
Ieri abbiamo parlato della giornata di festa in Bolivia per i duecento anni di indipendenza dalla Spagna, e di come il piccolo stato sudamericano abbia diversi elementi per guardare al futuro con fiducia, nonostante le divisioni interne. La Bolivia è solo uno dei nove stati che tra il 2009 e il 2010 festeggerà il bicentenario dell’indipendenza dalla Corona spagnola. Insieme a lei Messico, Argentina, Ecuador, Paraguay, Cile, Venezuela, El Salvador e Colombia.
Il XX secolo ha rappresentato per l’America Latina un duro colpo alle sue ambizioni di indipendenza dopo il colonialismo, soprattutto per mano degli Stati Uniti e dei metodi terroristi usati per imporre i propri interessi nel continente, dal colpo di stato in Chile di Pinochet allo sterminio dei sandinisti in Nicaragua.
Oggi sembra avviato un nuovo percorso, dopo anni in cui sembra aver preso forza la spinta popolare, democratica e indigena nei diversi paesi. Peacereporter ha chiesto a Raul Zibechi, ricercatore docente e uno degli intellettuali più brillanti del continente latinoamericano, se questa indipendenza oggi sia reale. Di seguito il parere di Zibechi.
Continua a leggere: Il neocolonialismo in America Latina è davvero finito? Il parere di Raul Zibechi

Si è aperta da due giorni la Conferenza Onu sulle droghe a Vienna, dove gli organismi internazionali per una settimana faranno il punto della situazione nella lotta al narcotraffico. Primo dato di fatto: decenni di proibizionismo non hanno portato a nulla, anzi, il consumo di droghe aumenta costantemente, soprattutto della cocaina, vero e proprio “oro bianco”.
I dieci anni di Bush sono l’esempio più lampante di come non serva a nulla buttare soldi nella lotta al narcotraffico senza una strategia credibile e approfondita. Cosa può servire bombardare le piantagioni in Colombia se il il consumo in Occidente cresce esponenzialmente? L’uso di cocaina è andato costantemente aumentando in Europa e negli Stati Uniti, e di conseguenza, in America Latina la produzione è aumentata del 16 percento. Per una rotta che viene chiusa se ne aprono altre cinque.
Continua a leggere: Conferenza Onu sulle droghe a Vienna: cambio di rotta?
Cosa ha lasciato in eredità Bush oltre a due guerre, migliaia di morti e un cumulo di macerie di quello che rimane del defunto sogno americano? Fabrizio Gatti, con un reportage sull’Espresso di questa settimana, si è fatto un’idea. Guantanamo e la lotta alla droga, che ha visto l’ex presidente W. lanciare anatemi contro Bolivia e Venezuela, a suo parere non abbastanza decisi in questa battaglia.
Cosa lega Guantanamo alla lotta alla droga? Scopriamolo.
Racconta il reporter:
Il 24 settembre 2007 un Gulfstream II, un lussuoso jet d’affari, attraversa lo spazio aereo messicano. I piloti puntano a nord, verso il confine degli Stati Uniti. Ma in pochi istanti capiscono di essere nei guai. Devono atterrare al più presto. Anche se il carico che hanno distribuito in modo bilanciato tra i sedili non è di quelli che si possono dichiarare in dogana: 126 valigie per un totale di 3 tonnellate e 300 chili di cocaina purissima. Forse la causa dell’eccessivo consumo è proprio quel sovraccarico: l’equivalente di 41 passeggeri per un aereo che di solito ne porta 14.
Continua a leggere: Gatti e la coca made in Cia: un'altra eredità di G.W.Bush
Giovanni Nervo: allarme povertà. Voto + 9. Il fondatore della Caritas Monsignor Giovanni Nervo lancia un nuovo allarme sullo “stato” dell’umanità: “I due terzi della popolazione vivono in uno stato disumano. Ma allora bisogna vederla questa povertà! Il bisogno fondamentale oggi è aprire gli occhi sui poveri”. Ottimismo della volontà, pessimismo dell’intelligenza.
Ingrid Betancourt: pellegrina di pace. Voto + 9. Oggi alla Camera il presidente Gianfranco Fini conferirà a Ingrid Betancourt (celebre per le sue battaglie contro la corruzione e il narcotraffico, rapita nel 2002 in Colombia dalle Farc e liberata nel luglio 2008) il premio annuale “Pellegrino di pace” del “Centro per la pace fra i popoli” di Assisi”. Un raggio di speranza.
Il 3 luglio 08 rimarrà una data storica per la Colombia, e non solo. Ingrid Betancourt è stata liberata sei anni quattro mesi e dieci giorni dopo il sequestro ad opera delle Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane).
Un blitz che ridà slancio al governo colombiano di Uribe, travolto da scandali di qualunque tipo e di assoluta gravità, tra cui ricordiamo l’accusa di aver finanziato (e continuare a farlo) formazioni paramilitari che hanno compiuto orribili massacri in nome della lotta ai guerriglieri Farc.Un blitz e un successo che arrivano, dunque, al momento giusto. Anche se già si mormora di un possibile pagamento di 20 milioni di dollari per la liberazione di Ingrid.
La vittoria del governo colombiano in questo infinito braccio di ferro (basti ricordare le parole dure di Sarkozy e Chavez contro il governo stesso, accusato di non favorire un clima distensivo che potesse convincere le Farc a liberare gli ostaggi) segna anche una svolta decisiva per le Farc, che appaiono deboli, demotivate e senza una guida in grado di reggere con lo scontro con il tecnologico esercito colombiano supportato da Bush con milioni di dollari ogni anno.
Per la Colombia resta un futuro tutto da scoprire. Perché la Betancourt prima del sequestro combatteva contro politici corrotti e invischiati con il paramilitarismo come Uribe. Perché restano altri 43 ostaggi nelle mani delle Farc, ma viene il dubbio che, liberato l’ostaggio più importante mediaticamente, i riflettori si spengano e con essi la pressione internazionale. Con la speranza che la buona notizia di ieri non cancelli gli ultimi decenni di orrori, massacri e genocidi della parapolitica colombiana di Uribe.
È necessario non lasciare la Colombia a se stessa.
Via | Peacereporter
Continua a leggere: Ingrid Betancourt e la liberazione della Colombia
Difficile affiancare la lettura di “Lettera dall’inferno” (le ultime parole che ci arrivano da Ingrid Betancourt scritte nell’ottobre 2007), e le cronache della situazione sudamericana di questi giorni. Nel primo caso frasi strazianti e commoventi rivolte alla madre, ai figli, agli amici, e dichiarazioni terribili sulla prigionia, nel secondo si scade nel ridicolo.
Il 1 marzo il presidente colombiano Uribe ordina l’uccisione in Ecuador di Raùl Reyes, portavoce e numero 2 delle Farc (che dal 1997 tengono in ostaggio circa 200 persone, rapite nel corso degli anni). Si scatena la reazione dell’Ecuador, che rompe le relazioni diplomatiche con la Colombia, e quella francamente più ridicola (e contestata) di Chávez, che mette l’esercito ai confini colombiani. Uribe dice che dai documenti prelevati a Reyes si evincono chiari legami tra le Farc, il Venezuela e l’Ecuador. A testimonianza di questo in realtà ci sono anche le dichiarazioni del presidente venezuelano su Reyes, molto positive, e il fatto che lo stesso si trovasse in Ecuador. La crisi, tutto sommato, si è di fatto chiusa con Chávez che perde ulteriormente credibilità nel paese (oltre a dare motivo di sospettare legami con le Farc) e il presidente colombiano che smaschera il momento di difficoltà militare delle Farc, accerchiate, facilmente intercettabili.
Ma gli ostaggi? Pare che si agisca in direzione opposta alla loro liberazione. Si ha infatti notizia che l’omicidio di Reyes sia avvenuto nel giorno in cui avrebbe dovuto incontrare tre inviati di Sarkozy, giunti per trattare uno scambio di prigionieri. Ingrid Betancourt (nel 2002, quando venne rapita, candidata alle presidenziali colombiane) sta diventando un simbolo di lotta alla corruzione e al narcotraffico, e un simbolo di lotta per la libertà, ma sta anche lentamente morendo. C’è chi, in conseguenza alla morte di Reyes e alle difficoltà delle Farc, ipotizza che possano liberarla a breve, per far calmare le acque e far calare l’attenzione sul gruppo. E voi? Siete altrettanto ottimisti?
Foto | Flickr
Continua a leggere: La situazione in Sudamerica e la prigionia della Betancourt