Domani, sabato 12 febbraio e domenica 13 febbraio ci saranno nuove occasioni per scendere in piazza e manifestare il proprio dissenso e chiedere nuovamente - dopo lo scorso weekend con gli appuntamenti al PalaSharp e ad Arcore - le dimissioni di Silvio Berlusconi.
Personalmente credo che mai come in questo momento sia il caso di mobilitarsi e di non fare i rivoluzionari da tastiera lamentandosi e basta. Due gli appuntamenti fondamentali, li abbiamo ricordati ieri. Sabato 12 la manifestazione del Popolo Viola.
Gli orari, le città, le piazze e tutti gli appuntamenti sul Post Viola. Domenica 13 invece “Se non ora, quando?”, per la dignità delle donne, tutte le informazioni e i dettagli sul loro blog. Perché in questo momento è importante mobilitarsi?
Primo, perché negli ultimi vent’anni ci siamo rammolliti come eterni panchinari: riprendiamoci tutti la piazza. Secondo: perché è giusto fare notare il più rumorosamente possibile che c’è un’ampia fetta di popolazione che trova lunare l’attuale scenario politico italiano.
Prosegue dopo il salto…
Avrete letto l’intervento di Silvio Berlusconi sul Foglio di Giuliano Ferrara - a proposito, domani saremo anche noi al Teatro Dal Verme, spero di riuscire a pubblicare qualcosa già nel pomeriggio - in cui confronta l’inchiesta della Procura di Milano nella quale è accusato di concussione e prostituzione minorile a una sorveglianza degna della Stasi, i terribili servizi della DDR raccontati nel film Le vite degli altri?
Magari a qualcuno sfuggiva la citazione, così per chiarificarla s’è piazzato in palinsesto su Rai Due, mercoledì 9, proprio Le vite degli altri. Poi sono “gli altri” a fare un uso privato del servizio pubblico… quel film non era in palinsesto, tant’è che vari siti che propongono guide tv hanno ancora il palinsesto “classico”, quello che prevedeva il telefilm “Senza Traccia”. Massimo Giannini su Repubblica di oggi si chiede retoricamente se sia un caso.
Spiegando la controffensiva mediatica del Premier, Giannini racconta del meeting tra
Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, e Claudio Brachino, direttore di Videonews-Mediaset. Convocati direttamente da Silvio Berlusconi, non più nella magione privata di Arcore, a Villa San Martino. Ma nella sede governativa di Roma, a Palazzo Grazioli. Per mettere a fuoco lo “spin” comunicazionale, con il quale il Cavaliere cercherà di riscrivere ancora una volta a suo vantaggio il “palinsesto” politico-mediatico dell’intera nazione
Da questa riunione i risultati non si sono fatti attendere:
Il primo: Giuliano Ferrara intervista Berlusconi sul Foglio, lo fa urlare contro “il golpe morale”, gli fa dire che “il popolo è il mio giudice ultimo”, e che quelle di Milano sono “inchieste farsesche, degne della Ddr”. Giusto la sera prima, all’improvviso, la Rai aveva deciso di cambiare il palinsesto, per trasmettere sulla Rete Due Le vite degli altri, il film in cui Von Donnersmarck racconta le tragedie umane prodotte dai metodi spionistici della Stasi, la polizia segreta della Germania comunista di Honecker. Qualcuno può pensare che sia stato solo un caso? Il secondo: ancora Ferrara irrompe alle otto al Tg1 di Augusto Minzolini, parla per sei minuti filati (un tempo televisivo infinito) attacca “il gruppo Espresso di De Benedetti e dei professoroni del Palasharp, che vogliono abbattere il governo con metodi extraparlamentari”, e spara a zero contro “il puritanesimo brutale che vuole tagliare la testa al re”
Ecco: direi che già in questi due quote ci sono abbastanza motivi per scendere in piazza, sia sabato che domenica. Spero di avere sufficientemente spiegato cosa penso di Giuliano Ferrara che stigmatizza il “neopuritanesimo” ieri.
Non vi bastano? Leggete l’intervento di Silvio Berlusconi sul Foglio
“Dalle cronache di questi giorni si capisce che i pubblici ministeri e i giornali o i talk show della lobby antiberlusconiana, che trascina con sé un’opposizione senza identità propria, si muovono di concerto: si passano le carte, non si comprende in base a quale norma, come nell’inchiesta inaccettabile di Napoli; oppure, come è avvenuto a Milano, scelgono insieme i tempi e i modi per trasformare in scandalo internazionale inchieste farsesche e degne della caccia spionistica alle ‘vite degli altri’ che si faceva nella Germania comunista”.
Quale scopo? “Lo hanno scritto su tutti i giornali il professor Zagrebelsky, la signora Spinelli, il professor Asor Rosa e tanti altri: bisogna liberarsi di Berlusconi evitando il voto degli italiani, tutti rincretiniti secondo queste élites boriose e antidemocratiche, e ci vuole dunque una iniziativa, cito letteralmente, ‘extraparlamentare’ che punti sull’emergenza morale per distruggere la sovranità politica che il popolo italiano non è degno di esercitare”.
“Stavolta c’è una coscienza pubblica diffusa dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco, anche perché abbiamo un presidente che è un galantuomo, e allora ricorrono a quello che lei, caro direttore, ha chiamato ‘golpe morale’. E’ per questo che nel documento del Popolo della Libertà si parla di eversione politica. E’ un giudizio tecnico, non uno sfogo irresponsabile”
Malgrado Ferrara da bravo spin doctor miri a una profezia che si autoadempie - voi credete che questo pezzo l’abbia scritto davvero Berlusconi? - temo che si sbagli di grosso.
Perché stavolta c’è sì una “coscienza pubblica diffusa”, ma è quella che lo vuole mandare a casa, che non ne può più di sentirsi umiliata, ridicolizzata, governata da un uomo incapace di prendersi le sue responsabilità, un eterno ragazzino che gioca a guardie e ladri con la magistratura - vi lascio immaginare con che ruolo - con alle spalle un patrimonio di circa 8 miliardi di euro e un impero di conflitti di interessi.
E quindi può comprare tutto: può comprare parlamentari, può comprarsi la fiducia, può comprarsi il consenso, l’informazione, le vite, anche quelle degli altri. Ecco: non dimentichiamoci che le cose stanno così, che non esiste nessuna “élite boriosa e antidemocratica”, che quelli che non ci stanno non usano carta igienica di cashmere, ma campano esattamente male come gli italiani che l’hanno votato.
Detto questo, chiudo con questo pezzo de La Stampa che vi racconta delle manovre - queste sì, da tv della Germania Orientale - per il controllo dell’informazione pubblica avvenute in questi giorni
Nel mirino finiscono, conduttori, programmi, format e soprattutto, Raitre: la satira (vedi il programma «Parla con me») «non può diventare occasione per dibattere temi di attualità politica, all’approfondimento giornalistico. Tutto, dunque, codificato, e messo nero su bianco: dagli applausi (vietati) agli show men di diversa estrazione culturale.
E poi, il conduttore, che «dovrà avere un ruolo terzo, raffreddando i toni del dibattito, senza divenire il protagonista del format. Insomma, sia Michele Santoro che Giovanni Floris sono avvisati. E se ciò non bastasse, ecco le dure note a margine: «Il servizio pubblico deve rappresentare il Paese reale e non le élites», quindi assegnazione degli spazi televisivi ai partiti in modo proporzionale al consenso (addio par condicio), e soprattutto, «niente filmati, tabelle, schede (vedi le analisi proposte da «Ballarò») e tutto ciò che crei una «tesi precostituita»
Ancora questa parola che ricorre, “élite”. Come ho detto settimana scorsa: se non v’importa nulla, state pure a casa. Ma se tutto questo vi sembra assurdo, pericoloso, antidemocratico, fatevi un favore e questo weekend andate in piazza: le occasioni per mostrare il vostro dissenso ci sono, sfruttatele.
sergio001
11 feb 2011 - 13:43 - #1io ci sarò
nchomsky
11 feb 2011 - 14:57 - #2NUMERO MINIMO DEI PROCESSI E QUANTITA’ MASSIMA DI CA22ATE:
L’altra sera, non so più in quale talk-show, si esibiva in tutto il suo splendore il cosiddetto ministro delle Attività produttive, Paolo Romani. Il quale sosteneva una tesi davvero avvincente: la prova delle persecuzione giudiziaria ai danni del suo principale, e dunque della sua innocenza, è evidente dal numero dei processi che il principale ha subìto. Sviluppando poi il suo pensiero (si fa per dire), il Romani argomentava che “è normale che un cittadino abbia due o tre p ro c e s s i ”, ma venti no, perdìo. È difficile concentrare in così poche parole un così alto numero di ca22ate. Intanto perché non è affatto “nor male” che un cittadino abbia “due o tre p ro c e s s i ”: perché mai dovrebbe averne, se non commette reati o non viene denunciato per averne commessi? Ma, si sa, “omnia munda mundis” e – direbbe Massimo Fini – “omnia sozza sozzis”. Dunque è comprensibile che il mondo frequentato dal Romani sia popolato di personaggi considerati “nor mali” perché hanno solo due o tre processi (lui stesso ne ha avuto uno, da cui è uscito brillantemente indenne). Quel che gli sfugge è che fuori del suo mondo circolano a piede libero milioni di italiani che non hanno mai subìto un processo in vita loro. L’idea poi che esista un numero ideale di processi, due o tre al massimo, da non superare per non sconfinare dalla normalità, è un’altra bizzarria che solo un Romani può sventolare in tv con la faccia seria: chi ha mai stabilito questa soglia? E in base a quale criterio? Fermo restando che l’er rore giudiziario è sempre in agguato, anche se molto più raro di quel che si dice, il numero dei processi a carico di una persona dipende dal numero di reati commessi: più uno delinque, più viene processato. A questo serve il casellario giudiziale: a farsi un’idea della capacità delinquenziale di un soggetto. Se ha molti precedenti, vuol dire che è un criminale incallito, plurirecidivo, dunque più pericoloso di uno che ha collezionato una sola condanna, o tutt’al più meno abile a non farsi scoprire. Le cronache nere pullulano di zingarelle, processate decine di volte per furto, che cambiano continuamente identità per risultare sempre incensurate e strappare ogni volta le attenuanti generiche. A nessuno, nemmeno a Romani, verrebbe in mente di desumerne che, siccome hanno subìto molti processi, sono molto perseguitate, dunque innocenti. Nel caso delle zingarelle, anzi, l’alto numero dei precedenti è considerato un indice inequivocabile di grave pericolosità sociale. B., invece, più processi gli fanno più è innocente (anche se, nei 16 sin qui subìti, è stato assolto soltanto 3 volte: per il resto l’han salvato 2 volte l’amnistia, 2 volte la sua legge che depenalizza il falso in bilancio, 5 prescrizioni di cui 4 in seguito alla stessa sua legge; e gli altri 4 processi sono in corso). In ogni caso è consolante sapere che, tra le varie mansioni del ministro delle Attività produttive, c’è anche quella di tenere la contabilità dei processi subìti da Tizio e Caio, per stabilirne la modica quantità per uso personale. Indagare, ma non troppo: questa la concezione, vagamente mozartiana, che il nostro governo ha della giustizia penale. Almeno quando si occupa del principale. Ora Renato Vallanzasca, 60 anni di età di cui 40 trascorsi dietro le sbarre, si morderà i pugni: non gli era mai venuto in mente di difendersi nei vari tribunali che l’han condannato a 4 ergastoli più 260 anni di galera, dicendo: “Vostro onore, se mi affibbiate quattro ergastoli, vuol dire che mi perseguitate, perché avendo una sola vita me ne basta uno, di ergastolo, per restare dentro per sempre. Dunque sono innocente, chiedete al ministro Romani”. Anzi, un giorno che una cronista di sinistra gli domandò se si sentisse perseguitato, rispose beffardo: “Signorina, non diciamo ca22ate”. Ma Vallanzasca è un bandito serio. Infatti non potrà mai fare il presidente del Consiglio. E nemmeno il ministro delle Attività produttive.
(Di Marco Travaglio su Il Fatto di oggi)