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Per Fini la riforma dell'università premia il merito. Ma è veramente così? (Parte prima)

Pubblicato: 28 nov 2010 da Alessandro

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Protesta università

In occasione di un incontro congiunto con il Consiglio di amministrazione e il Senato accademico dell’Università del Salento, il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha dichiarato, un paio di giorni fa, che la riforma dell’Università, di prossima approvazione, è “una delle cose migliori di questa legislatura”, in quanto fa proprio il principio insindacabile del merito.

Se questa è una delle cose migliori che il Governo abbia saputo produrre - verrebbe da dire - è meglio non pensare alle altre… Ma vediamo se è vero che la riforma in questione premia il merito e infligge un colpo micidiale ai cosiddetti “baroni” dell’Accademia.

Procediamo con ordine, seguendo i diversi passi della carriera accademica, partendo dal dottorato di ricerca, che dovrebbe costituire il primo traguardo di un neolaureato che volesse avventurarsi nel fantasmagorico mondo della ricerca universitaria.

Il disegno di legge di riforma prevede (o quantomeno crea le condizioni per) un bel taglio alle borse di studio per dottorati. La legge 218 del 1990 (Norme per il reclutamento dei ricercatori e dei professori universitari di ruolo) prevede, infatti, all’art. 4, comma 5, lettera c), che con appositi decreti dei Rettori delle università si stabilisca ogni anno “il numero, comunque non inferiore alla metà dei dottorandi, e l’ammontare delle borse di studio da assegnare, previa valutazione comparativa del merito”.

Ebbene, l’art. 17 bis del disegno di riforma abroga le parole “comunque non inferiore alla metà dei dottorandi”. Ecco dunque venire meno una norma di garanzia che imponeva il finanziamento di almeno la metà dei posti messi a concorso per dottorati di ricerca (giusto per far capire immediatamente l’andazzo agli aspiranti accademici: la ricerca in Italia si fa gratis…).

Ma non basta. Lo stesso art. 17 bis del disegno di legge infligge un altro micidiale colpo al diritto allo studio e alla ricerca, introducendo una revisione normativa di non facile lettura, per la sua formulazione. Vediamo di che si tratta.

La legge 476 del 1984 prevede, all’art. 2, comma 1, che “il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizioni richieste. In caso di ammissione a corsi di dottorato di ricerca senza borsa di studio, o di rinuncia a questa, l’interessato in aspettativa conserva il trattamento economico, previdenziale e di quiescenza in godimento da parte dell’amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro”.

Tradotto: i pubblici dipendenti, compresi gli insegnanti delle scuole, che vincano concorsi per dottorati di ricerca possono usufruire del congedo straordinario non pagato se riescono ad ottenere la borsa di studio. Se invece vincono un dottorato senza borsa possono mettersi in congedo conservando il trattamento economico dell’amministrazione di appartenenza.

L’art. 17 bis del disegno di riforma aggiunge, dopo “è collocato a domanda”, le parole “compatibilmente con le esigenze dell’amministrazione”. E stabilisce, subito dopo, che “non hanno diritto al congedo straordinario, con o senza assegni, i pubblici dipendenti che abbiano già conseguito il titolo di dottore di ricerca, né i pubblici dipendenti che siano stati iscritti a corsi di dottorato per almeno un anno accademico, beneficiando di detto congedo. I congedi straordinari e i connessi benefici in godimento alla data di entrata in vigore della presente legge sono mantenuti”.

In breve, per quanto riguarda i pubblici dipendenti che intendano perfezionare le proprie competenze e specializzarsi frequentando un dottorato di ricerca la vita diventa molto difficile: intanto possono usufruire del congedo (anche non pagato) soltanto quando decida l’amministrazione stessa (“compatibilmente con le esigenze dell’amministrazione”). Il che significa rimettere la decisione all’arbitrio del funzionario di turno (con effetti facilmente prevedibili…).

E poi, conseguito un dottorato di ricerca, i pubblici dipendenti non possono più aspirare a partecipare ad altri dottorati (anche senza gravare sull’amministrazione). L’intento di risparmiare a discapito della preparazione e della specializzazione di amministratori pubblici e di docenti appare evidente. Del resto - detto per inciso -, la presenza nelle scuole di insegnanti più preparati e competenti nuoce gravemente alla salute dell’attuale classe dirigente.

Così come evidente è il senso complessivo di questa parte della riforma: la ricerca in Italia si deve fare a costo zero e senza svolgere altri impieghi. In sostanza, è meglio dedicarsi ad altro. (Continua…)

Foto | Flickr.it

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7 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di ice

    ice

    28 nov 2010 - 16:04 - #1
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    Le Università italiane sono troppo piccole
    vengono gestite come aizende a carattere familiare
    basti vedere come negli stessi atenei si ripetano i cognomi dei cattedrati
    proprio come succede negli ospedali
    Aumentare il potere dei rettori = potenziale i baronati ed il nepotismo

    Servono bandi statali nazionali pubblici e aperti
    Solo un sistema nazionale che metta in concorrenza tra loro i rettori permetterà di superare la questione
    Altrimenti torniamo al caso degli esami di iscrizione all’albo della Gelmini

  • Profilo di bimbobravo73

    bimbobravo73

    28 nov 2010 - 19:07 - #2
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    Decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361

    (in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff., n. 139, del 3 giugno)

    Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati

    Articolo 10 T.U. 5 febbraio 1948, n. 26, art. 8

    Non sono eleggibili, tra gli altri:

    1) coloro che, in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l’autorizzazione è sottoposta;

    2) i rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato;

    3) i consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l’opera loro alle persone, società e imprese di cui ai numeri 1 e 2, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra.

    L’applicazione di tale Decreto ha dei precedenti storici.

    Ci fu un precedente nel 1946, ma la soluzione fu diversa da quella adottata successivamente per Berlusconi.

    La Giunta delle Elezioni della Costituente, il 17 settembre del 1946, discusse il caso dell’ingegner Guglielmo Visocchi, eletto deputato nonostante beneficiasse di concessioni idriche e minerarie. Si veda, in particolare, il seguente passaggio: «Quanto alla Società Anonima Mineraria Melfa […] l’ingegnere Visocchi non dichiara di agire quale rappresentante o quale promotore della società, ma parla in nome proprio ed allude alla società come alla intestataria del permesso di sfruttamento; cioè come alla titolare formale di un affare sostanzialmente suo. In ogni modo, questi molteplici rapporti di concessioni statali in cui l’ingegnere Visocchi entra, o in una veste o in un’altra, dimostrano quanto siano estesi gli interessi personali del Visocchi, in contrasto con quelli dello Stato; e come quindi le ragioni di ineleggibilità non sorgano da un fatto occasionale, ma da tutta una situazione vasta e permanente». L’elezione di Visocchi fu annullata il 6 febbraio 1947.

    Diverso è stato il comportamento della Giunta nei confronti di Berlusconi.

    La Giunta delle Elezioni della Camera dei Deputati, nel 1994 (quando cominciarono i guai per gli italiani), confermò l’elezione di Silvio Berlusconi (fondatore e azionista di maggioranza di Fininvest e di Mediaset, società che controlla RTI, titolare delle concessioni televisive di Canale 5, ReteQuattro e Italia Uno), motivando la decisione con l’affermazione che la norma citata andrebbe riferita «alla concessione ad personam e, quindi, se non c’è titolarità della persona fisica, non si pone alcun problema di eleggibilità, pur in presenza di eventuali partecipazioni azionarie».

    Anche nelle successive legislature fu ribadita dalla Giunta l’eleggibilità di Berlusconi.

    L’interpretazione di cui sopra, però, è contraria allo spirito e al novellato della Legge.

    L’azionista di maggioranza apertamente conosciuto, anche se si nasconde dietro prestanomi, siano essi figli, amici o altri soggetti, è colui che gode del diritto, sia pure pubblicamente mascherato, di proprietà e trae i profitti dalle attività dell’azienda.

    Inoltre la Giunta, nella sua motivazione, introduce il concetto di titolarità del contratto, che non figura nella Legge: l’essere «vincolati con lo Stato» non dipende solo dalla rappresentanza legale, ma anche dai vincoli conseguenti alla proprietà.

    Si noti che le concessioni televisive sono date all’azienda, non alla persona fisica: dunque, il vincolo con lo Stato consiste nella proprietà o nella direzione dell’azienda concessionaria.

    La prima versione di questo articolo, in vigore dal 1877 fino all’Assemblea Costituente, era: «Non sono eleggibili coloro i quali siano personalmente vincolati verso lo Stato per concessioni o per contratti di opere o somministrazioni». Il legislatore aggiunse la figura del rappresentante legale per far sì che non solo il proprietario, ma anche il delegato risultasse ineleggibile. Peraltro, la soppressione dell’avverbio non consente un’esegesi troppo restrittiva, data la maggiore estensione del concetto di vincolo giuridico.

    Nano vai a casa.

  • Profilo di ilcapo

    ilcapo

    28 nov 2010 - 19:10 - #3
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    questa riforma e’ ottima, chi la contesta vuole congelare sprechi e privilegi insopportabili

  • Profilo di pigi

    pigi

    29 nov 2010 - 09:01 - #4
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    La legge è anticostituzionale. Gran parte delle imprese private fa affari con lo stato o con altri enti pubblici: il gruppo Fiat vende autobus, treni e tanto altro, (quindi niente Montezemolo), Altri costruiscono strade, altri si occupano di nettezza urbana. In quanto alle concessioni o autorizzazioni, occorrono anche per costruire. Quindi anche i costruttori non sarebbero eleggibili.
    Con la nostra normativa, dove per qualunque cosa occorre un’autorizzazione, un permesso, una concessione o magari il silenzio-assenso, alla fin fine potrebbero essere eleggibili solo i barboni.

  • Profilo di ice

    ice

    29 nov 2010 - 09:52 - #5
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    @ #4
    e infatti il gioco è quello di tener fuori gli imprenditori dalla politica e lasciar loro fare il loro lavoro:
    fare impresa
    imprenditore + polita = corruzione, abusi di ufficio
    non puoi avere la stessa persona che figura come responsabile degli acquisti e come venditore nella stessa transazione
    il tuo ragionamento è frutto del lavaggio del cervello mediatico che Silvio ha fatto agli italiani
    Vai all’estero a vedere quanti imprenditori sono anche politici

  • Pozzecco!!!

    29 nov 2010 - 15:07 - #6
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    L’ipocrisia dei Finiani è avere un leader voltagabbana che ha aderito al PDL, e poi se n’è distaccato…i suoi stessi generali lo hanno sfiduciato… tant’è che adesso nel suo nuovo partito ha solo lecchini in stile bocchino… Aderendo al PDL sapeva cosa andava incontro, e adesso se n’è uscito per le sue manie di leadership… il presidente della camera tedesco lo ha definito IPOCRITA, perchè un presidente della camera non fa politica… ha fatto dimettere i suoi, ma lui è rimasto al suo scranio a far politica…E adesso con sta farsa del discorso… ma la LEGA è sempre rimasto un partito distaccato, Fini è semplicemente un voltagabbana… EX FASCISTA; EX MSI; EX PDL…combatteva e insultava le coppie di fatto e gli immigrati, e ora vuole i loro voti…

  • Profilo di sergione1941

    sergione1941

    29 nov 2010 - 19:10 - #7
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    X POZZECO
    E Berlusconi non era socialista quando finanziava (illecitamente) e adorava Craxi? Questo non fa piacere ricordarlo, vero?
    Lungi da me difendere Fini, ma sono sicuro che darà molti dispiaceri ai berluscones, cominciando dalle evenruali elezioni, avrà un risultato che vi farà stare male. Ci scommetto in anticipo