
La riforma che sta per essere varata dal Parlamento (manca il sì definitivo della Camera), oltre ad invadere pesantemente la sfera dell’autonomia universitaria, è chiaramente ispirata alla logica del risparmio. O, più esattamente, all’idea che meno si spende per le università pubbliche, meglio è.
L’eliminazione delle facoltà e la creazione di grandi dipartimenti che dovranno occuparsi di tutto è una revisione irragionevole, poiché la distinzione delle strutture è una condizione di efficienza e di efficacia nell’organizzazione delle attività didattiche e di ricerca. Ma serve a ridurre personale. E tanto basta.
Così come la prevista “federazione” degli atenei. Un accorpamento che rischia di creare gravi disagi anche a quel corpo studentesco di cui tanto si preoccupava qualche giorno fa il Ministro Gelmini condannando le iniziative di protesta dei ricercatori.
La riforma è, poi, un vero e proprio inno al precariato: scompare, innanzitutto, la figura del ricercatore a tempo indeterminato. L’art. 12 del disegno di legge prevede, infatti, che per svolgere attività di ricerca, di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti, le università potranno stipulare contratti di lavoro subordinato a tempo pieno e determinato.
I destinatari saranno scelti mediante procedure pubbliche di selezione, riservate ai possessori del titolo di dottore di ricerca o titolo equivalente, del diploma di specializzazione medica, ovvero della laurea magistrale o equivalente, unitamente ad un curriculum scientifico professionale adatto allo svolgimento di attività di ricerca, e degli specifici requisiti individuati con decreto del Ministro.
Tali contratti avranno durata triennale e potranno essere rinnovati soltanto per una volta. Se alla scadenza del termine complessivo di sei anni i ricercatori non avranno conseguito l’idoneità di professore associato e non verranno chiamati da alcuna università, dovranno andare a casa. Già solo per questo, il potere dei “baroni”, burattinai dei destini dei precari della ricerca, aumenterà considerevolmente.
Ma nello stesso senso vanno anche le revisioni riguardanti il sistema dei concorsi. Per poter essere assunti dai singoli atenei come docenti occorrerà acquisire un’idoneità nazionale riconosciuta da una commissione composta da quattro docenti ordinari estratti a sorte. Saranno poi le università, con commissioni interne, a chiamare gli idonei, in base alle proprie esigenze.
A ciò si aggiunga che i ricercatori scompaiono anche dalle commissioni di concorso (fino ad ora essi partecipavano a quelle di reclutamento di nuovi ricercatori) e i professori associati verranno ammessi soltanto nelle commissioni chiamate a selezionare i ricercatori (fino a questo momento partecipavano anche alle commissioni dei concorsi per associati).
La condizione di permanente precarietà e l’accentramento del potere di selezione aumentano, pertanto, il peso dei professori ordinari, contro i quali il Ministro Gelmini tuonava mesi addietro preannunciando interventi punitivi.
Foto | Flickr
pigi
30 lug 2010 - 13:37 - #1L’autonomia universitaria si è dimostrata un fallimento, spiace che non venga ammesso. La cura può essere discussa ma che la malattia sia grave è innegabile.
Con l’autonomia le università hanno espanso la spesa per il personale fino a comprendere tutto il bilancio, lasciando a zero le spese per attrezzature e ricerche, con il risultato di avere tanti professori e tanti impiegati, gran parte promossi senza concorso.
Poi i concorsi locali erano il modo per far entrare moglie, figli amanti, moltiplicando le cattedre inutili per loro.
Uno schifo.
giangius
30 lug 2010 - 13:56 - #2Sparisci, sea una donna immonda.
Hai distrutto ancora una volta l’università, la Moratti ha distrutto il sistema di istruzione e adesso siamo nella m.erd.a
Davvero spero che la prossima generazione di universitari te la faccia pagare.
SmoQ
30 lug 2010 - 14:01 - #3Non dimentichiamo che la riforma attuale è figlia del precedente governo Berlusconi, ci danno la malattia e la cura, che è peggio della malattia stessa. È quello che succede quando si è comandati da imbranati in malafede.
screech87
30 lug 2010 - 14:06 - #4…ok però spiegami na cosa: a te da bambini quando facevano il gioco del silenzio e scrivevano i nomi alla lavagna punivano tutta la classe o chi invece aveva fatto “chiasso”?
Ti sembra normale che per colpa di una piccola percentuale di professori arraffasoldi(che di solito sono quelli anziani, quelli che hanno le amicizie in politica e l’esperienza necessaria per f****re il sistema) ci vadano di mezzo i giovani ricercatori e studenti facendo di ogni erba un fascio?
Non è tagliando “ad capokkiam” che si evitano gli sprechi (perchè stai sicuro che quelle stesse persone che hanno rubato finora forse lo faranno come prima se non più di prima ugualmente) ma istituendo degli organi “ad hoc” che vadano a regolare controllare ed amministrare le risorse universitarie a loro volta controllate dagli enti governativi.
Così, invece, si tagliano le gambe e migliaia di giovani ricercatori già sottopagati e si riducono drasticamente i finanziamenti necessari a mandare avanti progetti e laboratori utili per il normale svoglimento della didattica negli istituti universitari.
E’ un pò come comprare l’automobile dal concessionario e dirgli di levare il motore per risparmiare… -_-”
steffa
30 lug 2010 - 14:52 - #5con questa riforma si accentua ancora più pesantemente il divario tra ricercatori e baroni, già di per se fortissimo a livello di potere e stipendi, una dualità del tutto irrazionale. L’università è sempre più un parcheggio di disoccupati e non la sede della formazione e della ricerca. Ci vorrebbe una commissione con le palle per studiare una vera riforma universitaria, magari concordata con il resto d’Europa
dreed81
30 lug 2010 - 17:03 - #6Ecco un’altra vagonata di sterco che viene buttata nel Letamaio Italiano da questo Governo di De-menti agonizzanti:
Ormai il letame straborda da ogni parte ma a nessuno importa !!!