La disoccupazione giovanile è colpa di troppa istruzione?


E così, il tasso di disoccupazione giovanile è al 30%. Difficile in queste condizioni (ma non impossibile), insistere sull’orrido stereotipo dei bamboccioni, che restano a casa perché viziati e privi di virtù. Tuttavia c’è un modo,ben più raffinato, di dare ai giovani anche la colpa della propria disoccupazione: un argomento che – ahinoi – fa molto presa sulla mentalità degli italiani.

La spiegazione diffusa recita più o meno così: “Si è alzato troppo il tasso di istruzione, e quindi i giovani non vogliono più fare gli umili e sani lavori di una volta. Pretendono troppo: ecco spiegata la disoccupazione”.

Come in tutte le spiegazioni di senso comune, c’è molto di vero in questa ricostruzione dei fatti. Eppure, come spesso accade, ancora di più è quello che le sfugge: lo vediamo dopo il salto.

Cominciamo col notare un dato che getta un primo dubbio su questa ricostruzione: l’Italia è tra i paesi europei con il tasso di disoccupazione giovanile più alto ma anche, allo stesso tempo, tra quelli dove il livello di istruzione si è alzato di meno negli ultimi decenni.

Come spiegare questo apparente paradosso? Con l’arretratezza del sistema produttivo italiano: le tanto lodate piccole e medie imprese dello stivale, ad esempio, sono spesso specializzate in settori manifatturieri che hanno fatto volare il paese in passato, ma che difficilmente riescono a trainarne l’economia oggi.

Settori in cui la competizione si fa più sul costo della forza lavoro che su innovazione e ricerca. Questo spiega da un lato perché ci sia scarsa domanda di lavoratori qualificati, ma dall’altro anche le ragioni della crescita zero sperimentata dall’Italia negli ultimi 15 anni.

Sul primo fronte, questo stato delle cose fa sì che un’enorme quantità di capitale umano – quello dei giovani altamente istruiti – vada sprecato. Attraverso la disoccupazione, il ripiegare verso lavori sottoqualificati o la famosa “fuga dei cervelli” all’estero.

C’è una storiella emblematica, che circola tra chi studia l’imprenditorialità in Italia, che rende bene l’idea di questa situazione: è quella dell’imprenditore brianzolo con due figli, un maschio e una femmina. Il primo eredita la direzione della “fabbrichetta” di famiglia, ma smette di studiare relativamente presto.

Sua sorella invece, non destinata alla successione, viene mandata a studiare management alla Bocconi. E così finisce per portare le sue conoscenze – e il suo potenziale di innovazione – in un’altra azienda, magari all’estero. Mentre l’impresa del fratello soffre sempre più la concorrenza internazionale.

E questo perché, nell’anno domini 2010, pensare di competere a livello globale senza fare innovazione né investire in ricerca significa votarsi alla sconfitta. Pensare di potere competere con Cina e India sul costo della forza lavoro è infatti evidentemente suicida.

E’ per queste ragioni, in fondo, che i paesi europei che hanno livelli di istruzione più alti dei nostri riescono contemporaneamente ad avere tassi di disoccupazione giovanile più bassi e una crescita economica più forte – mentre l’Italia da anni (ben prima della recente crisi) fa fatica a raggiungere anche un solo punto percentuale di incremento del PIL.

Se anche i ventenni italiani abbandonassero un domani le università, per puntare in massa agli umili e sani lavori di una volta (l’artigiano, l’infermiere, addirittura l’agricoltore, come suggerito dalla Lega l’estate scorsa), difficilmente il paese uscirebbe dalla crisi. Più probabilmente, anzi, accelererebbe il suo declino (già in corso).

Le nuove generazioni, in fondo, hanno l’unica colpa di essere più “europee” di quanto il loro paese voglia essere. Di aver creduto nel futuro, nel progresso, e in quella mobilità sociale che i loro genitori – rispetto alla generazione dei nonni – hanno avuto.

Forse dovremmo smettere di vedere i nostri giovani altamente istruiti come delle persone che hanno aspettative irrealistiche e “si sono montate la testa”; dovremmo piuttosto pensare a loro come a un’enorme riserva di capitale umano, di cui tristemente non sappiamo che farci. Il proplema è che non ci perdono solo loro: ci perdiamo tutti.

Foto | Flickr.

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