Avete mai sentito parlare della flexicurity? Si tratta di un termine nato durante le riforme del mercato del lavoro degli anni ‘90 di Olanda e Danimarca, che ambivano a coniugare una maggiore flessibilità con un contemporaneo miglioramento della sicurezza sociale e dell’occupazione.
Possibile? Pare di sì, tanto che l’Unione Europea e l’OCSE l’hanno resa la loro linea politica ufficiale. Non dappertutto però: in Italia flessibilità continua a fare rima con insicurezza e precarietà. Berton, Richiardi e Sacchi (ricercatori del Collegio Carlo Alberto di Torino), in questo ottimo volume si incaricano di spiegare in lungo e in largo le ragioni di questa situazione.
Il loro primo passo è distinguere analiticamente alcuni concetti troppo spesso confusi nel dibattito: flessibilità e precarietà non sono, infatti, sinonimi. E non è neppure vero che la prima implichi la necessariamente la seconda: questo accade, però, in Italia. Per una serie di ragioni che gli autori non mancano di elencare.
Le cause sono almeno tre: in primo luogo, la discontinuità delle carriere, a cui gli atipici sono maggiormente esposti ma che in teoria potrebbe essere compensata da retribuzioni maggiori durante i periodi di lavoro, oppure da forme adeguate di protezione sociale: in Italia però accade esattamente il contrario.
Il secondo problema è infatti l’insufficiente livello delle retribuzioni: oltre a guadagnare tendenzialmente meno del lavoratore tipico, l’atipico riceve effettivamente di meno anche a parità di retribuzione lorda, in quanto escluso da tutta una serie di componenti aggiuntive (Tfr, contributi previdenziali e sociali da parte dell’azienda): un problema che scoppierà in tutta la sua gravità quando questi lavoratori andranno in pensione.
Il terzo chiodo nella bara dei lavoratori atipici è la carenza di tutele sociali a loro disponibili. Come abbiamo notato più volte su queste pagine, infatti, i principali schemi di protezione sociale (per disoccupazione, maternità, pensioni, ecc.) non sono universali, ma tendono ad escludere molti cosiddetti “precari”.
E anche quando la titolarità formale è garantita, le effettive condizioni di accesso sono fatte in modo da favorire sistematicamente i lavoratori anziani e ad escludere gli atipici. Ciò fa sì ad esempio che, come riportano gli autori: “A fronte di più del 90% dei tipici, riescono ad ottenere una qualche indennità di disoccupazione solo il 60% dei lavoratori a tempo determinato e la metà dei Cfl e degli interinali”
Tutto questo in barba alle affermazioni del Presidente del Consiglio Berlusconi, che ama ripetere di tanto in tanto che “Oggi non c’è nessuno che avendo perso il posto di lavoro sia lasciato solo dallo Stato” o del popolarissimo ministro Brunetta, che questa primaverà affermò che l’Italia aveva i migliori ammortizzatori sociali d’Europa.
Esistono soluzioni a questa fosca situazione? Secondo gli autori sì, e passano attraverso un grande sforzo riformatore, che tocchi i seguenti punti: istituzione di aliquote contributive uniche, di un salario minimo orario e di un’indennità di terminazione validi per tutti i lavoratori.
E ancora, per quanto riguarda il welfare: riforma degli schemi di malattia e maternità e - soprattutto - delle indennità di disoccupazione, per la quale gli autori presentano un menù di tre proposte tra cui il legislatore potrebbe scegliere, tutte accomunate però dalla volontà di passare dall’attuale sistema discrezionale inquinato da interessi politici e delle parti sociali a uno in cui ai lavoratori vengano attribuiti diritti certi ed esigibili.
La convergenza tra le analisi contenute in questo ottimo volume e quelle degli economisti Boeri e Garibaldi, del sociologo Emilio Reyneri e del giuslavorista Pietro Ichino mostrano che il tanto vituperato mondo dell’università e della ricerca italiano il suo lavoro l’ha fatto: ha elaborato una diagnosi condivisa della situazione, e ha indicato al legislatore le possibili vie d’uscita.
E’ la politica, invece, ad avere dei grossi problemi a farsi carico dei problemi importanti del paese.
Flex-insecurity. Perchè in Italia la flessibilità diventa precarietà
Fabio Berton, Matteo Richiardi, Stefano Sacchi
Il Mulino 2009,
pp.352
€ 28,00
vassant69
12 ott 2009 - 10:58 - #1Dietro gli slogan e la demagogia, l’amara realtà!
asterio
12 ott 2009 - 11:09 - #2Questo governo non ha tempo per queste bazzecole, deve bloccare la macchina giudiziaria (già di per se lenta) vendicare l’affronto subito dal cav. con la bocciatura del lodo, creare nuove leggi per garantire la stessa impunità, legalizzare la maffia, insultare i comunisti.
Queste sono tutte cose molto più importanti che occuparsi della situazione del lavoro in Italia.
… e un 40 % degli italiani li votano pure questi caproni…. I have no words
Scappare
12 ott 2009 - 11:27 - #3in italia esiste solo la precarieta’ a vita!!! altro che flessibilita’!!
emanuele777
12 ott 2009 - 11:31 - #4ma che dite! questo libro sputt*na l’italia, è da vietare!
asterio
12 ott 2009 - 12:04 - #5L’italia si spu.tt.ana già da sola, senza bisogno di libri aggiuntivi.
Mr Lorenz
12 ott 2009 - 12:11 - #6Mi trovo incredibilmente d’accordo con tutto.
Ci metterei pure l’abolizione dell’Art 18 sostituito da buonuscite di 2 anni….e pensare che voto a Sinistra
emanuele777
12 ott 2009 - 12:14 - #7@ aterio
ero ironico…
Albert1
12 ott 2009 - 12:15 - #8Auspicherei una pubblicazione internazionale di questo volume, magari aiutata da una diffusione gratutita di alcune copie.
Così all’estero capiscono che qui non c’è trippa per gatti e abbattiamo finalmente parte del fenomeno dell’immigrazione ;)
Giulio Polisblog
12 ott 2009 - 12:48 - #9@8:
mi sembra che la diffusione gratuita dovrebbe essere fatta più che altro in Italia…
Albert1
12 ott 2009 - 12:48 - #10…ammazza che rosiconi ! Uno manco pò fà ‘na battuta…
Albert1
12 ott 2009 - 12:50 - #11Giulio: possibilmente nelle sedi dei principali sindacati.
Mr Lorenz
12 ott 2009 - 12:51 - #12http://finance.yahoo.com/news/British-PM-Brown-to-announce-apf-749679576.html?x=0&sec=topStories&pos=1&asset=&ccode=
Intanto Gordon Brown parte con un piano di privatizzazioni da paura
Giulio Polisblog
12 ott 2009 - 13:00 - #13@11:
certo! ma perchè limitarci a questo?
- nelle sedi dei sindacati
- nelle case di quegli elettori di sinistra che vedono qualsiasi possibile riforma come un “attacco ai diritti”
- tra il pubblico della Festa delle Libertà che appluade a scena aperta Berlusconi quando afferma (mentendo) che tutti quelli che perdono il lavoro vengono tutelati dallo Stato
- nelle case di quel 58% di italiani che rende “Ministro più amato d’Italia” uno che afferma che “i nostri ammortizzatori sociali sono i migliori d’Europa”
la lista potrebbe essere lunga.. suggerimenti?
Mr Lorenz
12 ott 2009 - 13:19 - #14Piccolissimo OT, nemmeno poi tanto
Io ho provato (quando lavoravo per una ditta che lavorara “a progetto”, prima che la mia carriera prendesse un’altra strada) a diventare un lavoratore “flessibile” cosi’ come lo intendono in Europa
La tua paga e’ si’ strutturata con un rate giornaliero piu’ una daily allowance.
Ti possono si’ sbattere fuori con 10 gg di preavviso, e normalmente il tuo orizzonte temporale e’ di 2 anni e poi si riparla di rinnovo, e ti possono spedire dove vogliono loro nell’ambito di alcune aree geografiche.
Ma la tua paga oraria e’ quasi 3 volte superiore a quella di un lavoratore dipendente, si arriva a 5 volte se ti prendi cura da solo di tutti gli aspetti burocratici (assicurazoni, previdenza, fisco, etc)
Il tutto senza avere partita iva. Basta un passaporto e aprirsi un conto in banca. Come dire….ok, accetto il rischio, ma ne voglio i benefici.
Giulio Polisblog
12 ott 2009 - 13:22 - #15@14:
mi sembra che non avresti potuto dire cosa più IN Topic!
Mr Lorenz
12 ott 2009 - 13:30 - #16Grazie Giulio. Ma in Italia una situazione del genere e’ utopia. Per troppi motivi.
Pensa che fosse per me spingerei per una legislazione armonica e ammortizzatori sociali a livello europeo (visto che c’e’ la libera circolazione dei lavoratori….)
andreami
12 ott 2009 - 13:31 - #17In vari paesi del nord europa il lavoro “determinato” viene sistematicamente pagato di piu’ del lavoro indeterminato. Se non viene offerta garanzia durata del lavoro o il lavoratore deve farsi carico di mezzi o formazione allora viene pagato di piu’ del corrispondente dipendente fisso.
Da noi invece la flessibilita’ e’ stata introdotta come “ricattabilita’”: se vuoi lavorare lavori per meno soldi, comunque per lo stesso tempo di dipendente e con gli stessi orari, senza malattie e quattordicesima, generalmente se continuativo devi avere piva con relativi costi, e se possibile vieni pagato quando pare al datore di lavoro perche’ tanto sei mesi dopo se ti lamenti per uno dei precedenti motivi non vieni richiamato.
vassant69
12 ott 2009 - 13:41 - #18So di precari che hanno votato per silvio: credo si chiami “sindrome di stoccolma”.
…
…
E comunque nemmeno il cs ha fatto qualcosa per porre rimedio alla legge 30…
Mr Lorenz
12 ott 2009 - 13:42 - #19Mazza, in UK i labour sono al potere dal 1997…..
Albert1
12 ott 2009 - 15:57 - #20Giulio: già… colpa ovviamente del governo. Eh sì. “Maanche” di quello prima, e di quello prima ancora, e poi ?
Quando ho parlato di sindacati, non l’ho fatto a caso: non fare l’errore di scambiarmi per il solito “berluscone” medio cui sei abituato ;)
_Marco_
12 ott 2009 - 16:06 - #21Albert1: puoi andare indietro di un bel po. Tanto son 15 anni che abbiamo SB quasi no_stop.
da quando lo votai io stesso 15 anni fa con la promessa (anzi il contratto) di abbassare le tasse.
Se lo fa veramente torno addirittura a votarlo
MetalSho
12 ott 2009 - 16:31 - #22@Albert1
Guarda che l’ultima mazzata vera al precariato l’ha data berluscojone con la scusa di “dare la possibilità hai giovani di essere indipendenti e versatili”. Peccato che in tutti gli stati civili l’indipendenza lavorativa viene valorizzata, tutelata e ricompensata… tutte cose che si è dimenticato di garantire.
Non che la sinistra abbia mai fatto nulla di buono (di solito dà le mazzate ai liberi professionisti), ma chi ha creato la nazione del precariato è il tuo caro nano.
sandokan71
12 ott 2009 - 16:44 - #23Si scrive “perché” e non “perchè”.