Tutti liberi i fermati della manifestazione di Roma. Ritorno agli anni 70, impunità compresa


Su ventitré, ventidue liberati e uno agli arresti domiciliari. Questa la scioccante decisione del Tribunale di Roma in merito ai ragazzi fermati dopo i violenti scontri del 14 davanti al Parlamento. Una decisione che segna la sconfitta dello stato di diritto, ma non solo. Rappresenta una chiara umiliazione per tutta la gente che lavora e che martedì ha dovuto assistere impotente al gioco alla guerriglia di una banda di teppisti che certa stampa si ostina ancora a definire come "studenti".

Ma quali studenti e studenti. Chi studia può anche andare in piazza a manifestare, com'è perfettamente lecito, ma certo non tira bombe carta, non piccona sampietrini dall'arredo urbano per scagliarli contro la polizia, non incendia furgoni blindati, non spacca vetrine, non distrugge le automobili parcheggiate di povera gente che non c'entrava nulla.

E d'altronde se i volti dei leader della protesta sono quelli che abbiamo visto ieri sera di Annozero, dove hanno ottenuto una clamorosa e interminabile tribuna nonostante l'inutile opposizione di La Russa, tutto si spiega da sè.

Idee costruttive: nessuna. L'obiettivo è contestare punto. E che poi non si trattasse di questi gran studenti lo si capiva dal linguaggio, che sembrava tratto dalle riuscitissime imitazioni di Carlo Verdone del giovane di sinistra che ha ingoiato il tomo del perfetto rivoluzionario. Sì, prima di tornare a casa a cena da mammà. Dai loro cuginetti degli anni 70 potevano almeno prendere un po' di capacità espressiva, ma ormai siamo nel terzo millennio, e pure l'italiano in quanto lingua se n'è andato a ramengo.

Inutilmente Casini - che pure ha votato contro una riforma che questi fantomatici studenti non hanno mai letto, pur contestandola - ha cercato da loro una parola contro la violenza di piazza. Niente. Pur non dicendolo mai apertamente e dimostrando così la loro vigliaccheria - altro punto di distanza dal movimento dei 70 e anche dalla Pantera anni 80 - questi pseudo-rivoluzionari figli della società dei consumi la approvano.

Il concetto pro-violenza in sintesi (pur non espresso chiaramente) è il seguente: la colpa è della politica che ci ha spinto a tanto perché non ci ha voluto ascoltare. Ma ascoltare chi? Quattro ragazzotti che nemmeno sanno di cosa stiamo parlando? Che non conoscono il concetto di meritocrazia (qui sì come i loro cugini dei seventies)? Che si oppongono a chi per la prima volta pur nell'ambito di una legge perfettibile tenta almeno di limitare gli sprechi della scuola italiana e la tara del baronato accademico?

L'opposizione alla Riforma c'è già ed è ben rappresentata in Parlamento. Se non ha avuto la meglio è perché è minoritaria, il che in democrazia significa che gli italiani la vogliono per maggioranza. La violenza non cambierà le cose, nè aiuterà a farsi ascoltare, anzi. Cedere al concetto di violenza sarebbe gravissimo e a maggior ragione chi la pratica va isolato anziché ascoltato.

E poi non lamentiamoci se qualche poliziotto isolato ha tirato una manganellata. Mi sembra il minimo che in una situazione di pericolo come quella subita dal finanziere della famoso foto con la pistola sia volata almeno qualche manganellata. È già un miracolo che non sia uscito fuori un altro Giuliani.

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