
Le dichiarazioni di ieri del ministro Tremonti sulla necessità di tornare al “posto fisso” sono in totale contraddizione con le posizioni e le politiche dei governi di centrodestra degli ultimi 15 anni, come abbiamo dimostrato. Ma magari si trattasse solo di incoerenza!
Il fatto è che la posizione del “nuovo” (ancora non si sa per quanto) Tremonti è proprio sbagliata. Solo qualche giorno fa mi sono infatti sforzato di spiegare su queste pagine, nella recensione dell’ottimo volume “Flex-insecurity”, edito da Il Mulino, che la flessibilità non genera necessariamente precarietà.
Paesi come l’Olanda e la Danimarca hanno considerevolmente flessibilizzato il lavoro negli anni ‘90, ma hanno accompagnato queste riforme con un appropriato adeguamento delle tutele del lavoro, del welfare e degli ammortizzatori sociali. Il risultato è quel sistema di Flexicurity che è divenuto la politica ufficiale dell’UE e dell’OCSE.
In Italia le cose sono andate diversamente: abbiamo avuto la flessibilità, ma non tutto il resto. Il risultato? Precarietà e insicurezza. O Flex-insecurity, come sostengono Berton e colleghi.
L’Italia è rimasta - per così dire - in mezzo al guado: si è mossa nella direzione di una minore rigidità della regolamentazione del lavoro, come la quasi totalità dei paesi sviluppati. Però non ha adeguato tutto il resto: è qui - e non tanto nella flessibilità in sè - che sta l’origine della piaga della precarietà nel nostro paese.
Un altro dettaglio è poi di fondamentale importanza: le innovazioni sono state introdotte nel mercato del lavoro del nostro paese “al margine”. In altre parole, chi già aveva un lavoro “tipico” (contratto a tempo indeterminato, ecc.) all’epoca delle prime riforme (circa 1995-1996) non ha visto la tutela del proprio lavoro diminuire. Il famoso articolo 18 - tanto per fare un esempio - non è stato toccato.
Il peso della flessibilità (e quindi, nel contesto italiano, della precarietà), si è riversato prevalentemente su chi è entrato nel mercato del lavoro successivamente, ovvero sui giovani. E’ per questo che si parla di mercato del lavoro duale.
Nel corso degli anni, moltissimi sono stati gli appelli a correggere questa situazione. Da parte della comunità scientifica innanzitutto: economisti come Boeri e Garibaldi, sociologi come Reyneri, per non ricordare i già citati Berton, Richiardi e Sacchi.
C’è poi Pietro Ichino, giuslavorista e deputato PD, autore di proposte di legge che muovono in direzione della Flexicurity. Lo stesso Partito Democratico che in campagna elettorale propose l’istituzione di un salario minimo di 1000 euro per i precari, e che successivamente - in piena crisi - argomentò la necessità di istituire un assegno di disoccupazione unico (che coprisse anche gli atipici, spesso esclusi da ogni tutela).
Le risposte da parte del centrodestra? Comprese in un range tra la totale indifferenza e lo sberleffo. E così l’Italia e i suoi giovani sono rimasti “in mezzo al guado”, come dicevamo all’inizio.
Fino alla fulminazione sulla via di Damasco del ministro Tremonti di ieri: il quale sembra aver rinunciato a raggiungere l’altra sponda, e aver deciso di uscire dall’acqua tornando indietro, verso il sicuro approdo del “posto fisso”.
Non c’è ovviamente nessuna irreversibilità nella storia, nè nella società: tuttavia, quando si propone un obiettivo in totale controtendenza non solo con le politiche di tutti i governi italiani della Seconda Repubblica, ma anche con le evoluzioni di tutti i paesi occidentali, si dovrebbe avere il buon gusto di argomentare a fondo il come, il quando e il perchè.
Altrimenti, si dà l’impressione di essere unicamente alla ricerca di facili consensi da parte di un popolo troppo smemorato e troppo male informato per accorgersi del fatto che lo si sta prendendo per i fondelli. E infatti - mentre i sindacati plaudono ironicamente (ma neanche tanto) alla svolta - il 62% dei lettori di Repubblica si dice d’accordo con Tremonti.
Ce n’è abbastanza per concordare proprio con il solito Ichino che, intervistato da Il Mattino, ha commentato:
Vedo più che altro, in queste uscite estemporanee dei nostri ministri, la smania di catturare a tutti i costi l’attenzione dei media. È la politica dell’annuncio quotidiano; che poi esso sia poco coerente con ciò che il Governo fa in concreto, per esempio con la politica del Governo di massima espansione dei contratti a termine, di conservazione del regime di apartheid tra protetti e non protetti, a loro importa pochissimo
Foto | Flickr.
Mr Lorenz
20 ott 2009 - 10:39 - #1Giulio, potrei solo ribadire quanto detto in altri post, oltre a segnalare che oggi l’Istat ha certificato che l’Italia e’ ancora pesantemente impantanata nella recessione, alla faccia degli annunci trionfalistici di pochi giorni fa
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/10/istat-fatturato-industria-agosto.shtml?uuid=74e91536-bd4f-11de-b058-134702f6b78b&DocRulesView=Libero
Il motivo? E’ appunto la mancata flessibilita’. Altrove le aziende tagliano i costi in maniera agile, fanno una trimestrale pessima (causa costi dei “severance packages”) e quando la ripresa arriva davvero, riassumono e reinvestono.
Da noi tutto e’ shiftato di quasi un anno, grazie all’Art 18 e alla cassa integrazione. I licenziamenti arrivano quando il resto del mondo ha ricominciato a assumere, e quando si tratta di investire, nessuno sceglie l’Italia, causa impossibilita’ di “seguire l’onda”. Risultato? A ogni ciclo economico perdi posizioni.
ugo manetta
20 ott 2009 - 10:56 - #2Mentalmente abbino questa dichiarazione di Tremonti con le dichiarazioni, se non sbaglio di Padoa-Schioppa, di qualche anno fà sui famosi “bamboccioni”. Prima si cercava di buttarli fuori di casa per far muovere un pò di soldi e creare un pò di dinamicità al mercato, ora si tenta disperatamente di riportarli a casa da mammà per tornare ad avere un minimo di sicurezze.
Il denominatore comune di queste dichiarazioni è: lo stato non ce la fà. Per favore fatelo voi al posto suo.
winkiller
20 ott 2009 - 10:58 - #3@Mr Lorenz
Quindi la tua posizione suggerirebbe di fare una strage di dipendenti per rilanciare le imprese?Tutto questo non rilancia l’economia, serve solo a sanare i bilanci delle aziende temporaneamente, creando un’ondata di disoccupazione che, a maggior ragione, porta i consumi a stagnare procrastinando la fine della crisi. La crisi è superabile solo se i consumatori (tutti noi) hanno costante disponibilità di risorse economiche da spendere, generando ricavi per le aziende.
In secondo luogo, non capisco perchè questa crisi, generata dalla scellerata gestione dei capitali fatta dalle aziende (in particolare le spa) debba essere pagata col sangue da lavoratori dipendenti che di sicuro non hanno alcuna responsabilità sulle cause. Che si cominci a mandare a casa i super-managers che per anni si sono auto assegnati bonus milioniari senza aver di fatto combinato nulla di concreto.
MarioX
20 ott 2009 - 11:00 - #4Dire che non c’è ripresa perchè non c’è flessibilità mi pare dirla grossa; dire che la flessibilità è la panacea di tutti le crisi è dire un’enormità.
Mi stupisco sempre come in Italia le riforme inizino sempre dal basso, sempre dalla parte del più debole, il lavoratore, perchè per arrivare alla flessibilità sul lavoro che si realizza altrove, è prima necessario che si realizzino tutte le pre-condizoni perchè sia conveniente a tutti, e non solo ai datori di lavoro, che si abbia la flessibilità.
Lo Stato italiano riesce ad erogare gli stessi servizi erogati dagli altri paesi con la stessa qualità? No, ma intanto abbiamo realizzato il passo finale, abbiamo liberalizzato il mercato del lavoro. Un pò come costruire il ponte di Messina, ma non poterci salire perchè la Reggio - Salerno è in perenne costruzione e le strade in sicilia le strade franano.
Un ultimo appunto; la mia ex azienda non assumeva più, perchè era più conveniente far lavorare a progetto neo-laureati e lavoratori esperti (40-50 anni), lasciati a piedi da multinazionali che delocalizzavano. Spero che non capiti mai a voi.
Mr Lorenz
20 ott 2009 - 11:14 - #5Winkiller
Ho detto l’opposto. Ho detto che al posto di prolungare all’nfinito le case integrazioni (ovvero pagare i lavoratori per stare a casa) si dovrebbe pensare a come rendere “morbidi” i periodi di uscita dei lavoratori dal mondo del lavoro.
Esempio? Sussidio minimo di disoccupazione esteso a tutti. Dare la possibilita’ alle aziende di licenziarti pagandoti 18 mesi di stipendio. Smettere di socializzare le perdite e mettere i soldi in tasca ai lavoratori (cuneo fiscale, ti dice nulla)?
Oppure lascamo tutto cosi’ com’e’ e continuiamo a raccontarci che in Italia abbiamo una disoccupzione piu’ bassa del resto d’Europa, salvo poi scoprire che la nostra percentuale di inattivi e’ doppia rispeto ad altri paesi
Pigi
20 ott 2009 - 11:42 - #6Le pensioni sono la nostra palla al piede.
Non è che l’Italia spenda meno degli altri nel welfare, ma spende soprattutto in pensioni e rimane poco per gli ammortizzatori sociali. Purtroppo quando si parla di alzare l’età pensionabile saltano su i soliti a sinistra e destra, per cui le risorse per sostenere i redditi dei precari non ci sono e difficilmente ci saranno.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci si trova solo nella bibbia.
ice
20 ott 2009 - 12:10 - #7@ redazione
3 articoli stamattina tutti sulla virata populista di facciata del Tremonti (lo stesso che in Itlia quando al governo è stato paladino della finanza creativa)
non sarebbe il caso di riunirli anche per dare unità al confronto tra i lettori
paolo0101
20 ott 2009 - 14:07 - #8x Mr Lorenz
Ogni tanto si trovano delle assonanze. Anche per me il posto fisso è una conquista perché può dare più prospettive e stabilità ad un progetto di vita.
Quello che non condivido è considerare il posto fisso come posto “eterno”, sganciato dal rendimento, dalla volontà di migliorare, dalle esigenze dell’azienda.
Il posto fisso deve offrirti una maggior “morbidezza” in uscita, con incentivi anche non proprio condivisi. Ma questa elasticità in uscita renderebbe meno problematico per le aziende assumere sapendo che non “sposeranno” i propri collaboratori.
Mr Lorenz
20 ott 2009 - 14:11 - #9Paolo
senza contare che i megascivoli (prepensionamenti) che ormai arrivano anche a 5 anni sono, a mio parere, a tutti gli effetti un modo per socializzare (scaricare sulle spalle dei contribuenti) i costi delle ristrutturazioni aziendali