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Onu e Governo ai ferri corti. Il punto sulla politica dell'immigrazione in Italia

Pubblicato: 13 mag 2009 da Luca Landoni

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È scontro tra l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e il Governo italiano in materia di politica di immigrazione. Al centro del diverbio l’accordo di cooperazione con la Libia che prevede il respingimento dei barconi verso i luoghi da cui siano partiti, ovvero le coste libiche.

Prima di venire alle ragioni che hanno spinto l’Onu a una linea così dura, chiedendo di «riammettere quelle persone rinviate dall’Italia e identificate dall’Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale», vediamo di mettere ben in chiaro una cosa: non esiste alcuna norma di diritto internazionale a suffragio della richiesta. Il “principio fondamentale di non respingimento” cui fa appello il portavoce Ron Redmond, mutuandolo dalla Convenzione sui rifugiati del 1951, non si applica ovviamente alle azioni svolte in acque non territoriali, e tantomeno in acque di paesi terzi, ove ciò avvenga.

Ricordiamo inoltre che il diritto internazionale ha caratteristiche normative estremamente fluttuanti, specialmente ove tocchi la sovranità decisionale dei singoli stati, e sovente basate sulla consuetudine. Dato che la pratica di respingimento ha innumerevoli precedenti, sarebbe facile opporre alle pretese dell’Onu il diritto consuetudinario e chiudere la vertenza sul nascere. Questo dal punto di vista “legale”.

Venendo invece al buon senso, che è ciò che maggiormente ci preme, ci sono ottime ragioni per le quali il nostro paese deve perseverare nella linea attuale. Siamo infatti di fronte a un flusso migratorio epocale, che non ha eguali in alcuna epoca del passato, e a questo fenomeno non si può più rispondere con i metodi applicati fino a oggi. Serve una nuova politica di rigore, volta a evitare che ogni paese si sovrappopoli oltre le sue possibilità di accoglienza, per domicilio e offerta di lavoro.

Ciò vale per tutti i paesi-obiettivo dell’immigrazione, e tanto più per l’Italia che ha caratteristiche di confine talmente particolari da configurarsi come la porta di accesso dall’Africa all’Europa. Non è un caso che prima di noi Spagna, Grecia e Malta abbiano adottato la linea dura. È questione di sopravvivenza di un paese, e noi siamo gli ultimi ad adeguarci. La maggior parte di coloro che strepitano per questa ragione ha leggi molto più severe delle nostre e farebbe meglio a guardare in casa propria prima di parlare.

Veniamo infine all’argomento maggiormente in voga tra gli oppositori del trattato italo-libico. Si giudica il paese di Gheddafi a rischio in materia di diritti umani, fino a configurare i luoghi di raccolta dei disperati come dei lager. Potremmo opporre il fatto che in questo “paese dei lager” l’Onu vuole organizzare la conferenza sul razzismo, ma non lo faremo, ben consci di come la realpolitik spesso travalichi l’etica (quando ciò fa comodo). Diremo invece che è vero e bisogna attivarsi presso la Libia perché migliori le condizioni dei centri di accoglienza; se però non lo fa non possiamo per questo farci carico noi del problema.

Tutto questo per le ragioni di cui sopra, ovvero che in tal modo torneremmo ad ospitare tutti e ciò non è più possibile per ragioni numeriche e di sicurezza. Il sistema intrapreso, che ricorda per molti versi quello attuato dal Governo Prodi nel 97 con l’emergenza albanese, è ottimo e ben strutturato. Va senz’altro migliorato ma i suoi principi fondanti sono giusti. Sappiamo benissimo che Berlusconi criticò Prodi nel 97 e andò a piangere in Puglia sulle spalle degli immigrati, come mostrato ieri da Ballarò. Ebbene, fece malissimo, anche se la causa scatenante era stata una terribile disgrazia. Nel complesso aveva torto allora come ha torto chi critica il trattato adesso. Questo deve essere chiaro e lampante anche al Cavaliere, le cui ultime dichiarazioni vanno chiaramente lette in questa chiave.

Ultima notazione riguardo al diritto di asilo. È vero, bisogna valutare le richiesta una per una, ma non è più possibile farlo accogliendo tutti per poi setacciare i gruppi a caccia degli aventi diritto. Ciò è stato fatto per molto tempo, con il solo risultato di veder fuggire tutti dai Cie, aggravando il problema. Aggiungiamo che non è nemmeno più possibile accogliere tutti i richiedenti come un tempo, poiché sono semplicemente troppi anche i soli aventi diritto. Si può fare solo a patto che l’Europa intera si faccia carico dell’accoglienza, e che vengano distribuiti in tutti i paesi della Ue.

Serve quindi un sistema che consenta di giungere a questa soluzione prima ancora che gli immigrati partano dalla Libia, per evitare i problemi di cui sopra. Tutto ciò si può realizzare facilmente, cooperando con le autorità del paese africano, per esempio installando degli uffici di funzionari di nazionalità mista presso i centro di accoglienza libici. Questo è il progetto che l’Unione europea può aiutare a realizzare, smistando gli aventi diritto in tutti i paesi aderenti direttamente dal paese di raccolta.

È giusto pertanto che la Libia goda di ogni sovvenzione europea volta a organizzare il sistema in modo umano e razionale. Il che significa niente più lager e affini, ma centri raccolta moderni sovvenzionati dai fondi europei in territorio libico. Questa è la soluzione e qui dobbiamo arrivare, senza prestare ascolto ai lamenti di un’organizzazione come l’Onu che da sempre vive sganciata dalla realtà, spesso perseguendo interessi di comodo.

Foto da Monselice.org

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