locale: è probabile che ce ne siano state, ma in una maniera che non va a intaccare la differenza, radicalmente opposta, fra le due gestioni emergenziali).

La gestione di una situazione d’emergenza è essenzialmente politica. Si può fare come si dovrebbe secondo la legge istitutiva della Protezione civile (ovvero: lavorare fino al ripristino delle condizioni sufficienti per la ripresa della vita sociale ed economica del luogo colpito dal terremoto o, più in generale, da una catastrofe) oppure agire come si è fatto a L’Aquila, prendendo delle decisioni permanenti.

Quest’ultima cosa, chiaramente, è una forzatura. La ricostruzione non fa parte dell’emergenza. La ricostruzione fa parte di un’altra fase, che viene dopo il ripristino. Del resto, dovrebbe essere un concetto naturale da capire: quando ci si frattura un arto, la riabilitazione non si fa in pronto soccorso.

Ecco la prima ragione per cui è importantissimo che le comunità locali siano artefici del proprio destino, della ricostruzione, di tutte le scelte che devono essere prese.

Sembrerebbe averlo capito anche il Presidente del Consiglio Matteo Renzi: «Ci siamo e ci saremo sempre, ma diteci anche cosa fare, non possiamo fare tutto da Roma». Se non è solamente uno slogan – cosa che mi auguro – è la strada giusta.

Eppure, c’è sempre chi cerca di sminuire l’operato delle comunità locali che si auto-organizzano, un po’ per mentalità assistenzialista, un po’ perché si cede alla facile retorica della macchina dei soccorsi che funziona perfettamente.

Sull’Huffington Post, Fabio Avallone lo scrive chiaramente: «Il terremoto è stato devastante, ma la macchina dei soccorsi funziona bene, non c'è improvvisazione. In queste situazioni lo spontaneismo non serve, servono operazioni ben dirette e coordinate e, soprattutto, serve fiducia nello Stato».

Bisogna dunque trovare delle testimonianze dirette che rimettano a posto le cose. La macchina dei soccorsi funziona bene? Cosa significa? Ecco la testimonianza di Angelo Venti, giornalista. Dalle prime ore dell’alba del 6 aprile 2009 fu a L’Aquila. Dalle prime ore dell’alba del 24 agosto 2016 è stato ad Amatrice:

«A proposito di soccorsi veloci, anche a questo giro sarebbe utile, a bocce ferme, ricostruire bene come è andata. Sono state estratte vive centinaia di persone nelle prime ore, ma da chi; dai soccorritori provenienti da fuori o da quelli in loco (forze dell'ordine e vigili del fuoco compresi)? Con Marco D’Antonio [fotografo aquilano, ndr] siamo arrivati ad Amatrice (senza incontrare nessuno per strada) alle 6 di mattina e abbiamo dovuto dare una mano ai pochi che stavano scavando. Ho evitato di scrivere articoli, ma su questa galleria fotografica è ricostruita la cronistoria dei soccorsi. Basta vedere chi scava e come cambia la fauna con il passare delle ore...».

E ancora:

«Per ore abbiamo dovuto usare come barelle le persiane o le porte recuperate dalle case crollate, e coprire e legare i cadaveri con coperte e lenzuola rimediate tra le macerie… Debbo dire che gli unici ad essere presenti massicciamente da subito sono stati gli uomini della forestale e della finanza (che credo avessero delle caserme in loco). Poliziotti, carabinieri e VVFF presenti nelle prime ore mi sono sembrati del posto e anche i mezzi e gli attrezzi in dotazione erano scarsi. I primi reparti mobili di Ps e CC li ho visti non prima delle nove. Per non parlare delle colonne mobili della protezione civile o delle polo blu del dipartimento...»

Anche su News Town, ottimo progetto di giornalismo locale nato a L'Aquila, si parla di come non ha funzionato la macchina dei soccorsi.

Prima di scrivere che i soccorsi funzionano benissimo, dunque, dovremmo capire che tipo di soccorsi.

Ecco la seconda ragione per non attaccare le organizzazioni dal basso.

Certo, quando poi arrivano coloro che fanno in maniera professionale e coordinata (se arrivano in tempo utile per salvare vite), è bene farsi da parte. Ma fino a che punto?

Il giornalismo deve continuare a controllare quali sono le decisioni politiche prese, che tipo di intervento fa la Protezione civile, quali ordinanze vengono emanate, a cosa si va in deroga e via dicendo.

Ecco perché ho scritto un breve vademecum su comunicazione e giornalismo in emergenza.

Ecco perché plaudo all’iniziativa di un progetto che si propone di diventare un punto di riferimento open per il terremoto del centro Italia del 24 agosto 2016.

Un terzo motivo per non scoraggiare le iniziative dal basso risiede nella necessità, anche subito dopo i soccorsi, di riprendere in mano le proprie vite. Infantilizzare le persone, costringerle alla vita narcotica delle tendopoli o degli alberghi – che pure sono una soluzione necessaria per molti – non è necessariamente una soluzione. A L’Aquila ho vissuto per alcuni mesi da “testimone” in un campo autogestito e ho visto la differenza fra coloro che riuscivano a far da sé e chi, invece, restava in balia di scelte che, sul lungo periodo, si sono rivelate scellerate: campi tendati chiusi con sbarra agli estranei, documenti da esibire all’ingresso, metodi “militareschi”, informazione cooptata.

L’unico modo per evitare tutto questo è proprio favorire un controllo spontaneo dal basso, al quale i giornalisti dovrebbero saper offrire gli strumenti per evitare che vengano prese decisioni scellerate.

Lo spontaneismo non è deteriore, smettiamola di denigrarlo. Ci vuole una cabina di regia? Certo. E un controllo a quella cabina di regia, che deve necessariamente ricevere tutte le possibili istanze delle comunità vittime di una catastrofe.

E studiamo, per carità. Studiamo.

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