Renzi: le bugie, i ricatti, le contraddizioni e i sogni irrealizzabili

"Ora sto zitto per due anni". Questa era stata la promessa scherzosa di Matteo Renzi - che qualcuno aveva preso seriamente - nel giorno dell'insediamento del nuovo Senato, quando dribblò le domande dei cronisti. Era la prima volta che si rivedeva in pubblico dopo le dimissioni post elettorali. In molti pensavano che Renzi avesse davvero intenzione di lasciare ad altri il compito di prendere le decisioni per il futuro prossimo e invece, ieri sera, a pochi giorni dalla Direzione del Partito Democratico che avrebbe dovuto approvare o bocciare l'ipotesi di una trattativa con i 5 Stelle, ha accettato l'invito di Fazio a 'Che tempo che fa'.

Dagli schermi di Raiuno ha sostanzialmente dettato la linea al segretario reggente Maurizio Martina. Un secco "no" ad accordi con il Movimento 5 Stelle per ragioni di "serietà", assicurando di non conoscere "nessun Senatore disposto a votare la fiducia ai 5 Stelle". D'altra parte sarebbe stato strano il contrario dopo il lavoro certosino fatto nel momento della compilazione delle liste, scritte evitando il fastidio delle "scomode" Primarie che avrebbero potuto consegnargli una squadra di parlamentari con qualche "testa calda" di troppo.

Il Renzi Senatore ha insomma smentito il Renzi Presidente del Consiglio, secondo il quale il voto in Direzione era l'unico modo per prendere una decisione su un tema; da rispettare poi senza eccezione alcuna in Parlamento, anche se la decisione strideva con il programma elettorale della coalizione del 2013. Chi osava contraddire la maggioranza diventava un "gufo" da randellare sui social e nelle interviste, anche se poi questi in parlamento rispondeva presente allineandosi al partito. Renzi aveva bisogno di nemici da additare perché lui - e solo lui - incarnava il cambiamento e l'ultima speranza, mentre gli altri erano i depositari di tutti i mali.

Ieri, invece, l'ex PdC ha escluso ipotesi di alleanze con i 5 Stelle rivendicando la sacrosanta libertà di voto e di espressione del singolo parlamentare (anche se questi è stato "nominato"), tornando poi nuovamente a parlare della riforma costituzionale del dicembre 2016 che, secondo lui, avrebbe evitato questo stallo: "Facciano una proposta per la legge elettorale e la riforma costituzionale, perché il doppio turno funziona solo se c’è una Camera sola". Parole in libertà quelle dell'ex Premier - non contraddetto efficacemente da Fazio, che forse non era attento o forse non conosce abbastanza bene la materia per poter replicare - visto che non esiste alcun nesso tra la riforma costituzionale bocciata e il quadro politico post elettorale.

Anche con un assetto monocamerale, infatti, un "ballottaggio" su base nazionale - previsto comunque nell'Italicum e non nella riforma costituzionale - sarebbe stato ugualmente considerato incostituzionale come ha già chiaramente illustrato la Consulta. Infatti il motivo per il quale il Pd ha rinunciato all'Italicum (in vigore solo per la Camera) non è legato alla sconfitta nel referendum costituzionale, ma alla sentenza della Consulta che aveva così spiegato le sue ragioni: "Le modalità di attribuzione del premio di maggioranza attraverso il turno di ballottaggio determinano una lesione. Il premio attribuito al secondo turno resta un premio di maggioranza e non diventa un premio di governabilità".

Inutile il paragone con il ballottaggio previsto per le elezioni comunali perché appunto, in quel caso, è prevista l'elezione diretta del Sindaco. Nella riforma costituzionale proposta dal PD e bocciata nel dicembre 2016 dagli elettori, non era prevista l'elezione diretta del Governo o del Capo del Governo. In ogni caso, una cosa è la riforma costituzionale e un'altra è la legge elettorale. Nel caso dell'Italicum la lettura della Corte Costituzionale è stata l'unica possibile: il doppio turno su base nazionale altro non è che un premio di maggioranza irragionevole, anch'esso già bocciato dalla Corte Costituzionale nella sentenza sul Porcellum.

L'assenza di una legge elettorale diversa dal Consultellum - frutto delle correzioni fatte dalla Consulta sul Porcellum - ha spinto il PD e il centrodestra a partorire il mostro Rosatellum. Un proporzionale tiepido, che aveva il chiaro scopo politico di "costringere" il PD a fare un nuovo Governo con il centrodestra o con pezzi di esso. I calcoli però, alla fine, non sono tornati e da qui - e solo da qui - nasce lo stallo post elettorale. La riforma costituzionale non c'entra nulla.

Renzi e Berlusconi non si aspettavano di prendere percentuali così basse, al punto da non poter riproporre la Grosse Koalition dei "responsabili" in salsa italiana. D'altra parte Renzi ha sempre rivendicato i risultati e i provvedimenti approvati sotto il suo Governo. Nella scorsa campagna elettorale Renzi molto di rado (o forse, mai fino in fondo) si è lamentato di aver dovuto fare dei compromessi al ribasso perché imbrigliato da una maggioranza con la quale non c'era totale sintonia di intenti. Tutto rappresentava un successo incredibile, frutto della sua nuova politica.

Renzi ha citato la Francia come esempio virtuoso per quanto riguarda la credibilità istituzionale. Per lui è dunque quello il (nuovo) modello, ma c'è un piccolo particolare: la sua riforma costituzionale non andava affatto in quella direzione. Era qualcos'altro; uno strano ibrido che, semmai, guardava con strabismo al modello tedesco che, alla prova dei fatti, poteva comportare anche uno stallo maggiore in considerazione del Senato "delle autonomie" a porte girevoli, nel quale sarebbero cambiati gli equilibri più volte nel corso di una stessa legislatura.

Evidentemente, adesso, Renzi avrà cambiato nuovamente idea. Ne prendiamo atto, ma restano alcuni problemucci da risolvere. La Francia è una Repubblica semipresidenziale, nella quale prima si elegge il Presidente della Repubblica e poi, a due settimane di distanza - come da modifica costituzionale pensata proprio per evitare stalli politici - si torna alle urne per le elezioni parlamentari.

Sia per l'elezione del Presidente che per quella dell'Assemblea Nazionale è previsto un doppio turno. Per il parlamento il secondo turno si tiene sulla base del singolo collegio, al quale accedono i candidati che hanno raggiunto almeno la soglia del 12,5% nel primo turno. Non è prevista una quota di seggi assegnata su base proporzionale, particolare che probabilmente verrebbe considerato incostituzionale in Italia perché lederebbe il principio di rappresentanza.

Un sistema elettorale di questo tipo si potrebbe avere anche in Italia senza toccare la Costituzione, per garantire la governabilità in virtù del tripolarismo attuale. Sarebbe una sorta di Mattarellum bis, con il 75% dei seggi assegnati su base maggioritaria e il 25% su base proporzionale. La novità sarebbe rappresentata solo dal doppio turno, nel quale si farebbe un ballottaggio tra i 2 o 3 candidati più votati di un singolo collegio, sempre a patto che un candidato non prenda il 50%+1 dei voti al primo turno. La quota di seggi su base proporzionale andrebbe invece assegnata con i risultati del primo turno.

In ogni caso, un sistema di questo tipo, non sarebbe esattamente un manna dal cielo per il PD che, con le percentuali attuali e la situazione tripolare che si è venuta a creare, eleggerebbe probabilmente solo una manciata di deputati senza una quota proporzionale.

Alla luce dell'attuale sistema elettorale è incomprensibile la scelta di voler restare all'opposizione a tutti i costi, senza confrontarsi con nessuno; una linea di condotta assurda visto che il PD - pur avendo dimezzato il suo consenso rispetto alle elezioni Europee - è comunque il secondo partito in Italia. Sembra che Renzi sia più impegnato a ricattare il sistema nel suo complesso per aspettare una sua improbabile resurrezione politica, che dovrebbe concretizzarsi quando i disastri degli altri restituiranno dignità al suo lavoro. Un comportamento da "gufi", insomma.

Viene seriamente da porsi un paio di domande: dove vuole andare Renzi? E, soprattutto, cosa vuole farne del Partito Democratico? L'impressione è che Renzi in questo momento pensi sì alla Francia, nel particolare però a Madame de Pompadour, l'amante di Luigi XV, alla quale è attribuita la famosa frase: "Après nous, le déluge", ovvero "Dopo di noi, il diluvio". Non ce ne voglia Renzi, ma non siamo in Francia. Non siamo nel diciottesimo secolo. E, soprattutto, lui non è Luigi XV detto il Beneamato.

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