Recensione: “Autobiografia di una repubblica” di Guido Crainz. Le radici della crisi attuale

Credo che siano molti, al di là degli schieramenti, gli italiani che considerano negativamente la piega presa dalla nostra democrazia negli ultimi anni: populismo, sfiducia sempre crescente verso la “casta” politica, incapacità di crescere e di guardare al futuro, non solo dal punto di vista economico.

Se vi capitato spesso di chiedervi: “Ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?” allora questo libro di Guido Crainz (docente di Storia Contemporanea all’Università di Teramo) fa decisamente per voi.

Crainz esordisce facendo un po’ di chiarezza: le radici della situazione ordierna non vanno cercate in “vizi plurisecolari” o in tare sociali dell’“italiano tipo”. “Si può prescindere dal Cinquecento”, dunque, perché le cause vanno cercate molto più vicino a noi, nella storia della Prima Repubblica Italiana nata nel ’45, e in particolare nella sua traumatica scomparsa dopo Tangentopoli.

I problemi cominciano infatti con il fascismo, che dovrebbe essere considerato non solo, come spesso si è fatto, come un rivelatore di malesseri precedenti, ma anche come un potentissimo incubatore di malattie che infetteranno poi in profondità la storia della Repubblica: una fra tutte, il perverso rapporto tra cittadini, partito/i ed enti pubblici.

Non mancano poi i passi falsi nel dopoguerra, che costituiscono per Crainz altrettante occasioni mancate, bivi in cui la storia della penisola ha preso la direzione sbagliata: la mancata svolta del PCI nel ’56, ad esempio, ma anche l’emarginazione del “mondo laico” dalla guida del paese (un punto su cui si è concentrato tra gli altri Massimo Teodori).

E ancora: gli esiti deludenti dei primi governi di centrosinistra degli anni ’60, in particolare sul fronte della riforma fiscale e di quella urbanistica, che sancirono nella coscienza collettiva che “lo sviluppo nel nostro paese non si coniuga con la definizione di regole collettive”, finendo contemporaneamente per svalutare il riformismo tout court come modello di governo.

Il punto di vista dell’autore è più o meno apertamente schierato: Crainz guarda alla storia d’Italia “da sinistra”; non per questo, tuttavia, fa sconti ai partiti progressisti italiani, di cui viene ben messo in evidenza il lento declino a partire dalla fine degli anni ’70.

Le cause? L’incapacità del PCI di interpretare i cambiamenti in atto, e il suo privilegiare la ricerca di equilibri formali tra partiti al lavoro sui contenuti della propria proposta. Tutti vizi che la sinistra italiana si porterà dietro fino ad oggi, con conseguenze, come ben sappiamo, nefastissime.

Ma ce n’è anche per il PSI di Craxi, protagonista assoluto di quegli anni ’80 in cui la crisi della Prima Repubblica si approfondisce drammaticamente: e Crainz è assolutamente nel giusto quando mette in forte rilievo il ruolo di quel decennio nel processo di “costruzione degli italiani” di oggi.

Uno degli argomenti centrali del libro è infatti che l’”assalto allo Stato” di cui si rende responsabile la Prima Repubblica vede in realtà protagonista, oltre ai partiti, anche la cosiddetta “società civile” italiana.

Con Tangentopoli, prevarrà però la “tendenza della società italiana ad autoassolversi e a riversare ogni colpa sul ceto politico”: un fatto che avrà pesanti conseguenze sulla mancata “redenzione” del paese negli anni successivi.

Il libro di Crainz ha moltissimi pregi, e fornisce una diagnosi lucida ed impietosa di cui si sente grande bisogno. Non è esente tuttavia da qualche difetto: si pone domande molto (forse troppo) ambiziose, alle quali, nella conclusione, non riesce poi a rispondere del tutto, dopo essersi dilungato in una parte centrale che spesso sa più di noioso ripasso della storia italiana del ‘900.

Puntuale quando si tratta di rendere il senso delle vicende politiche, l’autore tende poi invece a trattare con una certa faciloneria i processi di cambiamento della società italiana: si veda ad esempio la superficialità con cui viene affrontato il “riflusso nel privato” di fine anni ’70 e la sottovalutazione dell’emergere dell’Italia delle piccole imprese.

Infine, manca del tutto un tentativo di situare “l’anomalia” italiana rispetto al suo termine di paragone, ovvero l’evoluzione di quell’Europa che ormai ne costituisce il contesto imprescindibile di riferimento. Farlo avrebbe invece aiutato l’autore e i lettori a distinguere quanto delle nefaste tendenze odierne è pura eccezionalità e quanto invece è solo esasperazione di tendenze presenti anche altrove.

Nel complesso, tuttavia, un opera assolutamente brillante nella sua sinteticità, consigliatissima a chiunque si trovi a disagio nel vedere come si è ridotta la nostra “povera patria”. Avvertimento ai deboli di cuore, però: il libro si chiude con una nota di pessimismo assoluto sulle prospettive future. Nonostante questo, assolutamente da leggere.

Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale
Guido Crainz
Donzelli editorepp.241,
€ 16,50

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