Gli opposti, si sa, sono destinati a incontrarsi. Specie in politica. Fino a poche settimane fa Pdl e Pd si sparavano addosso mentre oggi, pur continuando a guardarsi in cagnesco, votano e sostengono, al pari dell’Udc, il governo Monti.
Questo accade fra i partiti di “maggioranza” in un quadro in movimento anche fra i partiti di opposizione come Lega e Idv. Bossi e Di Pietro sono l’uno opposto dell’altro, ma hanno in comune il fiuto del “contadino”, capaci di fare fruttare un chicco di grano e rivenderlo a peso d’oro.
Il Senatur è andato letteralmente a nozze con il Cavaliere, mollandolo solo quando la dote ricevuta (soldi, governo, media) non controbilanciava più i rischi di una convivenza sempre più sterile e pericolosa anche sul piano elettorale. L’ex Pm, moderato di destra intruppato nella foto di Vasto, è, finito Berlusconi, un pesce fuori dall’acqua.
Entrambi reggono bene la parte del “cane sciolto” che abbaia contro chiunque non gli porta un pezzo di pane (con il companatico). Orbene, il leader del carroccio e quello dell’Idv, pur soffiando entrambi sul fuoco del “tanto peggio tanto meglio” sono sempre più in mezzo al guado e rischiano, specie se Monti riuscirà a sfangarla, di rimanere come … don Falcuccio: nudo e crudo.
La svolta, se confermata una vera rivoluzione, è nell’aria, con tanto di trattative da “carbonari”: Lega Nord e Italia dei Valori insieme alle prossime elezioni politiche. Fantapolitica? Forse.
Ai due “superman” non mancano punti comuni: no a Monti, no a Berlusconi, no a Bersani, no a Casini, no a Napolitano, no all’Italia unita e indivisibile, no alla sinistra, no alla corruzione, no ai partiti democratici.
Alle prossime amministrative la Lega correrà da sola. E forse anche l’Idv. Poi, passato il polverone di maggio, si tratta. Il Senatur pone un unico paletto: l’accettazione del federalismo. Per uno come l’ex Pm, quisquiglie. Se son rose …
Gran tegolata sulla Lega che si vede cancellati i ministeri che pomposamente aveva spostato dalla capitale alla villa Reale di Monza.
Il tribunale di Roma infatti annulla la validità dei due decreti che hanno istituito le sedi periferiche dei ministeri a Monza. Il giudice del lavoro Anna Baroncini ha dichiarato “l’antisindacalità della condotta tenuta dalla presidenza del Consiglio dei ministri, consistente nell’istituzione di sedi periferiche della struttura di missione di supporto al Ministro per le Semplificazione normativa e del Dipartimento per le Riforme istituzionali, a mezzo del decreto ministeriale per le riforme per il federalismo, entrambi emanati in data 7.6.2011, omettendo l’informativa preventiva e conseguentemente impendendo la concertazione con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative del relativo comparto”.
In conseguenza di questo comportamento, “ordina all’amministrazione resistente di desistere dal comportamento antisindacale e di rimuoverne gli effetti”.
Per il ministro Roberto Calderoli, che con Bossi aveva inaugurato i nuovi “dicasteri” alla Villa Reale di Monza, comunque, quelle sedi non chiuderanno: “Trattandosi di un giudice del lavoro non poteva annullare i decreti perché questo non gli spetta. Pertanto le sedi dei ministeri a Monza restano aperte e operative”.
Ancora più drastico Davide Boni presidente del consiglio regionale della Lombardia che ad Affaritaliani.it ha dichiarato: “Noi andiamo avanti lo stesso, se vogliono ci vengano a prendere. Da Roma vogliono tagliare le gambe alla Padania.Io credo che sia il popolo che decide. I tribunali sono pieni di sentenze che poi spesso non vengono neanche applicate. Con buona pace del tribunale di Roma noi i ministeri li abbiamo qui e se qualcuno vuole venire a prenderli andrà in contro a reazioni di popolo. Ci sarà di sicuro grande indignazione popolare”.
Il Trota, novello … Rommel volpe della Padania, ha già infilato l’elmetto.
L’ultima stangata, pur dai contorni ancora incerti, è la più dura e le prossime settimane segneranno duramente la qualità della vita degli italiani. Ma ci si dimentica che il governo ha varato tre manovre in tredici mesi e tutte hanno usato la scure contro gli enti locali, azzoppando i comuni, costretti a diminuire ancora i servizi sociali fondamentali per i cittadini e a cercare nuovi balzelli per fare cassa.
In altre parole Berlusconi spinge all’angolo sindaci e amministratori locali, costringendoli a mettere le mani nelle tasche degli italiani. La maggioranza dei comuni è stata un esempio di buona amministrazione, un collante fra istituzioni e cittadini: al di là della crisi, c’è un disegno politico di smembramento e ridimensionamento delle autonomie locali. Altro che il federalismo di Bossi!
Il governo è in pieno marasma, col Pdl scosso da fronde interne e la Lega impegnata ad alzare il cartello dei “no” sulla base delle proprie esigenze localistiche ed elettoralistiche. Populismo, demagogia, incoerenza e sbandamento regnano sovrane in queste ore, dove è sempre più chiaro che il premier ha perso la bussola e che il governo non ha una guida politica, strattonato e ricattato dai potentati e dalla cricche che lo sostengono.
E’ un continuo stop and go dove ognuno dice ciò che vuole. Al ritorno dalle ferie gli italiani troveranno la prima tranche del nuovo conto da pagare. E avranno davanti due strade: continuare a lasciare la barca in mano a un timoniere che l’ha portata nelle secche o cambiare subito musica e suonatori.
Che succederà domenica a Pontida? Assolutamente niente. Le truppe leghiste, dopo l’assalto a polenta e grappe, si limiteranno a qualche fischio nei confronti del premier e del partito del “predellino”.
I “celoduristi” del Carroccio, continueranno imperterriti a far sventolare bandiere verdi al grido di “Roma ladrona”, “Padania libera”, “Federalismo”.
Così il Senatur borbotterà qualcosa “contro” il governo che sostiene, darà l’ultimo avviso al Cavaliere, accontentandosi dell’applauso del Trota, onnipresente. Ma, come ai tempi delle parate di Mosca e di Pechino, anche a Pontida i sorrisi sul palco nascondono una dirigenza mai così divisa e preoccupata.
In pochi mesi sono crollate certezze e consensi. Il travaso dei voti dal Pdl alla Lega non c’è più. Ora il Pdl sempre più in ginocchio trascina a terra anche il Carroccio. Perde voti il partito del premier e perde voti il partito del Senatur.
Sul pratone di Pontida la domanda da porsi dovrebbe essere una sola: come svincolarsi dall’abbraccio mortale del premier e del suo partito? Ma Bossi parlerà d’altro. Anche il Trota.

Umberto Bossi ha il carniere sempre più sguarnito e le sta provando tutte per risalire la china: deve portare al tradizionale raduno di Pontida del 19 giugno almeno un “contentino” per calmare la base in fibrillazione e dimostrare che la Lega c’è e conta.
Sconfitto alle amministrative, alza la posta, ma il Cavaliere promette e non mantiene. Bocciato anche sullo “spacchettamento” dell’Anas, (un farlocco federalismo delle strade per impiegare qualche amico degli amici e per assegnare qualche appalto alle cricche), il Senatur affida a Roberto Calderoli la carta dei Ministeri al Nord, che la ripropone depositando in Cassazione la richiesta di una proposta di legge per il loro decentramento.
Trattandosi di una pdl di iniziativa popolare, la Suprema Corte deve dare un via libera preliminare. Poi partirà la raccolta delle firme, almeno 50 mila. E’ questa la bandiera che Bossi alzerà a Pontida. Più che altro, una bandierina bisunta e logora, che già trova un nutrito fuoco di sbarramento del Pdl.
Sintetizza bene la presidente della Regione Lazio Renata Polverini: “”L’iniziativa del ministro Calderoli è inaccettabile, un affronto alla Capitale dove i ministeri hanno sede da sempre. Questa ostinazione- aggiunge la Polverini- alimenta solo divisioni nel paese e distrae l’attenzione da questioni più urgenti e serie per i cittadini che devono essere affrontate”.
Rincara la dose il sindaco di Roma Gianni Alemanno: “Non è pensabile che un ministro della repubblica prenda una iniziativa in contrasto con gli accordi con le altre forze politiche e che è una offesa a Roma capitale. Calderoli deve dimettersi”.
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Pier Luigi Bersani: (ri)lanciato. Voto 7. Il segretario del Pd è ottimista sui referendum: “Vinciamo come a Milano” e a Bossi in cerca di un contentino elettoralistico dice: “I ministeri la Lega una volta voleva ridurli. Adesso fanno accattonaggio”. Il Senatur nella nebbia padana.
Roberto Calderoli: (ri)porcellum. Voto 4. Carroccio ko: bocciato dal governo lo “spacchettamento” dell’Anas, cioè il federalismo delle strade. Depositata in Cassazione la richiesta per una proposta di legge per i Ministeri al Nord. Tutto fumo niente arrosto. Buffonate padane.
Si dirà: ma queste sono piccole cose e la politica è fatta di ben altre questioni. Sì, ma la politica non deve (anche) interessarsi della concreta vita quotidiana dei cittadini? C’è una indagine del Sole 24 Ore che affronta lo stato di certi servizi pubblici, in particolare quello degli asili nido.
Che c’entra? Chiedetelo alle famiglie che non possono “parcheggiare” il pargoletto nel “nido” pubblico perché il loro comune ne è sprovvisto o perché costa troppo. La conseguenza è difficoltà nel tenersi il lavoro, difficoltà nel bilancio familiare, ancor di più, timore di mettere su famiglia.
In ogni città, oggi, la domanda di posti è superiore alla disponibilità. Quindi, o ci si arrangia o le donne sono costrette a lasciare il lavoro. Solo chi può si affida a strutture private. I Comuni sono costretti a fare selezioni dando priorità a chi sta peggio. Chi ci rimette è il ceto medio, già duramente colpito dalla crisi economica e fortemente tartassato su tutti i fronti.
Chi non è “troppo povero” è colpito due volte: non trova posto al “nido” per il proprio figlio e paga le tasse dello stato e le tasse occulte dei comuni: paga per tutti, anche per chi non scuce un euro perché non gliela fa.
E’ uno dei tanti paradossi che portano alla lotta fra “poveri”, alimentando le disparità, le insoddisfazioni e l’allontanamento dei cittadini dalla politica e dalle istituzioni. La scure sui servizi colpisce duro: il governo se ne lava le mani, scaricando sui comuni il lavoro “sporco”. Se questo è il primo passo del federalismo, chi salverà gli italiani?
Domani è giovedì 7 aprile. Bella scoperta, si dirà. E no. Chi sa che proprio domani scatta la “cedolare secca” sugli affitti? Cioè diventa operativa la norma del decreto sul federalismo municipale che porta l’imposta sostitutiva sui redditi di locazione.
La cedolare secca riguarderà gli immobili affittati a uso abitativo e potrà sostituire l’attuale tassazione Irpef e l’imposta di registro, con un prelievo fisso del 21% per i canoni liberi e del 19% per quelli concordati. Come attuarla dovrà definirlo un provvedimento che l’Agenzia delle Entrate dovrebbe emanare entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto attuativo.
La Cgil denuncia che «il provvedimento si conferma a favore esclusivamente per i proprietari più ricchi, con una perdita immediata di gettito che supera 1 miliardo di euro, e di sicuro non produrrà una diminuzione dei canoni tale da calmierare un mercato oggi insostenibile per un numero sempre crescente di famiglie».
Per il sindacato la norma «a fronte di un crescente disagio abitativo, della difficoltà per le famiglie a sostenere le spese per l’abitazione e di drammatiche situazioni di emergenza, non ha contropartite in termini sociali e non affronta il vero problema legato alla necessità di nuovi interventi nelle politiche abitative del nostro Paese». La Cgil aggiunge: «negli ultimi 5 anni sono stati emessi 250mila provvedimenti di sfratto, circa 200mila per morosità, 125mila sono state le esecuzioni di provvedimenti emessi anche in periodi precedenti, 100mila per morosità: si stima che circa 150mila provvedimenti già emessi potrebbero essere eseguiti nel prossimo periodo, ai quali potrebbero aggiungersi altri 150mila che, seguendo il trend dell’ultimo periodo, saranno emessi nel prossimo triennio».
Contenti? Grazie, Umberto! E grazie anche a Silvio. E tanti saluti al “Trota” …
C’è stata l’intesa tra regioni e governo sul rispetto dell’accordo di dicembre, e dunque il via libera dei governatori al decreto legislativo sul fisco regionale. Da lì la spinta per l’ok della Bicameralina.
Un risultato importante, soprattutto per la Lega Nord che su questa carta del federalismo si gioca tutta la partita, anche la sua permanenza al Governo. Una domanda s’impone: perché il Pd, con la sua astensione nella Bicameralina, ha rotto il fronte delle opposizioni e ha dato una bella mano a Bossi e al Governo?
Semplice: il partito di Bersani, in questo modo riesce quanto meno a garantire una manciata di soldi alle regioni rosse che ancora governa, piegandosi però al Carroccio e mettendo in difficoltà il resto dell’opposizione. Si vedrà presto, già nelle elezioni di maggio, se questa mossa pagherà sul piano elettorale o se il solito modo del pidì di fare il pesce in barile lo penalizzerà alle urne.
E’ difficile, oggettivamente, non pensare ai contraccolpi negativi: un aumento della pressione fiscale sulle famiglie e sulle imprese ed una progressiva contrazione dell’offerta pubblica di servizi, una forte separazione tra le regioni del nord e quelle del sud aumentando le diseguaglianze profonde tra aree diverse del paese. Così facendo, il Governo non solo mette le mani nella tasche degli italiani ma oggi fa completare questo ‘lavoro sporco’ a regioni province e comuni.
Bossi gongola, Bersani si gratta la pelata, Berlusconi va all’ incasso.
Umberto Bossi: bandierina. Voto 6+. Il leader del Carroccio incassa l’approvazione della bicameralina sul federalismo regionale, spacca le opposizioni (Pd astenuto), ottiene l’ok delle Regioni. Gongola il Senatur, rude ma efficace.
Massimo D’Alema: banderuola. Voto 5-.Il lider Maximo tuona alla Camera: “C’è l’Europa delle leghe e quando vince l’Europa delle leghe ce ne è sempre una più a Nord di noi”. Poi il Pd dà l’ok a Bossi sul federalismo. Solita frittata (bruciata).