Anche l’ultimo appello di Giorgio Napolitano contro l’antipolitica fatto ieri a Pesaro in occasione del 25 aprile rischia di cadere nel vuoto.
Perché, al di là dell’autorevolezza del capo dello Stato, gli italiani non credono più nella volontà e nella capacità dei partiti di rinnovarsi e di riformare le istituzioni e il Paese.
I partiti, pur con sfumature non secondarie fra loro, non sono più credibili. Le leadership di questi partiti non colgono il livello di sfiducia e di protesta raggiunto dagli italiani. La gente è ben cosciente del valore del voto: guai assalire chi dice di non voler votare tacciandolo di qualunquista!
L’astensionismo è inteso come espressione di dissenso politico, viene inteso dagli elettori come l’unica “arma” in mano per fare capire alle forze politiche l’aria che tira.
Gli italiani non sono contrari alla politica e non sono contro i partiti, tanto meno ripudiano l’ordinamento democratico. Ma ritengono colma la misura e ridotta a zero la fiducia in chi ha diretto e gestisce il “palazzo”. Al punto in cui si è giunti non bastano palliativi o riverniciature di facciata.
Ha un bel dire Bersani nel proporre meno soldi ai partiti e bilanci trasparenti e sotto controllo. La questione è un’altra: i cittadini, di fronte agli scandali e alle ruberie, non vogliono più il finanziamento pubblico ai partiti. Punto.
Per non parlare del rimasticamento dei Berlusconi, Casini e soci impegnati a cambiare nomi ai rispettivi partiti lasciando al comando sempre le stesse facce, impresentabili.
Insomma, gli italiani non vogliono più minestre riscaldate. Da qui si deve ripartire per arginare l’antipolitica e i “pifferai” di turno che soffiano sul fuoco. O si svolta davvero o anche gli appelli di Napolitano diventano prediche inutili.
Fa proprio ridere, il Cav “Burlesquoni”. Ma dietro la maschera consumata e grottesca c’è il Cav di sempre, pronto – l’annuncio è del fedele Angelino Alfano - a mandare in scena un nuovo “coupe de theatre”.
Poco conta se il Cav sarà sotto i riflettori in prima persona: di certo sarà ancora lui e solo lui a tirare le fila dell’ennesima trovata utile solo a se stesso.
Dal Predellino al Predellone il passo è breve. Chi credeva a un Berlusconi “pensionato” di lusso, dovrà ricredersi. Berlusconi c’è e ci sarà. Avere negato per anni la crisi e avere ridotto l’Italia in braghe di tela non conta, acqua passata. Conta il futuro. Quale futuro? Ovvio, fermare la sinistra e i comunisti, la cui ombra lunga si staglia fino a lambire Palazzo Chigi.
Altrettanto ovvio che nel Pd c’è sempre qualche “furbo” che fa da sponda alle velleità del Cav. lanciando l’idea delle elezioni politiche anticipate per il prossimo ottobre.
“È ben poco verosimile – scrive oggi sul Sole 24 Ore Stefano Folli - e sembra funzionale al desiderio dell’ex premier di mantenere il controllo della vasta area d’opinione che per anni ha sostenuto il Pdl e oggi appare frastornata, in cerca di nuove strade. Uno scenario pre-elettorale, benché fittizio, serve a restituire compattezza a quel mondo, riducendo lo spazio di manovra dei “terzopolisti”.
Ecco perché Monti non fa un passo avanti sulle riforme. I partiti hanno altro da fare. Smontare e rimontare i partiti e l’attuale quadro politico è bene. Altra cosa è cambiare solo l’insegna della propria bottega lasciando negli scaffali la vecchia mercanzia tarlata e dietro il banco i vecchi mercanti “predatori”.
Questa è una di quelle losche storie all’italiana che fanno capire che in politica non sono tutti uguali ma che la pianta della politica Made in Italy produce frutti bacati e anche avvelenati. Sotto i riflettori un “figuro” quale Sergio De Gregorio, il cui passaggio dall’Idv, partito nel quale fu eletto la prima volta nel 2006, al centro destra, fu «lautamente remunerato».
Lo rivela ai pm napoletani il commercialista del senatore, Andrea Vetromile, ascoltato il 29 febbraio scorso quest’anno come persona informata dei fatti. «Fu Lavitola che accreditò De Gregorio presso Berlusconi - dice - De Gregorio è ex socialista come Lavitola».
Alla presidenza del Senato è arrivato l’ordine di custodia cautelare agli arresti domiciliari per il senatore del Pdl: è accusato, nell’inchiesta su Valter Lavitola, di associazione per delinquere legata ai fondi per l’editoria. Gli atti entro 48 ore saranno trasmessi alla Giunta delle Immunità.
Stando alla ricostruzione di Vetromile il senatore avrebbe dovuto candidarsi nel 2005 nelle liste di Forza Italia, ma Fulvio Martusciello, «che non lo vedeva di buon occhio, riuscì a farlo escludere». De Gregorio si candidò con Di Pietro e fu eletto con circa 80mila voti. «Una volta eletto passò nelle fila del centro destra - spiega Vetromile - ebbene fu proprio Lavitola, forte dei suoi rapporti personali con Berlusconi, che concretizzò questo accordo. Sentivo Lavitola che caldeggiava l’operazione di passaggio…voglio precisare anche che l’accordo del passaggio venne così lautamente renumerato … (omissis). Anche il Lavitola come De Gregorio doveva traghettare quanti più parlamentari possibili dal centrosinistra al centrodestra». Il verbale, con diversi omissis, è riportato nell’ordinanza di custodia notificata oggi.
Sono questi i personaggi chiamati “onorevoli” e lautamente pagati dal popolo italiano?
Di fronte a gente come il “Trota” e a quelli della Bossi family con vicini cricche e contro cricche, uno come Pier Luigi Bersani pare davvero un gigante, addirittura il gigante buono. O, se si preferisce, quello da cui potresti comprare … un’auto usata. Poi arriva la mezza doccia gelata.
Scrive oggi l’Unità: “Non sono frutto di improvvisazione, ma di una riflessione su come debba comunicare un politico le metafore che, grazie anche a Maurizio Crozza, sono diventate ormai il tratto distintivo di Pier Luigi Bersani”.
E il segretario del Pd spiega a Vanity Fair: ”È un linguaggio che ho studiato. Mica parlavo così, quando avevo 25 anni”. Come parlava? “Filosofese. Ma a forza di scarpinare tra i paesi di montagna - vengo da Bettola - ho capito che uno deve stare al di sotto delle sue solennità. Le metafore sono un modo democratico per tradurre in modo accessibile un concetto complesso. Poi ce ne sono tante che in Tv non posso dire. Quelle un po’ hard”.
Bersani però non ha voluto rivelarle. “Non posso. Ne avrei una per descrivere le sette ore e mezzo di incontro con Monti sull’articolo 18, ma non si può”. Ultima domanda: Era spiritoso anche da giovane? Risposta: “Più di quanto sembrassi: appena mi parlavi veniva fuori la mia natura da paese”.
Tutta colpa di Berlusconi e del berlusconismo? Palmiro Togliatti, pace all’anima, è morto nel 1964. E Enrico Berlinguer si rigira nella tomba.
Il premier Mario Monti dice forte e chiaro che la crisi è finita, precisando con enfasi: al Boao Forum of Asia, la Davos d’Oriente: “L’Eurocrisi è finita anche grazie all’Italia”. Ma sulle parole del capo del governo, come valanghe, giungono i dati Istat sulla
disoccupazione giovanile, da record, mai così male dal 1992.
Nel quarto trimestre del 2011 il tasso di disoccupazione è balzato al 9,6%. E’ il dato più alto da dodici anni: per ritrovare un dato così negativo bisogna infatti tornare al quarto trimestre del 1999, quando il tasso di disoccupazione toccò il 10,5%. In questo quadro, con la spada di Damocle che pende sulla riforma del lavoro, il Pd cerca di rilanciare … “da sinistra”, giocando la carta della patrimoniale sui grandi capitali e tassazione del 10% per gli scudati.
“La politica deve fare in parte quello che sta già facendo con il governo Monti e che non è stato fatto negli ultimi tre anni e mezzo con Berlusconi”, afferma al quotidiano online Affaritaliani.it Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. Che aggiunge: “E’ vero che c’è una crisi globale, ma per tre anni e mezzo in parte è stata negata e mal gestita. Bisogna continuare ad affrontare i problemi economici del Paese per dare risposte soddisfacenti: occorre cambiare la politica economica conservatrice del governo tedesco, con la quale la crescita è una chimera. Per questo motivo sono importanti le elezioni in Francia, in Italia e poi in Germania. Guardando alla politica economica nazionale, la priorità è dare sollievo fiscale alle famiglie e alle imprese, facendo pagare di più coloro che hanno grandi patrimoni. Questo consentirebbe di dare una risposta immediata a chi è in difficoltà.
Inoltre – conclude Fassina - si deve chiedere un contributo più elevato a coloro che hanno scudato 105 miliardi di euro di capitale e che hanno beneficiato di un condono. Invece del 2% bisogna far pagare loro il 10%. Con questa misura potremmo dare decine di miliardi alle piccole imprese che aspettano da anni i pagamenti della Pubblica Amministrazione”. Come dargli torto? Ma che ne pensa Veltroni? Qual’è la posizione degli ex Popolari del pidì? La parola a … Bersani.
Proprio ieri, anche se lontano dall’Italia, il premier Monti ha voluto rimarcare il distacco fra i cittadini e la politica, la continua perdita del consenso dei partiti.
Siamo oramai a un vero e proprio crollo: in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti degli attuali partiti politici. In questo quadro parte oggi il tentativo di costruire il “quarto polo”, con un manifesto pubblicato da un gruppo di docenti universitari e intellettuali per creare, appunto, “un soggetto politico nuovo”.
Di fronte ai partiti “tutti da buttare” e ai leader “demiurghi” squalificati, la politica “sacrificata ai tecnici sull’altare dei mercati finanziari” serve una nuova forza che “sparigli” il gioco, rendendo protagonisti la base, i cittadini, gli elettori. Questo il succo dei promotori, fra cui spiccano “antiberlusconiani doc” quali Paul Ginsborg (già promotore dei “Girotondi” con Pancho Pardi) e Stefano Rodotà, autorevole ed irrequieto esponente della sinistra.
Seguono altre firme “pesanti”: i giuristi Ugo Mattei e Alberto Lucarelli (quest’ultimo assessore a Napoli con De Magistris) padri dei referendum per l’acqua pubblica, i sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli, gli economisti Guido Viale e Tonino Perna, l’ex magistrato Livio Pepino, lo storico Piero Bevilacqua, il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, il paleologo Fulvio Vassallo, l’urbanista Enzo Scandurra, il presidente della Comunità montana della Val di Susa, Sandro Plano.
A fine aprile il primo appuntamento pubblico nazionale. Per crescere si punta tutto sul web (www.soggettopoliticonuovo.it) e su assemblee locali. Il 45% degli italiani dice di non volere andare a votare. E’ a questi italiani che il nuovo partito dei “beni comuni” si rivolge per trasformare l’antipolitica in nuova partecipazione democratica e riformista. Sfida politica vera o astratto velleitarismo da intellettuali frustrati?
E’ in corso a Montecitorio, nell’ufficio dato all’ex premier Berlusconi nel corridoio della … “Corea”, il vertice dei tre segretari dei partiti di maggioranza Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani, Pierferdinando Casini.
Si discute di riforme e in particolare di quella elettorale nel tentativo di cancellare il “Porcellum”. Sul tavolo, ovvio, rimbalzerà la patata bollente della riforma del lavoro su cui è intervenuto il leader di Sel Vendola, che ha avvertito Bersani: “Il centro-sinistra va a pezzi se il Pd cede sull’art.18”.
Ancora una volta, dopo la Direzione unitaria di ieri, Pier Luigi Bersani è costretto a metterci la classica toppa per i rumors di alcuni esponenti del pidì, certi di una crisi di governo in tempi brevi. Il segretario del Pd taglia corto: “Voto a Ottobre? Sono stupidaggini”.
Ma solo il timore delle prossime amministrative tiene buona la “sinistra” interna dei Democrat, pronta al tutto per tutto, anche a presentare una mozione di sfiducia contro Monti, se il governo non rivede la sua linea sull’art. 18 e non viene incontro alle proposte della Cgil.
Ovvio che nel Pd, anche i più intransigenti, temono un duro contraccolpo negativo nell’eventualità di una crisi di governo in autunno. Per questo lasciano andare allo scoperto il premier e il ministro Elsa Fornero, dopo di che, senza un dietrofront sull’art. 18, dovrebbero pensarci i lavoratori, a “cucinare” l’esecutivo.
Bersani sente e osserva, ma finge di non udire e di non vedere, attento a non tirare troppo la corda nei confronti di Monti e ad ascoltare i “consigli” che gli arrivano a ritmo incalzante dal Colle.
Il rischio, adesso, è di gettar via l’acqua sporca con il bambino dentro. In questo caso – si parla della riforma del lavoro e affini, del governo Monti, del ministro Fornero, della inedita santa alleanza contro l’articolo 18 fatta da vescovi, Bossi, Di Pietro, Camusso e Landini - non è più chiaro qual è il vero obiettivo del governo dei prof.
Dopo la fase uno del risanamento impostata nella logica da “lacrime e sangue”, impantanati in una fase due della ripresa annunciata con mini riforme da governicchio, il colpo di coda dell’articolo 18, al di là del merito (non da poco) fa cadere la maschera dell’esecutivo “tecnico”. Questi fanno politica con la logica del tecnico, ovverosia, del … “padrone”. Si rischia il replay di un film già visto.
Di passo in passo si passa dalle buone maniere al dire e al fare da arroganti, veri e propri ricatti. Come definire la frase del ministro Elsa Fornero: “Il Parlamento approvi o ci mandi a casa”? Parole che premier e ministri quali De Gasperi, Fanfani, Andreotti, Moro, Craxi, Spadolini, Nenni non hanno mai pronunciato. E non si può dire che erano tempi facili e senza scontri politici. Come non si può dire che le cose andavano peggio di adesso. Allora?
Tocca a Monti riprendere in mano il pallino e dare, se vuole e se può, una sterzata: il governo rischia di bruciare il consenso acquisito fra gli italiani e di entrare a gamba tesa nella lotta politica. Politica fatta anche di opportunità, non solo di numeri. Isolare la Cgil significa destabilizzare l’Italia. Spaccare il Pd significa fare il più grande regalo a Berlusconi e a tutte le sue cricche, giù di tono, ma pronti per la rivincita.
Se Monti bastona solo da una parte (lavoratori, pensionati, ceti medi, piccoli imprenditori) senza toccare i veri poteri forti della grande finanza, delle banche, della grande economia, dei grandi media, dei grandi evasori e dei grandi corrotti, la risposta alla signora Fornero è una sola: tutti a casa! Senza rancore, ma senza rimpianti. Poi la parola agli italiani, per la conta delle urne. Potrebbero esserci sorprese. E non sempre negative.
Allora, proviamo a tirare due somme sui redditi dichiarati d alcuni politici. Il Cav resta stabilmente in vetta, anzi allunga, passando da 40 a 48 milioni di euro. Segue Amato Berardi, deputato Pdl eletto all’estero nella circoscrizione America settentrionale e centrale: il parlamentare molisano ha dichiarato nel 2011 4.070.000 dollari, cioè 3.092.105 euro.
Al terzo posto c’è l’imprenditore Antonio Angelucci con 1.769.455 euro. Sopra il milione di euro, al quarto posto, c’è il presidente della commissione Affari Costituzionali, Donato Bruno: il deputato-avvocato del Pdl ha dichiarato 1.751.830 euro. A seguire, al quinto posto con 1.720.936 euro, la presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, deputata Fli e avvocato penalista.
Al sesto posto un altro avvocato e deputato finiano, Giuseppe Consolo, con la sua dichiarazione di 1.630.674 euro. Al settimo posto c’è Maurizio Paniz (Pdl), anche lui avvocato, con 1.482.270 euro. Scende invece sotto il milione, rispetto alla precedente dichiarazione dei redditi, l’avvocato di Berlusconi Niccolò Ghedini (Pdl) che nel 2011 ha dichiarato 993.901 euro. E’ suo l’ottavo posto. Al nono con 4.849.012 pesos argentini (cioè 844.844 euro cui si aggiunge il reddito di parlamentare di 124.714 per un totale di 969.588 euro) c’è un altro eletto all’estero, nella circoscrizione America latina: è il deputato del Pdl Giuseppe Angeli. Al decimo posto Enrico La Loggia (Pdl) con 758.079 euro. Per la cronaca, il premier Monti segue a grande distanza: 1,5 milioni di euro.
Molti i “poveretti” sopra i 150 mila euro. Il più povero? Il senatore Idv Belisario. Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita, dichiara poco più di 300mila euro, tre volte il reddito di Rutelli. Interessante l’impegno di Pier Ferdinando Casini in Borsa.
A fronte dei soli 116.986 euro di reddito imponibile dichiarato nel 2011, il leader dell’Udc in un anno ha venduto e comprato azioni in tutta Europa. Il titolo più ricercato nel 2010 è Intesa San Paolo: Casini ha comprato 967 azioni dell’Istituto allora nelle mani dell’attuale Ministro Corrado Passera. Ma il leader Udc ha comprato anche 40 azioni Eni, 61 Sanofi Aventis, una di Air Liquide, 20 di Scneider electric. Ma Casini possiede anche diverse partecipazioni in società: a partire dalle 464 azioni nella spagnola Iberdrola, 191 in Axa, 106 in Vinci, 88 in Total, 87 in Unilever, 47 in Bayer, 25 in L’Oreal e 24 in Bmw.
Il leader Udc nel 2010 ha anche venduto tanto in Borsa: si è liberato di 1.525 azioni Unicredit e poi delle azioni Basf, Siemens, Allianz, Telefonica, Bnp Paribas, Technip, Anheuser-Bush. E ancora delle 216 azioni del Banco di Bilbao, 21 Daimer, 111 di Deutsche bank e 277 in Deutsche telecom, 151 Gdf Suez, 77 Hennesc Mauritz, 348 Ing groep, 10 Lumh Moet Hennesky Luis Vuitton, compagnia De Saint Gobain, 125 Saipem, 48 Sap, 95 Societé generale, 20 Unibail, 47 Vallourec. Soltanto due deputati hanno comprato titoli di Stato nel 2010: Mario Pepe (Misto) ha dichiarato 100mila euro in Btp e Roberto Rao (Udc) ha 50mila euro in Btp con scadenza al primo settembre 2020.
Dove troverà Pier Ferdy il tempo di pensare agli italiani?
Non c’è un partito, né un leader di partito, che pensi all’oggi. Sono tutti impegnati a guardare “oltre”, pensano alle elezioni politiche 2013, prefigurano il dopo-Monti.
E’ l’ennesima dimostrazione dell’inconsistenza di queste forze politiche, senza idee, programmi, strategie, incentrate solo a fiutare l’aria che tira, a sfruttare ogni refolo di vento amico, per non mollare la presa e restare alla guida del timone, qualunque sia la barca.
In questa “ginnastica” quotidiana, il più solerte è Pier Ferdinando Casini: “ I voti che gli italiani daranno al mio schieramento, alla mia persona, al mio partito alle prossime elezioni politiche saranno spesi da noi per dare vita a un governo di responsabilità nazionale”. E alla guida del governo di responsabilità nazionale Casini, ci vede benissimo ancora Monti: “Non credo che Monti non sia un leader politico, lo è a pieno titolo, gli ho detto che è più politico di Andreotti. Se non fosse un raffinato politico non starebbe lì. Non sarà candidato alle prossime elezioni, restituirà le chiavi alla politica, poi il giorno dopo le elezioni si vedrà. Ogni giorno ha la sua pena”.
Tutti gli altri, Bersani, Alfano, Fini e compagnia cantante, si rincorrono su Monti e sul dopo-Monti. Scrive oggi sul Riformista Emanuele Macaluso: “Si discute se l’impronta lasciata dal governo, su cui si svolgeranno le elezioni, sarà quella di sinistra o di destra. E Monti con chi si schiererà? Berlusconi, goffamente, lo presenta come una sua creatura, Casini tende a identificarsi col governo e il suo presidente, Bersani è con Monti ma a tempo determinato. Domani cosa farà il ministro Passera? Guiderà il centro o il centrodestra?”.
Appunto. Tutti a discutere del domani. E sul Monti di oggi? E sull’Italia claudicante di oggi?