La manovra secondo i sindacati è pessima. Cgil, Cisl e Uil annunciano: "Manifestazione a gennaio"

Per i sindacati la manovra "taglia su crescita e sviluppo, lavoro e pensioni".

Sindacati manifestazione gennaio 2019 contro manovra governo Conte

La manovra finanziaria del governo Conte non piace ai sindacati che hanno già annunciato una manifestazione nazionale a gennaio 2019 e intanto hanno diramato una nota in cui giudicano con termini durissimi la legge di bilancio.

Cgil, Cisl e Uil in un comunicato congiunto spiegano, intanto, che per il modo in cui è stata approvata in Senato questa manovra "rappresenta una grave lesione alla democrazia parlamentare", poi, entrando nel merito, la giudicano "sbagliata, miope, recessiva, che taglia ulteriormente su crescita e sviluppo, lavoro e pensioni, coesione e investimenti produttivi, negando al Paese, e in particolare alle sue aree più deboli, una prospettiva di rilancio".

Secondo i sindacati confederati nella manovra manca lo sforzo di intercettare le "urgenti e profonde necessità espresse dai territori, dal lavoro, dalle categorie più deboli" e davanti alle difficoltà di giovani, pensionati, lavoratori, disoccupati, "si risponde con la logica assurda e incoerente delle spese correnti e dei tagli al capitale produttivo".

I sindacati accusano anche una drastica riduzione delle risorse per gli investimenti, "bloccando così gli interventi in infrastrutture materiali e sociali", a partire dalla sanità e l'istruzione. Non a caso è stato già annunciato lo sciopero dei medici e dei veterinari per il 25 gennaio.

Cgil, Cisl e Uil lamentano anche una mancata risposta per quanto riguarda gli ammortizzatori e aggiungono che quella del governo Conte è "una legge di bilancio che colloca per il 2020 e 2021 sulle spalle degli italiani un debito di oltre 50 miliardi in virtù delle clausole di salvaguardia, vincolando così anche per il futuro qualunque spazio per interventi espansivi che facciano ripartire il Paese".

Inoltre i sindacati ritengono che questa manovra non qualifichi la spesa e umili l'economia reale e la competitività, schiacciando "la centralità della buona occupazione e del lavoro nelle dinamiche di crescita e di coesione nazionale". E concludono dicendo:

"Lasciare che la politica economica italiana sia ridotta a questo significa condannare il Paese al declino e alla definitiva rottura del suo tessuto sociale e produttivo"

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