Silvio Berlusconi specula su Haiti. Sul posto l’inviato Guido Bertolaso

pubblicato da giovanni molaschi – orientamento politico: Orientamento politico
categorie: Silvio Berlusconi Il fatto della settimana



Silvio Berlusconi non è certo un eccellente statista. L’assenza di doti attribuibili a questo tipo di professione, di cui fa semplicemente la satira, riesce a mascherarle grazie alla comunicazione. Veloce. Immediata. Invidiata da buona parte dei suoi avversari politici che spesso non sono neanche dei buoni amministratori.

Silvio poco prima di ogni campagna elettorale, poco importa se sia finalizzata ad un Comune o all’Europa, propone al suo pubblico un progetto in grado di conquistare anche il compratore più diffidente.

Nel 2002, giusto per fare un esempio, inventò il poliziotto di quartiere che (come documentato ieri da La Stampa) scomparve poco dopo. Oggi. Nel 2010 alza l’asticella e ai suoi telespettatori propone un moderno reality show. Per Haiti partirà infatti Guido Bertolaso.

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Il Capo della Protezione Civile sarà sul posto per accertarsi che i contributi inviati dall’Italia siano effettivamente destinati alla popolazione locale parodia vivente del programma televisivo di Simona Ventura.

E speculazione fu. Definitivamente. Prima di Silvio solo Franco Frattini è riuscito a far peggio annunciando l’annullamento del debito non sapendo forse, come sosteneva ieri Il Fatto, che questo provvedimento era già stato preso.

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Commenti dei lettori

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  • Profilo di garcetto

    garcetto

    20 gen 2010 - 09:11 - #1
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    bravo, bell’ articolo. ho letto anche io del poliziotto di quartiere. vergognoso, non hanno fondi!
    questo mi ricorda una puntata di presa diretta di qualche settimana fa sulle volanti a roma.

  • Profilo di sorgente-pura

    sorgente-pura

    20 gen 2010 - 09:24 - #2
    1 punto
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    ?????

  • Profilo di nicciolo

    nicciolo

    20 gen 2010 - 09:44 - #3
    0 punti
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    sono dei cialtroni che ‘mangiano’ e marciano sull’ignoranza e la disinfornazione della gente!m….e

  • Profilo di chico-mendez

    chico-mendez

    20 gen 2010 - 09:52 - #4
    -1 punto
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    Quindi Bertolaso sul posto, all’Aquila chi ci mandiamo Bondi?….qualcuno spieghi a Bondi che non e’ un’aquila e che quindi quella non e’ una citta’ a lui dedicata :)

  • Profilo di nchomsky

    nchomsky

    20 gen 2010 - 11:12 - #5
    -4 punti
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    Bertolaso e la “superprotezione” civile:
    -UN’INCHIESTA FA CHIAREZZA-
    Libertà di spesa, bilanci secretati, ampia facoltà di azione. Un dl ora trasformerà l’agenzia in società per azioni. Che gestirà ogni tipo di grande evento, dai terremoti ai party di Stato

    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/01/20/news/bertolaso_protezione_civile-2012264/

  • Profilo di enrico-xc

    enrico-xc

    20 gen 2010 - 12:08 - #6
    1 punto
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    siete caduti veramente in basso…
    VOI speculate su haiti, come si fa a dire che mandare bertolaso ad aiutare quei disperati sia speculazione?
    queste cose fanno della sinistra nel suo complesso un manipolo di perdenti, incapaci di proposte, vi meritate il fallimento che ottenete ormai da anni.

  • Profilo di stefano1966

    stefano1966

    20 gen 2010 - 13:02 - #7
    2 punti
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    Leggendo l’articolo mi scapperebbe da ridere.
    Poi penso ad haiti e non rido più.

    Va bene essere in campagna elettorale,ma giorno dopo giorno cadete sempre più in basso.

  • Profilo di valkiro

    valkiro

    20 gen 2010 - 13:42 - #8
    0 punti
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    Fate proprio ridere, non sapete più a cosa aggrapparvi per parlar male di Berlusconi, se non faceva niente si doveva vergognare, se fa qualcosa si deve vergongare, non siete capaci di essere obbiettivi e di usare la testa prima di scrivere.
    Nel caos che c’è ad Haiti in questo periodo mandare una persona dalle grandi capacità praganizzave e non solo riconosciute a livello mondiale come Bertolaso è un’operazione giusta, piuttosto si dovrebbe criticare l’atteggiamento americano dove il governo vuole gestire in solitario le operazioni.

  • Profilo di nchomsky

    nchomsky

    20 gen 2010 - 17:02 - #9
    -1 punto
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    PORT-AU-PRINCE - La fortuna ha sempre buona mira. Perché non è vero, alla fine, che il più tremendo terremoto della storia di Haiti l’ha distrutta tutta: un pezzettino della capitale Port-au-Prince si è salvato. Al cento per cento. Come ci fosse un vetro antiurto in mezzo: fin qui macerie, morte e distruzione ovunque; poi giri un angolo, e da lì in poi niente. Non nel senso che non ci sono vittime: non è caduta una tegola. I bar stile coloniale sono aperti, i ristoranti pure, persino il sottilissimo campanile della chiesa di Saint Pierre è intatto fino alla cima. E i più fortunati tra i fortunati continuano ad aprire il cancello ai visitatori mandando avanti un gentile cameriere in divisa: né più né meno che prima di una settimana fa.

    Benvenuti nella «upper» Petionville: quella dei ricchi, degli stranieri, delle ville col parco e dei Suv. Sotto di loro, a perdita d’occhio in fondo alla valle, Port-au-Prince è una tendopoli con mezzo milione di disperati in cerca di vita. Ma nella Petionville alta no: qui la vita continua. Senza scosse. Non è stata questione di edilizia ricca o povera: altri quartieri se non altro benestanti della capitale, per esempio la upper Turgeau, la loro razione di distruzione l’hanno democraticamente ricevuta. E la parte bassa della stessa Petionville, una collina che in pratica chiude la città a sud-est, è sbriciolata come tutto il resto. È proprio che il sisma, per un gioco orografico dei suoi, sembra essere rimbalzato indietro prima di arrivare in cima: e così, lassù, tutti salvi. Uno di loro è un italiano con una sua storia. Si chiama Edilio Cipriani, ha settant’anni, e a Port-au-Prince arrivò nel ’98 con due soci per mettere a frutto, dopo disavventure familiari complesse, la sua esperienza precedente coi gelati: la sua vecchia ditta italiana è quella che forniva la miscela, a suo tempo, per fare la panna del più popolare cornetto del mondo. Adesso divide la proprietà della più grande gelateria dietro Place Saint Pierre: il Fior di Latte.

    «Ne avevo appena aperta una uguale anche giù in basso, all’inizio di Petionville. Ma quella è rimasta sotto le macerie: questa qui invece non ha un graffio. Una bella fortuna». Non gli era andata sempre così: sua figlia, che lo aveva raggiunto qualche anno fa, si è vista ammazzare un amico di fianco nel 2004 ed è scappata da Haiti il giorno dopo. «Allora - dice Cipriani - erano cose all’ordine del giorno anche quassù. Adesso va molto meglio. Peccato per tutti quei poveretti rimasti sotto il terremoto…». Il grande giardino della piazza è occupato da una folla che solo apparentemente è simile all’umanità dolente di tutta l’altra Port-au-Prince: certo, dai quartieri vicini sono venuti in molti per cercare anche in questo grande spiazzo un posto dove stare, e accendere un fuoco. Ma la connotazione complessiva resta quella di prima: un mercato. La bancarella più grande vende mazzi di fiori. Bellissimi. Diversi li comprano. Anche il grande complesso di La Clos, su un altro fronte della vallata, se l’è cavata un po’ meglio di altri: anche se la serie di ville del parco, come mostra il proprietario Frantz Liautaud, avrà bisogno di qualche ristrutturazione. Ingegnere civile nato a Haiti ma cresciuto tra Europa e Usa, è uno di quelli che pur avendone tutti i mezzi non se ne andrà: «Forse questo disastro, per quanto doloroso, era l’unico modo per dare ad Haiti un futuro. Ora è tabula rasa: c’è una chance di ripartire».

    Nel parco, tra i campi da tennis e la piscina, sono accampati altri che abitavano appena più giù, e che la casa l’hanno persa. Come Joseph Slow, giovane economista della Soge Bank: «Per Haiti è finita - dice - almeno per i prossimi anni». Fuori da Port-au-Prince, costeggiando il mare, anche i piccoli villaggi della pianura si succedono al ritmo di uno ogni dieci-quindici chilometri, con le loro puntuali case distrutte: dove esistevano case e non baracche. Fino a Kaliko Beach, il resort extralusso - per gli standard di qui - dove i funzionari dell’Onu e gli stranieri venivano a rilassarsi tra un impegno e l’altro: neanche un graffio neppure quello, anche il Veuve Clicquot è lì al suo posto, per 153 dollari la bottiglia, così come staff e concierge in divisa. «Da martedì scorso però - spiega il manager Joel Thebaud - i clienti sono effettivamente pochi. Se non cambia qualcosa dovremo chiudere».

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