Asia: India, Medici Senza Frontiere e Croce Rossa accusate di appoggiare i ribelli maoisti. Solitamente la guerra a bassa intensità che contrappone le truppe governative di New Delhi ai ribelli maoisti (o naxaliti) finisce sulle pagine dei giornali internazionali solo in occasione di scontri particolarmente violenti, per poi ripiombare nel dimenticatoio del grande circo dei media.
Tuttavia, oggi la guerriglia naxalita è tornata a far parlare di sé in modo inedito. La BBC riporta come un ufficiale di alto grado delle forze di sicurezza indiane abbia accusato il Comitato Internazionale della Croce Rossa e la ong Medici Senza Frontiere (Msf) di appoggiare e sostenere i ribelli.
Entrambe le associazioni hanno negato le accuse. Martin Sloot, il capo di Msf India (attiva nel Paese dal 2006), ha affermato che la sua associazione si occupa, con il sostegno del Governo del Chattisgarh, di fornire supporto medico alle persone che hanno difficoltà di accesso al sistema sanitario nazionale.
E’ probabile che le accuse cadranno nel vuoto. D’altronde è noto come, in ogni guerra, le organizzazioni umanitarie attive sul territorio siano accusate di appoggiare questa o quella fazione. Molto spesso, il semplice fatto di curare feriti e malati di entrambi gli schieramenti viene visto da Governi ed eserciti come un’indebita intromissione e un intralcio per le operazioni militari. E spesso non si esita a ricorrere ad accuse pesanti per sbarazzarsi di organizzazioni che possono risultare scomode. E’ successo ad Emergency in Afghanistan e ora tocca a Croce Rossa ed Msf in India.
Su queste pagine vi avevamo già raccontato della ribellione maiosta in India. I maoisti devono molta della loro notorietà agli articoli della scrittrice indiana Arundathi Roy; l’autrice del Dio delle Piccole Cose ha infatti trascorso un lungo periodo nella giungla insieme ai ribelli, raccontato in un lungo reportage pubblicato su Outlook India lo scorso marzo.
I naxaliti (che provengono dalle fila degli Adivasi, i cosiddetti “tribali, i discendenti degli abitanti originari del subcontinente indiano) sono attualmente definiti dal Governo indiano come “la più grande minaccia interna per la sicurezza nazionale”.
Una definizione che, secondo la Roy e chi difende la causa dei ribelli, è perlopiù dovuta ai grandi interessi economici in gioco nei territori abitati dagli Adivasi: dalla costruzione di grandi dighe a quella di altre infrastrutture per le quali i villaggi dei tribali rappresentano un impaccio a cui rispondere con il trasferimento forzato o pressioni intimidatorie. Da parte loro, i ribelli sostengono di essere insorti in difesa delle delle popolazioni rurali sfruttate e, secondo fonti governative, sarebbero ormai attivi in più di due terzi dell’India.
Il Governo di New Delhi ha risposto alla rivolta con una massiccia operazione di controguerriglia denominata Operazione Green Hunt, che dispiega più di 50.000 uomini in cinque stati: Bengala occidentale, Jharkhand, Bihar, Orissa e Chhattisgarh.