Classe 1980, laureata in Politica Europea e Filosofia del Diritto (più un master in Human Rights and Conflict Management al Sant’Anna di Pisa) Francesca Borri ha iniziato a raccontare le zone di conflitto con il Kosovo di “Non aprire mai” (la Meridiana 2008). Dopo tre anni a Ramallah, al momento vive tra Damasco e Beirut; i suoi scritti dal Medio Oriente - tradotti in inglese, francese, spagnolo - sono online su PeaceReporter.
“Qualcuno con cui parlare” (Manifestolibri, 2010) raccoglie diciotto interviste a israeliani e palestinesi in cui emerge la schizofrenia di un conflitto che sembra, apparentemente, senza soluzione.
Ma, come scrive l’autrice, il libro “è anche l’occasione per dare voce a donne e uomini dalle storie e ferite le più diverse e che continuano, però, a sentirsi prima di tutto persone, rivendicando identità più larghe, e varie e complesse di quelle consentite dalla classificazione e costrizione in israeliani e palestinesi.” Il tutto nella convinzione che per sconfiggere il fondamentalismo altrui, sia indispensabile cominciare dalla decostruzione del proprio. Ne parliamo direttamente con Francesca Borri dopo il salto…
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Dopo le pressioni su Santoro, ora l’obiettivo del centrodestra è il mansueto Floris: Berlusconi chiama in diretta a Ballarò e strepita, Tremonti dileggia il giornalista per i suoi compensi e Calderoli chiede una revisione degli stipendi Rai, sennò “va ridiscusso il canone”. Della Dandini sappiamo ogni cosa e anche la Gabanelli non se la passa molto bene. Solo uno va avanti senza timori. La Vespa Teresa
Show e battute a go go del premier durante il ricevimento al Quirinale per il 2 giugno. Grandi sorrisi pure nel corso della parata ai Fori imperiali. Il capo del governo era di buon umore: la festa della Repubblica gli fa quasi l’effetto corroborante di un festino vecchia maniera (ossia con donnine) a Villa Certosa. Patata militare
Israele, criticato da tutti, critica tutti. Il governo di Tel Aviv sa che la comunità internazionale non prenderà mai provvedimenti seri nei confronti delle sue scelte politiche più dure. Infatti l’Onu vota per un’inchiesta internazionale, ma gli Usa dicono no (e la solita Italietta si accoda a Washington). Chi mi Hamas, mi segua
Cricca e appalti: lo spallone Zampolini chiama in causa anche Di Pietro e parla delle pressioni dell’ex ministro delle Infrastrutture nei confronti di Balducci per essere introdotto in ambienti vaticani. Poi lo stesso leader dell’Italia dei valori avrebbe preso in affitto due case da Propaganda Fide. Soglio…Di Pietro

A poco più di 24 ore dai drammatici fatti riguardanti la Freedom Flotilla e l’assalto delle teste di cuoio israeliane, con nove morti e decine di feriti, lo sgomento è ancora molto forte. Molti quotidiani si sono espressi con grande preoccupazione, e per il fatto e per le possibili (probabili?) conseguenze sugli equilibri mediorientali e i rapporti tra Israele e Turchia.
Chi tra i quotidiani non sembra invece avere dubbi e perplessità è, tanto per cambiare, quello di Vittorio Feltri, che continua nella sua missione di spargere amore a piene mani titolando: “Israele ha fatto bene a sparare”, con una serie di improperi riguardanti i pacifisti, chiamati amici dei terroristi, etc.
La prima pagina de Il Giornale ha provocato reazioni molto forti, soprattutto dei cittadini e anche di alcuni lettori. Aiutamoci ancora una volta con Facebook: se andate sulla page de Il Giornale potrete notare taluni apprezzamenti ma anche una vagonata di insulti destinata al direttore e al suo quotidiano.
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Dopo dieci ore di negoziati a porte chiuse, i quindici membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno chiesto un indagine indipendente sull’assalto alla Freedom Flotilla e l’immediato rilascio dei 480 pacifisti (di cui 6 sono italiani) attualmente prigionieri in Israele
Francia, Russia e Cina hanno chiesto la fine del blocco navale imposto a Gaza dal 2007; gli Stati Uniti non si sono pronunciati esplicitamente in tal senso, ma hanno fatto presente che perlomeno le restrizioni dovrebbero essere attenuate.
Precipitano le relazioni tra Israele e Turchia. Erdogan: “E’ terrorismo di Stato.”. “Questa azione, totalmente contraria ai principi della legislazione internazionale, è disumano terrorismo di Stato. Nessuno pensi che resteremo calmi di fronte a questo”. Sono le parole che il premier turco Tayyip Recep Erdogan ha rilasciato ieri dal Cile, dove si trovava per una visita ufficiale. E’ evidente, infatti, che tra le vittime del massacro della Freedom Flotilla bisogna includere le relazioni tra Anakara e Tel Aviv.
Il SuperCav parla alla Knesset e si fa prendere un po’ la mano definendo “giusto” l’attacco di Israele contro Gaza condannato persino dall’Onu. Poi glissa su una domanda in merito al muro che circonda Betlemme. La gazata
Il premier italiano è scatenato. L’elogio di Israele non conosce distinguo e lo slancio contro l’Iran non sarà scevro di conseguenze. Senza fr-Eni
Nei cinema è in programmazione un film che racconta la drammatica rottura tra Pd e Udc sul legittimo impedimento. Ma anche i tentativi di Bersani di ricomporre il rapporto con Casini in funzione anti-Cav. “Baciami ancora”
Il ministro (a termine) dell’Agricoltura Luca Zaia ’sfregia’ il made in Italy gastronomico patrocinando la nascita di un panino con presunte materie prime nostrane sfornato dal più celebre marchio di fast food al mondo. MacChecazzo’s!
Ali Rashid, classe 1953, è un diplomatico palestinese naturalizzato italiano. Laureato in scienze politiche, è stato segretario dell’Unione degli Studenti palestinesi e ha fatto parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi. Dal 1987 è primo segretario della Delegazione generale palestinese in Italia. E’ stato deputato nella scorsa legislatura nei banchi di Rifondazione Comunista.
Quale bilancio si sente di dare sul conflitto a Gaza? La Striscia non è più sotto i riflettori e al centro della scena mediatica, ma sappiamo che continuano i bombardamenti e la situazione non è affatto risolta né terminata.
Purtroppo la Palestina è una di quelle parti del mondo che ha i riflettori puntati su di sé solo se ci sono fatti di sangue. Il dramma continua, la ferita è aperta da sessant’anni e questa aggressione contro Gaza è un altro dei tanti episodi crudeli che hanno segnato la storia dei palestinesi. La situazione non è tornata tranquilla perché la devastazione e la distruzione, oltre alle vittime che ha lasciato questa guerra, continuano a essere lì…
Continua a leggere: Intervista: Ali Rashid, la crisi di Gaza, Hamas, e Abu Mazen
Le elezioni in Israele hanno emesso il loro verdetto definitivo, anche se al conteggio mancano ancora i 175.000 voti dei militari. L’ex-Ministro Tzipi Livni che tanto ha fatto parlare di sè durante la campagna di Gaza ha trascinato Kadima, il partito fondato dal carismatico Sharon, alla vittoria pur se per un solo seggio nei confronti del favorito Netanyahu, che a sua volta ha ottenuto un buon successo.
Il problema è che la frammentazione l’ha fatta da padrona, e i 55 seggi conquistati dalle due forze principali (sui 120 complessivi) non saranno sufficienti per realizzare un governo di coalizione, fatto che può aprire diversi scenari. Vediamoli.
Innanzitutto, come molti temevano, il leader di estrema destra Lieberman, ex-immigrato russo che ha fatto incetta dei voti della consistente comunità russo-ebraica, farà da ago della bilancia con i 15 seggi del suo Israel Beitenu. Poi non si può escludere il ripescaggio del grande sconfitto di queste elezioni, il leader laburista Barak, che pur essendo uscito con le ossa rotte e 13 miseri rappresentanti, potrebbe teoricamente garantire la maggioranza assoluta se si alleasse a Livni e Netanyahu.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama continua a smantellare, anche piuttosto rapidamente, la pesante eredità lasciata dal suo predecessore W. Bush. Dopo aver deciso di mettere una pietra sopra alla guerra al terrorismo basata sulla tortura e sulle carceri segrete, Obama ha rilanciato l’apertura verso i paesi islamici con una intervista alla televisione satellitare Al Arabiya.
Parlando dei rapporti con l’Islam, il nuovo presidente Usa ha spiegato che per gli Stati Uniti i paesi musulmani non rappresentano il nemico, ricordando anche gli anni trascorsi in Indonesia, il più grande paese islamico del mondo. Durante l’intervista non è mancato un riferimento alla questione Israele - Palestina e alla necessità di riprendere i negoziati. Un tasto dolente però, dato che la Tv ha poi sottolineato come Obama abbia rimarcato il suo supporto ad Israele senza menzionare le sofferenze dei palestinesi, la guerra contro Gaza e i continui blocchi che vengono imposti ai territori arabi.
Riferendosi ad Al Qaeda e alle azione dei gruppi che fanno riferimento all’organizzazione, Obama ha osservato che nessuna delle azioni compiute da loro ha portato ad un miglioramento dell’istruzione o delle condizioni di vita dei bambini musulmani: Come ho detto nel mio discorso di insediamento, si viene giudicati per quello che si costruisce, non per quello che si distrugge.
Chissà se si riferiva a Bin Laden o a George W. Bush…
Qui trovate il testo integrale dell’intervista.

Abbiamo già detto dell’uso sproporzionato della forza e dell’utilizzo di armi non convenzionali da parte dell’esercito di Israele durante la guerra nella Striscia di Gaza. Ora sembrano emergere anche altre “stranezze” di questo conflitto, che questa volta riguardano Hamas e che è doveroso riportare in attesa di approfondimenti e sviluppi.
Secondo Lorenzo Cremonesi, del Corriere, i dati sui morti tra civili e guerriglieri non tornano e ci sarebbe stato una stima volutamente gonfiata delle vittime per poter imputare ad Israele di aver compiuto un massacro. Gli oltre 1200 morti sarebbero più realisticamente “solo” 6/700 e tra questi ci sarebbero molti ragazzini che Hamas avrebbe mandato al macello contro l’esercito più potente di tutta l’area.
Inoltre i combattenti palestinesi, male armati e pronti al sacrificio, si sarebbero volutamente piazzati nei pressi di case e palazzi proprio per suscitare la reazione di elicotteri e carri israeliani e consentire ad Hamas di denunciare la morte di civili inermi.
Un altro punto di vista sul conflitto nella Striscia: vedremo se nei prossimi giorni queste testimonianze verranno confermate e vi terremo aggiornati…
Seconda e ultima parte dell’intervista con Giovanni Fontana (la prima la trovate qui); una chiacchierata che cerca di capire cosa stia succedendo a Gaza e in Cisgiordania, insomma in Palestina, senza il filtro dei canali informativi abituali. A nessuno serve essere tifosi di questo o quello, tantomeno quando c’è di mezzo una guerra, mentre al di là delle nostre opinioni individuali mi sembra molto utile ascoltare chi veramente si trova sul posto, e non ha alcun interesse a raccontarci fole o a convincerci di qualcosa.
Allora, Giovanni, riprendiamo il discorso, e cerchiamo di riprodurre il clima che si respira a beneficio di chi legge e abita a migliaia di chilometri di distanza. Tu ti trovi a Betlemme, un luogo che per la sua grande prevalenza palestinese meglio di ogni altro rappresenta il termometro della situazione. Come vive la popolazione locale la guerra? Si avverte la divisione tra Hamas e Al Fatah, e in caso affermativo cosa pensano le due fazioni l’una dell’altra e dell’attacco in generale?
A Betlemme, dagli accordi di Oslo del ‘94 (attuativi nel ‘96), la giurisdizione è passata sia militarmente che civilmente ai palestinesi. Qualche anno dopo è anche stato imposto il divieto agli israeliani di passarci. Gush Etzion e Har Homa sono due colonie molto vicine, ma al di là del Muro. Qui in città sono tutti con Fatah o con il FPLP (i comunisti, che una ventina d’anni fa erano molto più forti). Per quanto qui tutti, anche coloro che in Italia sarebbero considerati essi stessi come fondamentalisti, dicano che quelli di Hamas sono dei pericolosi fondamentalisti religiosi, tutti considerano gli abitanti, i bambini, di Gaza come membri del proprio popolo. Certo, a livello politico l’uccisione di 85 membri di Fatah da parte di Hamas, ha avuto il suo peso, ma non tanto da portare le persone a schierarsi così in favore di una guerra che colpisce anche una gran parte di civili.
C’è da dire, anche, che molto spesso la politica, qui, è vista in maniera clientelare: nessuno si stupisce se tu voti Fatah perché tuo zio lavora nella pubblica amministrazione.
Continua a leggere: Intervista da Betlemme con Giovanni Fontana parte due. Botta e risposta