
I giornali citano spesso il quoziente familiare, presentandolo a volte come merce di scambio tra partiti, altre come una sorta di panacea di tutti i mali. D’altronde nel paese più cattolico d’Europa è raro trovare un politico, a destra come a sinistra, che non ami riempirsi la bocca con la parola “famiglia”.
Più difficile trovare pezzi che spieghino che cos’è il quoziente familiare, ne analizzino pro e contro e guardino all’esperienza di quei paesi che l’hanno già introdotto: proviamo a farlo noi di polisblog, qui e dopo il salto.
Partiamo dalla Francia, che ha nel suo sistema fiscale il quoziente familiare e si ritrova a spendere decine di miliardi di euro per equilibrare i suoi effetti collaterali sul mercato del lavoro e incentivare le donne alla partecipazione al mercato del lavoro.
Per capire perché questo accada, bisogna comprendere come funziona il quoziente familiare: per farla breve, si tratta di un criterio di tassazione che richiede di sommare i redditi di tutti i componenti familiari e di dividere il risultato per un quoziente ottenuto dalla somma di opportuni coefficienti assegnati a ciascun membro, prima di applicare la scala delle aliquote.
Perché scoraggia le donne dal lavoro? Semplice, perché al coniuge a carico viene assegnato un coefficiente individuale più alto rispetto al coniuge lavoratore: in altri termini, le famiglie dove entrambi i coniugi lavorano vengono tassate di più di quelle monoreddito.
In questo modo molti nuclei familiari vengono spinti verso il ritiro dal lavoro di uno dei percettori di reddito: nella pratica nella quasi totalità dei casi si tratta di donne che si chiudono in casa come casalinghe in cambio di uno sconto sull’aliquota.
Il quoziente familiare scoraggia quindi la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, andando così in direzione assolutamente contraria rispetto agli obiettivi di Lisbona dell’Unione Europea, che prevedono di portare il tasso di occupazione femminile del continente al 60%.
Cosa succederebbe dunque se, magari in cambio dell’ingresso dell’Udc nella maggioranza, si introducesse anche in Italia (dove il tasso di occupazione femminile è ancora attorno al 50%) il quoziente familiare? Semplice: i buchi del welfare italiano si trasformerebbero in vere e proprie trappole, con il rischio di un forte disincentivo verso l’offerta di lavoro femminile.
In altre parole, cercando di contrastare la povertà, si rischierebbe di istituzionalizzare la discriminazione verso le donne e di bloccare la crescita del paese. Sarebbe invece necessario capovolgere lo schema, incoraggiando le moltissime potenziali lavoratrici inattive italiane ad entrare nel mercato del lavoro, attraverso ad esempio politiche sociali come che incrementino l’offerta di asili nido.
In Francia, come si è accennato, si spendono ogni anno cifre enormi per riequilibrare gli effetti collaterali del quoziente familiare. L’Italia, con il suo debito pubblico immane, non potrebbe permettersi questo lusso.
I politici italiani dovrebbero quindi pensarci due volte, prima di introdurre uno strumento fiscale di questo tipo. Esso infatti, oltre ad essere particolarmente rischioso, risulta anche praticamente irreversibile una volta introdotto: questo perché qualsiasi modifica finisce per risultare impopolare presso l’elettorato – nessun politico avrebbe il coraggio di ritornare su suoi passi.
Con la crisi della maggioranza, Casini sembra diventato all’improvviso il leader più corteggiato del Parlamento: qualsiasi governo si trovi ad avere l’Italia tra un anno, questo includerà molto probabilmente anche l’Udc. Quando sarà arrivato quel momento, e cercheranno di vendervi il quoziente familiare come la panacea di tutti i mali, ricordatevi di questo articolo.
Grazie a Francesco Giubileo per la collaborazione all’articolo.
Foto | Flickr.
toscanarezzo
10 gen 2011 - 11:23 - #1Credo che questo articolo sia assolutamente strumentale, se si vogliono avere maggiori info sul quoziente familiare fatevi da qui:
http://www.pierferdinandocasini.it/2011/01/08/il-quoziente-familiare-sul-modello-parma-e-roma/
poz99999
10 gen 2011 - 14:35 - #2Secondo me il quoziente famigliare deve esser legge, ovviamente in modo diverso da quanto espresso dall’articolante… Nel quoziente dovrebbero essere inclusi i figli, visto che un single paga le stesse tasse di un padre di famiglia con diversi figli a carico, e questo è ingiusto…e sbagliato, oltre a far si che gli italiani ci pensino 2 volte prima di aver un figlio, visto le enorme spese che porta… e se gli italiani non procreano, lo fanno gli immigrati, che non si fanno troppi problemi. E d’altronde non è che la moglie debba rimanere a casa per sgravi, ma perchè le donne in Italia non sono tutelate, sopratutto quando sono in maternità, dove vengono licenziate, o hanno poco tempo da passare con i figli… Un figlio appena nato ha bisogno di stare con la madre, non con la tata, sopratutto i primi anni, ma una donna non può farlo, pena il licenziamento.
majister
10 gen 2011 - 14:43 - #3ma per favore, se fosse realmente così la Francia sarebbe messa peggio di noi, invece l’occupazione femminile è tra le più alte d’europa
sandokan71
10 gen 2011 - 17:04 - #4Beh ma tanto lavoro non se ne trova in generale. Se poi aggiungiamo che
1) le donne sono da sembre discriminate e sfavorite in favore degli uomini
2) se una donna deve lavorare per versare il suo stipendio a bebysitter o colf allora meglio che stia a casa
3) se fanno figli rischiano i licenziamento o il mobbing
tarta88
10 gen 2011 - 17:40 - #5Non vi facevo così approssimativi…questo blog lo ritenevo interessante e informativo sulle questioni…Ma questo articolo è veramente un disastro…Per primo non dice che il quoziente familiare farà pagare meno tasse a chi ha più figli, cosa che per me è giustissima, dato che oggi chi ha 3 figli deve pagare le stesse tasse del single. Poi, secondo l’articolo sembra che è meglio essere poveri, a patto che l’occupazione femminile raggiunga il 60%…Ma se l’occupazione femminile resta al 45% e le famiglie medie e medio-povere riescono a recuperare un pò di potere di acquisto sarà meglio rispetto a raggiungere l’obbiettivo del 60% di occupazione femminile.
Come già detto, l’Italia attraversa un momento di crisi, molti padri di famiglia sono disoccupati o senza lavoro, daTO Che il lavoro adesso non c’è—Io penso che la prima cosa da fare sia dare nuovamente alle famiglie potere di acquisto!!!
sergione1941
10 gen 2011 - 20:19 - #6#1
Ho letto l’articolo in questione e ho visitato il sito da te indicato. Sembrano due cose completamente diverse con lo stesso nome: uno parla di sgravi fiscali e un altro di aggravi. Ma qual’è la verità?
Sommariamente, se ha un costo per lo stato, devo pensare che prevalgono gli sgravi? Se è così, ce lo possiamo permettere in questo momento? Ho inteso parlare di un costo addirittura di circa 10 milardi.