
Dopo la prima parte di ieri, dedicata ad esplorare le ragioni del successo della Lega Nord, eccovi la seconda e ultima puntata dell’intervista con Roberto Biorcio, associato di Sociologia presso l’Università di Milano-Bicocca ed esperto di Carroccio. Questa volta ci siamo concentrati più sui rapporti e i parallelismi tra il partito di Bossi e quelli di opposizione.
Abbiamo visto ieri perché il consenso verso la Lega aumenta, nonostante le molte sconfitte per quanto riguarda le politiche a favore del Nord. Se pensiamo invece all’esperienza di governo della sinistra radicale nel periodo 2006-2008 con Prodi, abbiamo un esempio di partiti che hanno pagato un prezzo altissimo per le concessioni fatte al resto della coalizione. Come si spiegano esiti così differenti?
Il parallelo è un po’ ardito. Anche loro l’insuccesso l’hanno avuto principalmente sulle politiche redistributive, che non ci sono state: Prodi ha infatti preferito partire dal risanamento del bilancio, diversamente da Berlusconi che ha cominciato subito con l’abolizione dell’ICI. Va detto che le politiche redistributive sono sempre molto difficili da ottenere, per il peso degli interessi forti. Tuttavia, a differenza della Lega, la sinistra radicale non è riuscita cavalcare con successo neanche delle battaglie sul piano simbolico.
Prendiamo i diritti civili, DICO e dintorni: in quel caso sono stati bloccati dal potere di interdizione del Vaticano. Come il PD d’altronde. Anche per quanto riguarda il tema della guerra e il ritiro dall’Afghanistan si è avuta una fortissima resistenza, dovuta a pressioni internazionali, che ha reso impossibile la proposta di un ritiro, nonostante i sondaggi fossero a suo favore.
Sull’ambiente, altro terreno simbolico importante, non si sono neanche più di tanto spesi: avrebbero potuto portare avanti mobilitazioni per il rispetto del protocollo di Kyoto ad esempio, ma non l’hanno fatto.
Oltretutto si trattava anche di partiti molto divisi tra loro. Più in generale quello della sinistra è un ventaglio di proposte politiche più complesso, che richiederebbe un soggetto politico non diviso per essere portato avanti: un partito che ad oggi non esiste.
Anche la Lega è un partito di lotta e di governo, ma non è bloccata da grandi poteri forti: il Vaticano potrebbe intervenire su tema del cattivismo, ma ha fatto la scelta di avere buoni rapporti col governo Berlusconi, che a sua volta ha nella Lega un pilastro fondamentale. Prendiamo la vicenda delle ronde: il Vaticano ha inizialmente parlato di “morte del diritto”, ma poi ha fatto precipitosamente marcia indietro: un atteggiamento ben diverso da quello tenuto in altre occasioni, pensiamo al caso Englaro.
Un altro vantaggio per la Lega è poi che può farsi valere come partner in una coalizione coesa, che ha un interesse condiviso a restare al governo.
Negli ultimi mesi in Lombardia IdV, PD e PRC hanno affisso manifesti elettorali che rinfacciavano alla Lega le sconfitte dei primi mesi di governo, a volte anche riprendendo la classica iconografia leghista. Secondo lei questi tentativi di sfondamento presso l’elettorato del Carroccio hanno qualche probabilità di successo?
Questi partiti vorrebbero mostrare le contraddizioni della Lega, ma il fatto che debbano ricorrere a metodi di questo tipo mostra già un atteggiamento difensivo, oltre a impotenza e difficoltà a trovare una propria proposta. Oltretutto è inefficace, perché riconosce indirettamente alla Lega la titolarità di certe rivendicazioni, e la centralità di queste per il Nord: significa ammettere implicitamente che se c’è qualcuno che può realizzare quelle promesse, è proprio la Lega.
La questione non è dunque se la Lega abbia mentito agli elettori o no, come vorrebbe mostrare la sinistra, che finisce invece senza rendersene conto per avvallare l’egemonia del discorso leghista su queste questioni. La Lega ha infatti buon gioco a rispondere che magari non ci è riuscita, ma è lei che porta avanti battaglia. Lo stesso avrebbe fatto il PCI: se qualcuno gli avesse rinfacciato di non essere riuscito ad alzare salari, avrebbe risposto: “la battaglia continua, sono io il titolare di queste battaglie”. La Lega può sempre dire che c’è stata resistenza da parte degli alleati, che se fossero votati di più potrebbero imporsi: e questo si può al limite tradurre proprio in un aumento di voti. Questo è il vantaggio di essere il partner junior della coalizione.
Nel conflitto istituzionale seguito al Caso Englaro, Bossi è sembrato voler frenare, ribadendo la fiducia al Capo dello Stato e dichiarando che la Costituzione “non si tocca”. Qual’è la sua strategia?
In generale il tema della vita non è centrale per la Lega, le interessa solo nella misura in cui sono in gioco i rapporti con il mondo cattolico e il Vaticano. La Lega è stata portata da Berlusconi a questo scontro, che avrebbe eventualmente potuto portare ad un aumento di consensi per il Cavaliere, non per la Lega. Per questo ha un atteggiamento difensivo: l’unico interesse che Bossi può avere è quello di ridimensionare la portata di questo scontro. Anche perché il federalismo difficilmente riuscirà a passare con l’ostruzionismo del Presidente della Repubblica e del PD.
Bossi personalmente infatti all’inizio diceva di lasciar decidere la famiglia: lui è più laico come formazione, e ha vissuto personalmente una vicenda drammatica abbastanza simile. Tra l’altro su questa posizione si trovava in sintonia con l’opinione prevalente tra gli italiani, come hanno mostrato tutti i sondaggi.
3my78
06 mar 2009 - 10:41 - #1Sulla Lega avevo riposto qualche speranza ma devo dire che anche lei si è unita al carro PDL… Tante chiacchiere e pochi fatti. Mi spiace anche che spalleggi certe leggi obrobriose che ci porteranno alla distruzione.
Arvedui
06 mar 2009 - 18:14 - #2Speriamo che i leghisti finalmente capiscano che il pdl è diventato il partito del meridione e lo scarichino.