Elezioni 2013, epurazione Radicale a sinistra: quando tutto ebbe inizio

Come abbiamo già scritto, il mancato accordo sulle candidature tra il Pd ed i Radicali sia alle elezioni politiche che in quelle regionali per Lazio e Lombardia, potrebbe rappresentare l'uscita definitiva dalla scena politico-istituzionale dei Radicali.

Tutto ebbe inizio il 14 ottobre 2011, quando il segretario del Pd Pierluigi Bersani si legò al dito quel

dissennato voto radicale

sulla fiducia al governo Berlusconi: quel giorno il governo del Cav chiese la fiducia alla Camera ed il Pd decise, come strategia politica, di far mancare il numero legale. I sei deputati radicali eletti nel Pd, cinque perchè l'on. Zamparutti era impegnata in Rwanda, non rispettarono il diktat dei democratici e si recarono ugualmente in aula a votare.

Uno dei pochi organi di stampa a scrivere la verità su quel voto fu proprio Polisblog: i Radicali votarono "No" alla fiducia al governo e, numeri alla mano, non fu certo la loro presenza in Aula (che fa parte, tra l'altro, del ruolo di parlamentare) a garantire il quorum di quella votazione: anche Dario Franceschini fu chiaro su questo:

Alla fine della prima chiama eravamo a 315, quindi i radicali non sono stati determinanti ai fini del numero legale.

La stampa si scatenò in una battaglia feroce che portò, qualche ora dopo, ad un'episodio decisamente increscioso: Marco Pannella preso ad insulti e sputi in piazza Esedra a Roma perchè

servo di Berlusconi, non ha staccato la spina al governo: venduto!

Quel voto radicale è rimasto, nel Pd, come un'onta da cancellare, un affronto che prima o poi i Radicali e Pannella avrebbero dovuto in qualche modo scontare: lo scrive, in modo decisamente diplomatico, il deputato Pd Andrea Sarubbi sul suo sito internet, in un post dal titolo "Le colpe di Pannella":

Coerenza vorrebbe che, a quel punto, i radicali lasciassero il gruppo Pd; invece no, rimangono al suo interno, e nel frattempo non sviluppano un’alternativa politica in vista delle elezioni.

Sarubbi nel suo commento dimentica che i Radicali si erano autosospesi dal Pd un anno e mezzo prima: responsabilità o meno, probabilmente la vicendevole antipatia ha portato ad interrompere i rapporti in modo pretestuoso e, sempre pretestuosamente, ad utilizzare le recenti candidature come leva per l'epurazione definitiva dalla realtà radicale.

Come spiega il deputato Maurizio Turco in una lettera ad Italia Oggi, un secondo punto di disaccordo tra Pd e Radicali si ebbe nell'unica riunione di gruppo fatta in occasione della richiesta di arresto per Nicola Cosentino: i Radicali espressero parere negativo all'autorizzazione all'arresto scatenando le ire di Franceschini secondo il quale

non si poteva nemmeno prendere in considerazione di non votare per l’arresto perché la stampa ci avrebbe massacro. Mentre incredulo, avendo ben letto le carte, abbandonavo l’aula, a voce alta, un ex ministro del Governo Prodi, commentava ironico che è cosí che si difendono i princìpi e non le convenienze.

Quel voto su Cosentino rappresentava dunque per il PD una "convenienza"?

E' questo il senso secondo cui l'autonomia di pensiero dei Radicali è considerata, a sinistra, un ostacolo e non una ricchezza, una garanzia; lo ha detto Francesco Storace (certo di uscire vincitore dalla competizione laziale) a Marco Pannella qualche giorno fa:

è impensabile un Consiglio regionale del Lazio senza i Radicali, che sarebbero gli unici a tenere un controllo accurato sul mio operato di governatore.

E' questo il principio politico che Sarubbi nel suo commento non coglie, attribuendo ai Radicali un atteggiamento di troppa critica nei confronti del Pd durante la legislatura.

Indipendentemente dalle più che legittime posizioni di tutti, il parere di Bersani era chiaro già nell'ottobre 2011:

vadano per la loro strada.

Oggi i radicali, attraverso le "liste di scopo" Amnistia Giustizia e Libertà, devono tentare di raccogliere almeno 30mila firme per non essere definitivamente esclusi dalla vita politica italiana, nonostante l'aver scoperchiato recentemente il vaso di Pandora dei fondi pubblici in Regione Lazio ed aver mostrato il papocchio sulle firme delle liste pro-Formigoni (il famoso "listino Minetti") nelle elezioni lombarde del 2008.

Un'impresa che ha come termine ultimo domenica: sono gli stessi Radicali ad essere allarmati, invitando i cittadini non a votare radicale ma a firmare (potete scoprire dove consultando questo link) per concedere la possibilità alle liste Amnistia Giustizia e Libertà di essere presenti nelle schede il 23 e 24 febbraio, giorno in cui saranno gli italiani (e non i partiti) decidere di che fare dei Radicali.

Un principio sottile da cogliere in un paese in cui disinformazione, personalismi e "convenienze" flettono fortemente, come un giunco al vento, la morale democratica dei cittadini.

Foto | Facebook

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