
Eugenio Vagni è il cooperante italiano della Croce Rossa rapito il 15 gennaio scorso nelle Filippine insieme ad altri due ostaggi dal gruppo di Abu Sayyaf (lo stesso del sequestro di Padre Bossi), definito gruppo jihadista. Ovvero un gruppo integralista musulmano che pratica la “guerra santa”. Detta così sembra una di quelle situazioni a cui ci siamo abituati, piccoli gruppi sparuti di fondamentalisti che per scopi più o meno materiali sequestrano dei cooperanti.
La maggior parte delle volte però parlare di fondamentalismo islamico è una semplificazione sbagliata e di comodo. Come in questa situazione. A questo proposito infatti la polizia filippina ha annunciato ieri l’arresto di sette persone, con l’accusa di aver fornito informazioni e supporto logistico a Abu Sayyaf. Tre degli arrestati sono ufficiali di polizia: uno di loro è addirittura della Sezione Operazioni di Intelligence. Altri due sono amministratori locali.
Un’ulteriore dimostrazione della vera natura del gruppo armato pseudo-jihadista, creato nei primi anni ‘90 dalla Cia e dai servizi segreti filippini allo scopo di sabotare l’indipendentismo islamico Moro, il Milf, all’epoca così forte da preoccupare sia Manila che Washington. L’operazione fu gestita da un tale Edwin Angeles per conto dell’allora presidente Fidel Ramos.
Terminata questa funzione, l’Abu Sayyaf è diventato un gruppo criminale al servizio di personaggi politici locali che si arricchiscono con i proventi dei sequestri. Come quello di Padre Bossi, che nel 2007 fruttò quasi un milione di euro di riscatto.
Oggi a gestire le trattative con i rapitori di Abu Sayyaf è l’attuale governatore locale, Sakur Tan: un personaggio tanto potente quanto poco trasparente, nemico giurato delle organizzazioni umanitarie e della stampa straniera. Il riscatto chiesto si aggira intorno ai 5 milioni di euro.
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