Papa Francesco: "Ho pianto per i Rohingya. Volevano cacciarli dal palco, ma non l'ho permesso"

Papa Francesco ha fatto ritorno in Italia da poche ore e nel viaggio di ritorno in aereo si è concesso come al solito ai giornalisti che lo hanno seguito nei giorni precedenti per rispondere alle loro domande e commentare la sua prima visita in Myanmar e Bangladesh.

Se in Myanmar il Santo Padre non ha potuto nominare la parola "rohingya" per non creare tensioni e dissapori viste le pesante accuse contro il governo locale da parte della comunità internazionale, nulla gli ha impedito di farlo una volta giunto in Bangladesh, dove non ha soltanto speso delle parole per affrontare la drammatica situazione che la minoranza musulmana Rohingya sta affrontando in Myanmar, ma ne ha anche incontrato 16 rappresentanti tra quelli costretti a fuggire in Bangladesh.

Ieri, di fronte alla stampa, Papa Francesco ha parlato di quell'incontro:

Volevano cacciarli dal palco e e anche che non parlassero con me. Non l'ho permesso. Ho pianto per loro cercando di non farlo vedere e, dopo averli ascoltati, ho sentito crescere cose dentro di me e ho pronunciato il loro nome.

E, ancora:

Non è la prima volta che ne ho parlato. Già in piazza di San Pietro lo feci. Per me la cosa più importante è che il messaggio arrivi. Se nel discorso ufficiale avessi detto quella parola, sarebbe stato come sbattere la porta in faccia ai miei interlocutori. Così a volte fanno certe denunce nei media: dette con aggressività chiudono il dialogo, chiudono la porta, e il messaggio non arriva. Allora ho descritto la situazione, ho parlato dei diritti delle minoranze, per permettermi poi nei colloqui privati di andare oltre. Sono rimasto soddisfatto dei colloqui: è vero, non ho avuto il piacere di sbattere la porta in faccia pubblicamente a nessuno, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di dire la mia.

Venerdì scorso, davanti ai rappresentanti della minoranza musulmana Rohingya perseguitata in Myanmar, il Santo Padre aveva detto:

Cari fratelli e sorelle, noi tutti vi siamo vicini. E’ poco quello che noi possiamo fare perché la vostra tragedia è molto grande. Ma facciamo spazio nel nostro cuore. A nome di tutti, di quelli che vi perseguitano, di quelli che hanno fatto del male, soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono. Perdono. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Adesso io mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di darci il perdono che chiediamo.
Cari fratelli e sorelle, il racconto ebreo-cristiano della creazione dice che il Signore che è Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle. Anche loro sono immagine del Dio vivente. Una tradizione delle vostre religioni dice che Dio, all’inizio, ha preso un po’ di sale e l’ha buttato nell’acqua, che era l’anima di tutti gli uomini; e ognuno di noi porta dentro un po’ del sale divino. Questi fratelli e sorelle portano dentro il sale di Dio.
Cari fratelli e sorelle, soltanto facciamo vedere al mondo cosa fa l’egoismo del mondo con l’immagine di Dio. Continuiamo a far loro del bene, ad aiutarli; continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti. Non chiudiamo i cuori, non guardiamo dall’altra parte. La presenza di Dio, oggi, anche si chiama “Rohingya”. Ognuno di noi, dia la propria risposta.

Pope Francis meets with a Rohingya refugee during an interreligious meeting in Dhaka on December 1, 2017.   Pope Francis arrived in Bangladesh from Myanmar on November 30 for the second stage of a visit that has been overshadowed by the plight of hundreds of thousands of Rohingya refugees. / AFP PHOTO / Vincenzo PINTO        (Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

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