
Vale la pena di fare una piccola riflessione a freddo su quanto avvenuto nell’ultima settimana nel campo delle politiche del lavoro. Caso n°1: il PD rilancia la sua proposta di un assegno unico di disoccupazione, il governo si rifiuta e dileggia la proposta. Risultato: il provvedimento finisce nel dimenticatoio.
Caso n°2: il governo rilancia la proposta di portare a 65 anni l’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego; i sindacati (compresa questa volta la CISL) fanno fuoco e fiamme. Risultato: il Ministro Sacconi torna pavidamente sui suoi passi, dichiarando che non si deciderà nulla prima di aver consultato i confederali.
Mettendo a confronto questi due casi colpisce il relativo silenzio di CGIL & co. sulla prima vicenda, soprattutto se comparato alla determinazione investita, con successo, nella seconda. La spiegazione di questo diverso atteggiamento è, in realtà, abbastanza evidente.
Il sistema attuale di tutela della disoccupazione copre infatti - come dicevamo solo qualche giorno fa - prevalentemente i dipendenti delle grandi aziende con contratti a tempo indeterminato. Questi ultimi, oltre a essere per ironia del caso quelli meno rischiano di perdere il lavoro, costituiscono anche la gran parte degli iscritti ai sindacati. Dopo i pensionati, ovviamente.
Ne risulta che l’”elettorato” dei sindacati ci tiene proprio poco ad ottenere un sussidio di disoccupazione (che potrebbe anzi intaccare gli sprechi e i privilegi che si annidano nel sistema della CIG), mentre è molto preoccupato - per ragioni anagrafiche - di un possibile innalzamento dell’età pensionabile.
Per dirla più banalmente: ci sono molte più statali prossime alla pensione che giovani precari delle piccole imprese tra gli iscritti alla CGIL. Che, come ogni partito politico che si rispetti, cerca di massimizzare innanzitutto una cosa: il suo consenso.
Va notato infatti che una seria riforma degli ammortizzatori sociali potrebbe mettere in difficoltà i sindacati da due punti vista: innanzitutto, perché investire nella tutela di disoccupazione e precariato porterebbe quasi inevitabilmente a rendere palese la necessità di innalzare ulteriormente l’età pensionabile.
L’Italia infatti, rispetto agli altri paesi europei, spende una parte eccessivamente ampia delle risorse destinate al welfare in pensioni: lasciando ben poco agli altri - quelli che hanno la semplice colpa di non fare parte della generazione dei baby-boomers.
In secondo luogo, l’estensione di un sistema di sussidi di disoccupazione a tutta la popolazione porterebbe ad una perdità di centralità per i sindacati, che attualmente trovano la loro legittimazione anche nella funzione che svolgono nel caso di licenziamenti di massa, contrattando per i lavoratori la concessione di misure ad hoc per la tutela dei neo-disoccupati. Tutto un processo che verrebbe spazzato via da un serio sistema di ammortizzatori sociali.
Sembra proprio che la battaglia per un welfare moderno ed europeo, in Italia, dovrà essere combattuta senza i sindacati. Se non contro.
Foto: Danyanis, Flickr.
Vercingetorige
05 mar 2009 - 10:52 - #1I sindacati son sempre stati una casta a se, usati dalla sinistra a loro piacimento, e ad uso e costume dei leader di questa ‘casta’…
Bes
05 mar 2009 - 13:27 - #2Quali interessi rappresentano davvero i sindacati? Ma che domanda…I LORO interessi
Chico Mendez
05 mar 2009 - 17:43 - #3…quindi lasciamo che il governo mentre la gente resta a casa senza lavoro imponga ulteriori sacrifici a chi da sempre ha gia’ pagato?……mamma mia che bello trovare i nuovi paladini degli sicacalli….
Chico Mendez
05 mar 2009 - 18:24 - #4Mamma mia ho letto or ora tutto l’articolo……mai vista una densita’ tale di ignoranza in cosi’ poche righe…………ma hai mai sentito parlare di NIDIL, mai sentito parlare degli accordi di secondo livello sui lavoratori precari? Ma dove vivi porcaloca