Genocidio dei Rohingya in Myanmar, ONU: "Aung San Suu Kyi doveva dimettersi"

"Era nella posizione per fare qualcosa. Avrebbe potuto restare in silenzio o, ancora meglio, si sarebbe potuta dimettere"

A pochi mesi dall'inizio della crisi dei Rohingya musulmani in Myanmar, un nuovo rapporto dell'ONU stilato dopo aver condotto centinaia di interviste, parla chiaro: i vertici dell'Esercito devono essere indagati per genocidio nello stato di Rakhine e per crimini contro l'umanità in altre aree del Myanmar.

La parola genocidio non era stata usata in precedenza dall'ONU nel condannare la violenza contro la minoranza dei Rohingya musulmani nel Paese, ma ora i nuovi elementi raccolti consentono all'Organizzazione delle Nazioni Unite. L'Esercito del Myanmar, secondo il nuovo rapporto, avrebbe utilizzato tattiche esageratemente sproporzionate per fermare quelle che erano considerate minacce alla sicurezza del Paese - "Le necessità militari non giustificano mai l'omicidio indiscriminato, lo stupro di gruppo nei confronti delle donne, le aggressioni ai bambini e la distruzione di interi villaggi" - costringendo oltre 700.000 Rohingya a lasciare il Myanmar negli ultimi 12 mesi, proprio per sfuggire alle violenze.

Oggi, mentre l'ONU ritiene che la questione debba arrivare davanti alla Corte penale internazionale dell'Aia, l'Alto commissario dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani attacca in modo aperto il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell'Ufficio del Presidente.

Aung San Suu Kyi, secondo Zeid bin Ra’ad Al Hussein, non avrebbe fatto abbastanza per impedire questo genocidio. Non solo: sarebbe rimasta in carica pur essendo ben consapevole di quanto stava accadendo, appoggiato di fatto l'Esercito:

Era nella posizione per fare qualcosa. Avrebbe potuto restare in silenzio o, ancora meglio, si sarebbe potuta dimettere. Non c'era alcun bisogno che diventasse la portavoce dell'Esercito del Myanmar. Non doveva dire che si trattava di un iceberg di disinformazione. Avrebbe potuto dire: "Guardate, sono pronta ad essere il leader nominale di questo Paese, ma non a queste condizioni. Vi ringrazio, ma mi dimetto e torno agli arresti domiciliari, non posso essere coinvolta in queste violazioni dei diritti umani".

Aung San Suu Kyi non ha replicato alle accuse lanciate dall'ONU - l'Esercito, invece, ha smentito quel rapporto - e proprio ieri il Comitato per il Nobel ha fatto sapere di non poter ritirare l'importante riconoscimento assegnato a Suu Kyi nel 1991.

Aung San Suu Kyi

© Foto Getty Images - Tutti i diritti riservati

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO