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La Storia sono loro: Michele Sindona e il delitto Ambrosoli

Pubblicato: 10 set 2010 da R.D.

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Torniamo a parlare di personaggi legati alla P2. Oggi parliamo Michele Sindona e Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese la cui vicenda è stata raccontata dal bel libro di Corrado Stajano.

E’ il 1979 quando Giorgio Ambrosoli viene ucciso sul portone di casa, a Milano. L’esecuzione è eseguita con tre colpi di pistola sparati dal killer William J. Aricò. Il mandante è Michele Sindona, finanziere legato alla P2 e alla mafia, che avrebbe concluso la sua carriera nel 1986, bevendo una tazzina di caffè avvelenata mentre si trova dietro le sbarre del carcere di Voghera.

Perchè muore Ambrosoli?
Nel 1974 l’avvocato Giorgio Ambrosoli era stato nominato commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, messa in liquidazione coatta su sentenza della magistratura di Milano. Gli scandali finanziari in cui Sindona aveva trascinato i suoi istituti di credito e le operazioni illegali in cui era coinvolto stavano venendo alla luce. Analizzando i conti della Banca privata italiana, Ambrosoli scopre tutto il marcio che si cela dietro l’attività del finanziere, considerato fino a pochi anni prima uno dei più brillanti uomini d’affari a livello internazionale.

Ma è un gioco troppo grande per un funzionario onesto come Giorgio Ambrosoli. Sindona ha amici influenti, rispettabili e meno rispettabili, e alcuni di questi amici sparano. Nel giro di pochi mesi, tra il 1978 e il 1979, Ambrosoli riceve minacce, telefonate anonime che gli dicono di lasciar perdere e non mettersi nei guai. L’ultima telefonata è la condanna a morte. La voce dall’altra parte della cornetta gli dà del “cornuto bastardo” che “merita di morire ammazzato”. E’ il gennaio del 1979. L’11 luglio il killer preme tre volte il grilletto. Ambrosoli ha 46 anni. Muore semplicemente perché, per fare il suo lavoro, ha finito col pestare i piedi a Sindona e toccato interessi troppo grandi. Questi sono i fatti. Ma per capire i fatti, bisogna fare un passo indietro e cominciare dall’inizio.

Chi è Michele Sindona e come costruisce la sua fortuna?
Classe 1920, Michele Sindona è stato uno dei più spregiudicati affaristi della recente storia italiana. Nato a Patti, in Sicilia, da una famiglia di modeste origini, Sindona esordisce giovanissimo come consulente tributario.

Nel 1946, pochi anni dopo la laurea in legge, apre a Milano uno studio di consulenza che, in pochi mesi, si afferma come il più noto e richiesto della città. La sua specialità? Trucchi per evadere il fisco, con particolare predilezione per l’utilizzo di conti cifrati in paradisi fiscali all’estero. Quello dei paradisi fiscali è uno stratagemma che utilizzerà anche per sé stesso, quando nel 1950 domicilia in Liechtenstein la Fasco Ag, la sua prima società.

La sua crescente fama lo porta, nel corso degli anni ’50, a diventare titolare dello studio di consulenza più importante d’Italia e stringere relazioni con personalità influenti del mondo politico, imprenditoriale e e della finanza vaticana. Nel 1960 la Fasco Ag acquista dallo Ior (Istituto per le opere religiose, la banca vaticana) il pacchetto di maggioranza della Banca privata finanziaria.

Quali sono i personaggi influenti che appoggiano l’ascesa di Sindona?
All’inizio degli anni ’60, Sindona entra in contatto con John Mc Caffery, rappresentante per l’ltalia della Hambros Bank Ltd ed ex dirigente del Soe (i servizi segreti britannici), attivo in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Mc Caffery è una figura chiave nella parabola finanziaria di Sindona: farà in modo che la Hambros acquisti una cospicua quota di capitale (il 24,5 per cento) della Banca privata finanziaria.

Tra le amicizie di Sindona rientrano uomini legati ai servizi segreti atlantici e agli ambienti mafiosi italo-americani. Oltre a Mc Caffery, il finanziere di Patti entra in contatto con John Mc Cone, allora ai vertici della Cia, e Willam Harvy, capo stazione della Cia a Roma. Al principio degli anni ‘60, negli Stati Uniti, Sindona conosce Nixon, allora avversario di Kennedy nelle elezioni presidenziali, con il quale condivide un acceso anticomunismo.

Ricostruire tutti i passaggi finanziari che portano Sindona ad affermarsi come finanziere a livello internazionale rischierebbe di essere troppo lungo per questa sede. Ci basterà ricordare che tramite la figura dell’affarista italo-americano Daniel A. Porco, Sindona riesce a ottenere che la banca statunitense Continental Illinois National Bank acquisti il 24,5 per cento di capitale della Banca privata finanziaria.

Il patrimonio di Sindona nei primi anni ’60 è immenso. Acquisisce nuove banche come la Banca di Messina, la Banca Unione e la Finabank di Ginevra e arriva ad entrare in rapporti societari con la Bank of America e la Banque de Paris. Nel 1964, il patrimonio immobiliare libero da ipoteche della società sindoniana Fasco Ag è stimato in circa 50 milioni di dollari.

Negli Stati Uniti, il finanziere siciliano è celebrato come “uno dei più geniali uomini d’affari del mondo”. Riviste come Time, Business Week e Fortune gli dedicano articoli entusiastici. In Italia, il banchiere Enrico Cuccia lo definisce, con maggior lungimiranza e senso della realtà, “un falsificatore di bilanci”.

Per tutti gli anni ’60 Sindona crea società domiciliate nei paradisi fiscali esteri (dal Liechtenstein alle Bahamas) e collegate col sistema delle scatole cinesi. Nel giro di capitali manovrati da Sindona rientra anche il riciclaggio di denaro sporco.

Nel 1969 avviene l’incontro con un’altra figura chiave: Roberto Calvi, il vicedirettore del Banco Ambrosiano che finirà la sua carriera nel 1982, impiccato al Ponte dei Frati Neri di Londra dopo il crac del Banco Ambrosiano. Anche Calvi usufruisce delle consulenze di Sindona per creare istituti finanziari in Lussemburgo, nelle Bahamas e in Costarica.

Ma uno degli incontri più importanti per Sindona è quello con Giulio Andreotti, che nel 1969 partecipa all’inaugurazione, nei pressi di Frosinone, della fabbrica di valige Patty, di proprietà del finanziere siciliano. Da quel primo incontro, la figura di Andreotti tornerà più volte nella vicenda di Sindona, come avremo modo di raccontare. Secondo quanto riferirà sei anni dopo il giornalista Mino Pecorelli, all’inaugurazione della Patty era presente anche Monsignor Marcinkus, alto prelato statunitense che troveremo tra le figure di punta del crac dell’Ambrosiano.

Nel 1968 Marcinkus viene nominato dal Papa presidente dell’Ufficio amministrativo dello Ior. Nel corso degli anni ’60, i legami di Sindona con il Vaticano si sono intanto intensificati; nel 1968 il finanziere di Patti svolge il ruolo di consigliere per la liquidazione di numerose proprietà immobiliari della Chiesa in Italia, spostandone i capitali sul mercato internazionale.

E la P2?
Già, la P2. L’altro “incontro della vita” di Sindona è con Licio Gelli, che gli viene presentato nel 1975 dal Capo del Sid (Servizio informazioni difesa, i servizi segreti militari), il piduista Vito Miceli. Nel frattempo, la parabola di Sindona aveva iniziato la sua discesa con la bancarotta dei suoi istituti di credito. L’anno prima, la sua Banca privata italiana era stata messa in liquidazione coatta e Giorgio Ambrosoli aveva iniziato a svolgere il suo lavoro di commissario liquidatore.

Il seguito il prossimo venerdì

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6 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di babyshambles

    babyshambles

    10 set 2010 - 12:50 - #1
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    e pensare che andreotti ha osato dire che “ambrosoli se l’è andata a cercare”!
    questi sono i senatori a vita che ci ritroviamo!

  • vaincinaerestaci

    10 set 2010 - 13:42 - #2
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    Consiglio di leggere anche il libro di Umberto Ambrosoli figlio di Giorgio ‘qualunque cosa succeda’. Ho messo da parte qualche lustro fà una bottiglia di champagne regalatami da un amico e mi sono ripromesso di stapparla nel giorno in cui Andreotti passerà a miglior vita…..anche se la mamma delle carogne è sempre in cinta.

  • Profilo di toga_rossa

    toga_rossa

    10 set 2010 - 14:13 - #3
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    ………mai accettare caffe’ dagli sconosciuti, soprattutto in carcere, men che meno a casa Andreotti :)

  • Profilo di marchettino73

    marchettino73

    10 set 2010 - 15:41 - #4
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    Giulio Andreotti su Giorgio Ambrosoli: Non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando… Poi si scusa. Ecco, adesso manca solo che qualcuno dia dell’attaccabrighe a Falcone, della testa calda a Borsellino e del provocatore a Peppino Impastato, e poi siamo a posto. Congratulazioni vivissime, senatore.

    Eh caro Giulio ….a pensar male si fa peccato ma ci s’azzecca.
    Chi lo disse?
    TE lo dicesti,mafioso.
    Sbrigati a morire ,sarà l’unica soddisfazione che darai agli italiani

  • Profilo di marchettino73

    marchettino73

    10 set 2010 - 15:59 - #5
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    Un’po di analisi storica:

    Le reazioni della destra di governo ce le aspettavamo: Berlusconi e i suoi devono difendere Andreotti per difendere se stessi; devono far finta di non credere che Giulio possa avere commesso reati perché fa loro comodo che non si creda che essi stessi possano avere commesso reati; colgono l’occasione (anche questa!) per attaccare la magistratura a causa di vecchie storie di ieri perché questo serve a mettere la museruola ai giudici per le inchieste di oggi.

    Urlano: la giustizia è impazzita, riformiamola. La sentenza Andreotti è una scusa, naturalmente: dividere le carriere, togliere autonomia al magistrato d’accusa, rendere gerarchici gli uffici del pubblico ministero… Tutto ciò non c’entra nulla con la condanna di Perugia, decisa da una Corte d’assise d’appello, in cui la maggioranza dei componenti (sei su otto) sono non magistrati, ma cittadini estratti a sorte!

    Ripetono: chi è stato votato dagli elettori non può essere processato. In pratica, vogliono l’impunità per i potenti. La restaurazione medioevale al diritto dei Principi legibus suluti. Presto tornerà l’immunità parlamentare.

    Più difficile comprendere le reazioni di tanti a sinistra. Davvero non credono che Andreotti possa avere usato spregiudicatamente tutti i mezzi del potere, legali e illegali? Forse qualcuno lo crede davvero, per candore, ignoranza dei fatti, ingenuità. Pochi hanno letto la sua sentenza di assoluzione in primo grado a Palermo, che – pur assolvendo – elenca le menzogne di Andreotti e disegna un quadro terribile di compromissioni tra gli andreottiani di Palermo e Cosa nostra.

    Altri credono che la politica, anzi, la storia italiana non possa essere processata e condannata. Certificare che Andreotti è un omicida e un amico dei mafiosi significa accettare di aver vissuto in un Paese in cui la politica e la storia sono state fatte con l’omicidio e la mafia. Inaccettabile. Incredibile. Non può essere. Dunque si lasci in pace il vecchio padre della patria e le cattive coscienze di tanti politici che hanno guardato ma non hanno visto. Assolviamo. E con il divo Giulio assolviamo tante coscienze, di destra e di sinistra e di centro. Quelli che vengono dalla Dc, anche la Dc delle persone per bene, la Dc dei Castagnetti. Quelli che vengono dal Pci, che per anni hanno chiuso uno o due occhi e dato sponda ad Andreotti, in cambio di una politica estera aperta all’Est e ai Paesi arabi.

    Il dibattito dopo la sentenza, il coro quasi unanime dei commenti partono tutti da un presupposto: che Andreotti sia innocente. Da qui nasce lo scandalo. Si esclude che Andreotti possa essere colpevole. Eppure anche le sentenze d’assoluzione ribadiscono che la politica italiana (e gli andreottiani in primo luogo) ha avuto contatti con la mafia. Eppure la ricostruzione dell’omicidio Pecorelli con Andreotti come mandante non è così fuori dalla terribile stioria italiana…

    A pochi viene in mente che comunque i meccanismi della giustizia sono – devono essere – diversi dai riti e dagli accordi della politica. L’accusa raccoglie le prove, la difesa le contesta, i giudici condannano o assolvono. Con tre gradi di giudizio, che rendono un po’ farraginoso e qualche volta contraddittorio, in Italia, il percorso della giustizia.

    Ma il problema è la storia, la nostra storia italiana. Guardiamo i fatti. Stragi terribili e trame oscure, depistaggi e doppi giochi, ricatti e dossier, colpi di stato e logge segrete, fiumi di tangenti, mafie potentissime, i più grandi banchieri privati morti in circostranze drammatiche, i più grandi imprenditori coinvolti in ruberie e affari con la mafia, terroristi rossi lasciati fare, servitori dello Stato lasciati soli, giudici e prefetti e poliziotti e giornalisti uccisi come cani. Esiste un altro Paese dell’Occidente con una storia come la nostra? La politica, da noi, si intreccia con la questione criminale. L’omicidio, da noi, è stato uno strumento politico.

    O tutto ciò è parto di menti malate. E allora non esistono piazza Fontana, i depistaggi, la P2, Sindona, Calvi, Tangentopoli, Gardini, Dell’Utri e Berlusconi, le Br, la banda della Magliana, Moro, Dalla Chiesa… Oppure tutto ciò esiste, e deve avere una spiegazione. Qualche agente deviato? Qualche criminale solitario? Difficile spiegare una complessa storia di intrecci tra politica, finanza, criminalità ed eversione con qualche isolato deviante. Agli storici il compito di cogliere il nesso tra visibile e invisibile in questo povero Paese. Ai magistrati si lasci almeno la libertà di scrivere qualche pagina di verità giudiziaria, che non sarà la verità storica, ma non può essere neppure da quella troppo dissimile.

    E ai cittadini? Ormai non hanno più la libertà di sapere. Le élite politiche, quasi al completo, si sono ormai saldate nel pensiero unico del minimalismo storico (secondo cui in Italia le cose non possono essere andate così male…). Il monopolio dell’informazione è compatto e impedisce di far conoscere le voci fuori dal coro. è stato azzerato il livello del giudizio politico, etico, civile, che nei Paesi davvero normali di solito espelle i mascalzoni, o anche solo chi non se lo merita, prima che si muovano i giudici. I giocatori di poker non si siedono al tavolo verde con un baro. Sanno che non canviene. A meno che al tavolo non siano tutti bari, e qualche pollo.

    Ad Andreotti in un Paese civile le persone per bene avrebbero da tempo (prima che arrivassero le indagini giudiziarie!) tolto il saluto. è provato che ha avuto rapporti con uomini della mafia. è provato che avuto un ruolo in tanti scandali italiani (Italcasse in primo luogo: tanto da essere ricattato da Pecorelli). Ciò che si sa di certo sul suo conto (come su quello di Dell’Utri, di Previti, di tanti altri politici italiani) può non essere sufficiente per una condanna penale, ma è più che sufficiente per una condanna civile, moralme, politica.

    Invece Andreotti (come Dell’Utri, come Previti, come tanti altri) è ricercato, onorato, rispettato, beatificato. Da noi, i “giustizialisti”, quelli veri, prima di intervenire con sanzioni morali e politiche vogliono le sentenze giudiziarie. Poi, se sono d’assoluzione, danno addosso ai giudici. E se sono di condanna non ci credono, e danno addosso ai giudici. Curioso Paese, questo, visto dalla luna…

    Il tutto riferito a qualche condannuccia che questa merda ha collezionato…..
    E lo invitano pure in tv.

  • Profilo di marchettino73

    marchettino73

    10 set 2010 - 18:53 - #6
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    Oggi sui giornali campeggiano lunghi articoli colmi di indignazione sulle dichiarazioni del senatore a vita Giulio Andreotti.
    Giulio Andreotti è un pentito al contrario. Mentre quelli veri tradiscono la Mafia per collaborare con lo Stato, lui ha tradito lo Stato per collaborare con la Mafia. Lo dicono i fatti e le sentenze.
    La sua ultima uscita sul compianto Giorgio Ambrosoli («se l’andava cercando») chiarisce, ancora una volta, la netta spaccatura che contraddistingue il Paese: l’Italia buona da quella marcia.
    Le sue parole non mi hanno stupito per niente. Andreotti è stato solo coerente con se stesso e con la sua storia. Ambrosoli, giova ricordarlo, venne assassinato nel 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere Michele Sindona. Fra Sindona e Andreotti c’era un rapporto che andava ben al di là dell’amicizia e che intrecciava affari e interessi complessi da descrivere in questa sede, ma che fanno parte della storia di questo Paese.
    Il senatore a vita, nominato tale da Cossiga, non ha fatto altro che essere se stesso: un colpevole di “partecipazione a Cosa Nostra”.
    La prescrizione (Andreotti è un prescritto) è solo un cavillo giuridico che impedisce alla legge di portare a termine il suo corso. Dunque, ci troviamo di fronte ad un soggetto dal curriculum giudiziario molto variegato. Che offenda, post mortem, Giorgio Ambrosoli è nella normalità degli accadimenti. Le carceri sono piene, ad esempio, di gente che offende la memoria di Borsellino, di Falcone, di Impastato e così via.
    La vera ipocrisia, in tutta questa faccenda, è solo quella del sistema politico attuale che si tiene in casa un senatore a vita come Andreotti. Un uomo del quale si conosce tutto da almeno vent’anni e che continua a sedere fra i banchi del Parlamento. I veri ipocriti sono quei politici che arraffano il suo voto da senatore a vita finché gli fa comodo, e poi inveiscono contro di lui quando esprime ciò che è: un prescritto per reati di mafia.