Legge Bavaglio: speciale sullo sciopero dei giornalisti della Fnsi


Oggi, come anticipato da polisblog.it nei giorni scorsi e raccontato bene dal Post, molti quotidiani non saranno in edicola per protestare contro il disegno di legge proposto dal Ministro Angelino Alfano secondo il quale nel nostro paese è necessario ridurre le possibilità di pubblicazione delle intercettazioni.

Allo sciopero, malgrado la campagna fatta in queste settimana da Repubblica, non hanno aderito tutti i colleghi di Ezio Mauro. Contrari alla posizione presa dal quotidiano del gruppo Espresso si sono detti sia le testate vicine alla maggioranza che quelle pronte a sostenere l’opposizione.

Significativa, di questa spaccatura, è la posizione del direttore della Stampa Mario Calabresi che prima di trasferirsi a Torino collaborava come corrispondente con Repubblica.

“Abbiamo deciso - scrive in un editoriale di ieri il giornalista - di aderire a questo sciopero, ma non posso nascondere che lo abbiamo fatto a malincuore, dopo aver proposto e indicato per settimane possibili strade alternative secondo noi più efficaci e valide.

Nonostante la nostra contrarietà allo sciopero, abbiamo aderito per senso di responsabilità: per non aprire fronti polemici e per non creare fratture tra giornali e giornalisti in un momento così delicato, ma ci teniamo a sottolineare che pensare di ricorrere allo sciopero in modo rituale e quasi obbligato è qualcosa che non ci trova d’accordo”.

La posizione del quotidiano torinese, come già sottolineato, si discosta da quelle sostenute dagli altri giornali. Prima di capire nel dettaglio perché la mobilitazione non è stata condivisa da tutti gli operatori del settore vale la pena ricordare le motivazioni di chi sciopera.

Repubblica, ad esempio, a sostegno della propria tesi ha pubblicato ieri un editoriale anonimo.

“Può sembrare - ha sostenuto ieri la redazione del quotidiano - una contraddizione davanti ad una legge che limita la libertà d'informazione, firmata da un Premier che invita i lettori a scioperare contro i quotidiani.

In realtà è un gesto di responsabilità dei giornalisti italiani per denunciare il governo e richiamare l'attenzione di tutti i cittadini sulla gravità di una norma che colpisce insieme la tutela della legalità, il contrasto al crimine e la libera e trasparente circolazione delle notizie.

Questo sciopero è anche l'unico modo, in uno sfortunato Paese di improprio monopolio televisivo, per portare a conoscenza del pubblico delle televisioni ciò che sta avvenendo nel circuito tra il potere, la giustizia, l'informazione e la pubblica opinione: e cioè il tentativo con la legge di ostruire questo circuito, perché i magistrati che indagano vengano limitati nel loro lavoro di ricerca delle prove, i giornalisti che informano debbano tacere, e i cittadini che possono giudicare rimangano al buio.

Di questo, i telegiornali di corte non parlano: per un giorno il black out televisivo parlerà per loro, e i telespettatori sapranno finalmente che c'è un problema, e li riguarda”.

D’accordo con quanto sostenuto da Repubblica si è detta, in queste settimane, l’Unità di Concita De Gregorio (anche lei proveniente della scuola di Ezio Mauro). Partendo da quanto sta accadendo in queste ore in Libia scrive Giovanni Maria Bellu:

“Pochissimi organi di stampa e telegiornali hanno dato la notizia dei prigionieri in Libia, quasi nessuno (tra i quotidiani Il Manifesto, Terra e Avvenire, tra i telegiornali il  Tg3 e RaiNews l'ha data con adeguato rilievo. I colleghi del "fronte" ci spieghino: è credibile chi si oppone a una legge censoria e, contemporaneamente, si autocensura davanti a una violazione dei diritti umani?”

Allo scioperò aderirà anche la redazione del Corriere della Sera che attraverso Fiorenza Sarzanini spiega perché oggi non sarà in edicola.

Scrive la giornalista:

“La scelta di imporre ai giornalisti di poter soltanto riassumere le carte processuali in realtà aumenta il pericolo che il contenuto di ogni documento possa essere riportato in termini lacunosi o strumentali.

E priva persino gli indagati o gli arrestati della possibilità di utilizzare, per far valere le proprie ragioni, quanto affermato dal giudice o dalla pubblica accusa. Almeno fino al dibattimento. In quella sede la privacy evidentemente non si deve più tutelare, visto che anche le intercettazioni potranno comunque diventare pubbliche.

Nessuno deve avere paura delle regole, tantomeno i giornalisti. Ma questo non può trasformarsi in una limitazione o addirittura in una censura preventiva. Esistono già leggi che puniscono gli abusi, anche per quanto attiene agli aspetti deontologici. Nulla vieta che si possano cambiare in alcune parti per renderle ancora più efficaci”.



La linea editoriale dettata dai quotidiani più popolari non è stata adottata da tutti tanto che, come spiega il Post, allo sciopero non hanno aderito il Foglio di Giuliano Ferrara e il Riformista di Antonio Polito che ieri sul quotidiano da lui diretto scriveva:

“Mi spaventa e mi angoscia sapere che le intercettazioni sono diventante uno strumento di moralizzazione e di controllo prima ancora che come strumento di repressione dei reati.

Io so benissimo che se questo corto circuito è avvenuto in tanta parte del popolo della sinistra è perché il malaffare in Italia appare così dilagante e così impunito, e il berlusconismo così imbattibile, da giustificare ogni mezzo. Ma la libertà non si vende a pezzi, e ogni frammento di libertà che cediamo prima o poi ci verrà ritorto contro”.

Allo sciopero di oggi, oltre che le redazioni già citate, non aderirà anche Christian Rocca. Sul proprio blog, giorni fa, scriveva il nuovo giornalista del Sole 24 Ore:

“Considero perlomeno bizzarro fermare per un giorno l’informazione per paura che in futuro non si potrà più informare (cosa peraltro non vera). Semmai sarebbe più coerente raddoppiare l’informazione, fare dei numeri speciali, pubblicare più notizie, non andarsene al mare.

La legge è brutta, ma per ragioni completamente diverse da quelle di chi invoca lo sciopero. Non impedisce ai giornalisti di informare, piuttosto li costringe a fare i giornalisti”.

Di quanto citato da Christian Rocca ci eravamo già occupati giorni fa noi di polisblog.it condividendo con la posizione dell’editorialista di Libero Filippo Facci che per attraverso il Post spiegava come aggirare la legge se mai dovesse essere approvata come pensata oggi.

“Le intercettazioni - sosteneva lo scorso mese il giornalista - saranno possibili solo per i reati puniti con più di cinque anni, corruzione compresa. Ecco, questa è facilissima da aggirare: per rendere intercettabili certi reati, infatti, basta ipotizzarli come aggravati.

Del tipo: la rapina non è intercettabile, ma quella aggravata sì; l’estorsione non è intercettabile, ma quella aggravata sì. Eccetera. Per modificare un capo d’imputazione c’è sempre tempo: così, se a fine indagine il reato ipotizzato non prevedeva le intercettazioni com’era facile prevedere, tu intanto hai intercettato lo stesso.

Gli atti possono essere pubblicati non tra virgolette ma con un riassunto.  Bene, che cos’è un riassunto? Un articolo non è un riassunto? E un libro che cos’è? Non basta levare le virgolette punto e basta?

Poi: se il responsabile dell’inchiesta passa alla stampa atti coperti da segreto, o peggio ne parla in tv, può essere sostituito dal capo del suo ufficio. Ma in teoria questo era possibile anche oggi, tranquillamente. Si chiama avocazione”.

La posizione di Facci non è stata l’unica su cui abbiamo avuto modo di riflettere. Esprimendo il proprio disappunto per lo sciopero il direttore di MicroMega Paolo Flores D’Arcais ragionando sui quotidiani oggi in edicola scriveva:

“Usciranno invece, e in situazione di monopolio, i giornali che della soppressione dei fatti (e se è per questo anche della logica) e dell’esaltazione di ogni starnuto del ducetto di Arcore hanno fatto ormai la loro ragione sociale ed esistenziale.

Per cui daremo vita al seguente paradosso: una giornata di lotta per la libertà del giornalismo che regalerà per quel giorno l’intera opinione pubblica ai nemici di detta libertà. Sono convinto che tra adulti consenzienti tutto sia lecito, anche il masochismo. Ma non obbligatorio”.



Quanto scritto dal giornalista sullo sciopero di oggi non è riuscito a far collimare, come raccontava nel dettaglio il collega Bruno Marino, le posizioni di Marco Travaglio e Vittorio Feltri che nei giorni scorsi hanno espresso entrambi le proprie perplessità sulla modalità di protesta scelta dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

Scriveva lo scorso 4 luglio l’editorialista del Fatto:

“Può persino capitare di trovare qualcosa di sensato sul Giornale: un commento di Littorio Feltri che ha il pregio di far riflettere tutti noi giornalisti che ci prepariamo allo sciopero contro la legge-bavaglio.

“Allo scopo di protestare contro la prossima approvazione del bavaglio – scrive Feltri, pur contrario alla legge Alfano – ve lo mettete in anticipo e volontariamente. L’8 luglio sciopererete e i giornali non saranno in edicola. Fantastico. Per chiedere maggiore libertà, la negate del tutto a voi stessi e ai lettori. Non sapevo che il diritto di dare le notizie si difendesse non dandole”.

Chi oggi marcia contro il bavaglio con chi ora lo combatte solo perché ha perso le elezioni non fa una bella figura. E non saranno un bello spettacolo nemmeno le edicole il 9 luglio, quando i lettori troveranno soltanto i giornali crumiri, cioè berlusconiani di destra (Il Giornale, Libero, Il Tempo, Il Foglio) e di sinistra (Il Riformista). Bel risultato, non c’è che dire”.

Il Fatto, per la cronaca, ha deciso di aderire allo sciopero. Ad annunciarlo lo stesso Travaglio in un articolo pubblicato ieri dal quotidiano di Antonio Padellaro.

“Anche noi del Fatto saremo in sciopero. E’ uno sciopero di cui condividiamo fino in fondo le ragioni, ma non le forme. L’ho scritto e lo ripeto: non ha alcun senso protestare contro il bavaglio imbavagliandoci per un intero giorno, facilitando il compito agli imbavagliatori che – oltre al danno, la beffa – usciranno con i loro giornali-trombetta.

Abbiamo tentato fino all’ultimo di convincere la Fnsi a compiere uno sforzo di fantasia, per rendere la nostra protesta la più efficace possibile. Per esempio, mandando in edicola i giornali listati a lutto, in forma di dossier con quegli atti giudiziari e quelle intercettazioni che negli ultimi anni non avremmo potuto pubblicare, lasciando i cittadini all’oscuro degli scandali del potere politico, economico, finanziario, sportivo, mafioso. Ma non c’è stato verso, forse anche per il poco tempo a disposizione. Peccato”.
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