Punto primo: da queste note quotidiane non si vuole assolutamente aumentare la canea dilagante che abbaia alla casta politica per la distruzione dei partiti e dare via libera ai “poteri forti” e alle oligarchie finanziarie ed economiche.
Punto secondo: senza i partiti non c’è un Paese migliore, c’è la dittatura, con la fine della democrazia, della libertà e dei diritti. Punto terzo: la logica del tutti uguali porta al qualunquismo, quindi al disimpegno, non migliora la situazione e non colpisce la casta. Ciò non significa chiudere gli occhi e permettere la degenerazione politica e istituzionale in corso.
Con altrettanta chiarezza va posta una domanda: cosa sono oggi in Italia i partiti? Sostanzialmente macchine di potere e di clientela, gestiscono interessi più disparati, anche loschi, lontani dagli interessi generali e lontani dalla gente comune e dai loro problemi, con dirigenti cooptati, carrieristi e criccaroli, con poche idee, programmi confusi e da camaleonti, ideali, sentimenti e passione civile pari a zero. Questo è il quadro oggi, con le eccezioni che confermano le regole.
Siamo giunti al punto che un figuro quale il senatore Lusi (fino all’altro ieri riverito e omaggiato da chi oggi ne prende le distanze), reo confesso per l’affaire dei 13 milioni, fa l’offeso,borbotta, minaccia, e ha la faccia tosta di voler fare ricorso in tribunale.
Ma siamo anche giunti al punto in cui segretari generali di partito ed esponenti di vertice dicono di “non sapere”. Delle due l’una: o sono corresponsabili e mentono sapendo di mentire, o davvero “ignorano” lo stato e la gestione finanziaria dei partiti nei quali vivono e sguazzano da decenni.
Comunque sia, se non penalmente colpevoli (spetta ai Tribunali decidere), invece di leader, questi signori del potere e dei privilegi, sono politicamente una ciofeca e quanto meno inadeguati come dirigenti. Pretendono di dirigere una Nazione (siedono in Parlamento e/o nelle poltrone di governo) quando non sono in grado neppure di gestire un banchetto per la vendita di frutta e verdura.
Un passo avanti e due passi indietro sulla riforma elettorale? Tutti i partiti vogliono cambiare ma non si capisce bene come.
Tuona il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa: “La Lega è per le modifiche, mentre il Pd ne vuole una nuova”. E’ il segno di una grande confusione nel Pdl e dell’esistere di una spinta tra suoi settori e maggioranza della Lega per non fare niente.
“Pensare ad una riverniciatura dell’attuale ‘porcellum’ - sostiene il vice presidente del Senato Vannino Chiti - significherebbe prendere in giro la gran parte degli italiani”. Vero. Il ‘porcellum’ non ha qualche difetto da correggere: semplicemente deve essere cancellato.. Non mortifica solo i cittadini nella scelta dei loro rappresentanti in Parlamento: prevede un premio di maggioranza, nelle forme e nella misura, inesistente nelle democrazie. Il solo pensare di estenderlo al Senato - peraltro in contrasto con norme costituzionali - anzichè abolirlo, dimostra che esistono volontà di non cambiare niente.
“C’è bisogno - afferma Chiti - di una nuova legge elettorale: se non vi sono le condizioni per un accordo su un sistema maggioritario a doppio turno, si scelga un modello proporzionale con sbarramento al 5% per metà seggi e metà in collegi uninominali. Ma il ‘porcellum’ deve uscire di scena”. Bene.
Oggi, intanto, le delegazioni del Pdl e del Terzo polo, al termine dell’incontro avuto a Roma, hanno concordato “sulla necessità di modifiche costituzionali che riducano il numero di parlamentari, avviino il superamento del bicameralismo perfetto, diano al premier il potere di nominare e revocare i ministri, introducano il principio della sfiducia costruttiva”. E’ quanto si legge in un comunicato congiunto stilato al termine della riunione alla quale hanno partecipato Ignazio La Russa, Gaetano Quagliariello e Donato Bruno (Pdl) e i rappresentanti del Terzo polo Italo Bocchino, Lorenzo Cesa, Pino Pisicchio, Ferdinando Adornato e Giovanni Pistorio.
Va ribadito che la riforma della legge elettorale non può che incentrarsi su due obiettivi. Primo, restituire la scelta dei parlamentari ai cittadini, abolendo il Porcellum. Secondo: non essere costretti dalla legge elettorale a formare quelle armate Brancaleone che sembravano giganti al momento delle elezioni, unendo tutto e il contrario di tutto, e nani al momento di governare.
Dice il deputato dell’Udc, Ferdinando Adornato, intervistato dal Messaggero.”La paralisi ha un nome e un cognome: premio di maggioranza”. Adornato insiste: “Il sistema più adatto al quale ispirarsi è quello tedesco”. Vedremo.
Antonio Di Pietro: carbonari. Voto 6 Il leader Idv va su tutte le furie per l’inciucio in itinere Pd-Pdl sulla legge elettorale: “Sono oscuri e pericolosi per la democrazia questi incontri fatti nei sottoscala e non alla luce del sole come prevedono i regolamenti”. Centro-sinistra di cartapesta. Ghigna il Cav.
Emma Bonino: carbonare. Voto 4 La “pasionaria” (si fa per dire) difende l’improvvida uscita sui “mammoni” della ministra Cancellieri in stile brunettiano: “avremmo dovuto dire da tempo questa verità”. Già. Mettono al sicuro i propri figli (o compagni) prima di maramaldeggiare su quelli degli altri.

“Sono favorevole a un accordo con il Pd per la riforma della legge elettorale”, sono bastate queste parole di Silvio Berlusconi per rimettere in moto la macchina della riforma elettorale, una macchina un po’ particolare, perennemente alla ricerca di un accordo che non arriva mai. E oggi Bersani risponde all’ex premier e alle sue proposte di un patto Pd-Pdl in un’intervista a Repubblica: “Ci interessa una legge che pacifichi il Paese e venga riconosciuta da molti non da pochi. Non mi interessa invece un uso strumentale della riforma dove due soggetti lasciano fuori gli altri. Il Pd non è disponibile. La priorità è cancellare il Porcellum, toglierlo di mezzo”.
L’uomo deputato dal segretario Pd a tastare il terreno è Luciano Violante, che oggi se la vedrà con la sua controparte pidiellina Ignazio La Russa. La ricerca di un accordo tra i due maggiori partiti potrebbe anche finire qui, visto che La Russa è da sempre favorevole a un semplice ritocco del Porcellum, mentre Violante non può che partire dalla volontà del Pd di cancellare la legge di Calderoli. L’unico punto su cui i due partiti potrebbero trovare un accordo è sull’innalzamento della soglia di sbarramento, in modo da limitare al massimo i poteri dei partiti più piccoli e puntando di fatto al bipartitismo.
Una posizione, rilanciata da Berlusconi ma da sempre nelle corde del Pd, che metterebbe in seria difficoltà i democratici alienandogli le simpatie degli alleati di sinistra e di centro: un Terzo polo in un sistema bipolare è una contraddizione in termini, mentre Vendola e Di Pietro, favorevoli al bipolarismo, potrebbero essere preoccupati dalla soglia di sbarramento. E quindi? Probabilmente il dialogo proseguirà sulla scorta di quanto visto nell’ultimo periodo, come spiega Stefano Folli sul Sole 24 ore.
Chi ci capisce è bravo, in questa politica tutta intenta allo “scaricabarile”. La sceneggiata (e la colpevole inattitudine) del sindaco di Roma Gianni Alemanno è nota, superandosi negativamente nell’emergenza neve di questi giorni.
Ma c’è di più. Prendete il Pd: oggi ha chiesto al governo di riferire alla Camera sul “disastro” provocato dal maltempo. Ha denunciato il vicepresidente dei deputati: “Interi comuni senza luce e gas; treni bloccati per ore e passeggeri al freddo e senza informazione; una grande città, capitale del Paese, letteralmente in ginocchio; autostrade e raccordi sommersi da neve e ghiaccio con automobilisti abbandonati a loro stessi. Troppe cose non hanno funzionato e non è il momento di aprire inutili commissioni d’inchiesta nell’impossibile tentativo di salvare quel sindaco o accusare prefetti e Protezione civile”. “Chiediamo immediatamente al Governo di venire nell’aula di Montecitorio a riferire di quanto è successo, ben consci che niente potrà ripagare i cittadini italiani dei disagi subiti, ma nella speranza che il disastro di questi giorni non torni a ripetersi”, ha concluso l’esponente Pd. Bene.
Ma il Partito democratico non è nella maggioranza di questo governo? E, a parte Roma, non è il partito che governa decine e centinaia di comuni in affanno in queste ore sotto la nave? All’epoca del vecchio Pci, non certo avaro in interpellanze e proteste varie, in tempi di emergenza (neve, alluvioni, terremoti) i dirigenti del partito e i suoi esponenti istituzionali erano in prima file, con il badile in mano …
L’ammonimento di Indro Montanelli - “Guai fidarsi di Silvio Berlusconi” – sembra tornare d’attualità. Il Cavaliere resta uno spregiudicato giocatore, capace di cambiare ripetutamente le carte in tavola. Dal “berlusconismo” al “fregolismo” il passo è breve con il “Ghe pensi mi” ancor più abile della star della bella epoque nel trasformismo scenico che gli consentiva di cambiare in pochi secondi la caratterizzazione del personaggio che andava a interpretare.
Un gioco ad alto rischio, quello dell’ex premier, ma forse ad alto rendimento. Al mattino garantisce l’appoggio a Monti e il pomeriggio pugnala in Parlamento col voto segreto sulla responsabilità civile dei giudici i magistrati, i partner della maggioranza di governo e l’esecutivo; ricorda sempre il proprio senso di responsabilità per aver lasciato Palazzo Chigi dimenticando lo spappolamento della propria maggioranza e i disastri del proprio governo.
E’ un continuo stop and go, per cercare di rassicurare i suoi, fermare la caduta libera del Pdl nei sondaggi, recuperare Bossi e ricostruire l’antica alleanza anche in vista delle importanti elezioni amministrative di maggio. Soprattutto il Cavaliere vuole sbalestrare la forza potenzialmente vincente delle prossime elezioni, quel Pd sempre più in crisi di nervi, preoccupato degli zig-zag di Berlusconi, e soprattutto attento a non cadere nella trappola difendendo Monti e pagandone poi il dazio alle urne.
A lungo andare, e se davvero Monti avesse successo, la logica delle imboscate e della guerriglia potrebbe trasformarsi in boomerang per lo stesso Berlusconi: basta un niente perché l’ala più responsabile del Pdl, di fronte ad una linea marcatamente demagogica e populista del ricostituendo binomio B&B, porti il partito all’implosione.
Per adesso, però, ad andare in tilt è Pier Luigi Bersani, consapevole del rischio di rimanere con il cerino in mano. Il segretario del Pd è molto deluso per la piega degli eventi: il voto sulla giustizia, il colpo di mano del centrodestra sulla Rai, gli strappi di Monti e Fornero sul mercato del lavoro scuotono la base del partito e le correnti interne. In pratica il Pd rischia di vedersi relegato nel ruolo di “portatore d’acqua” di questo esecutivo. O, ancor peggio, di rimanere stretto fra l’incudine e il martello: se Monti gliela fa e “salva” l’Italia al Pd non va nessun merito, ma se Monti fallisce e salta, è il Pd che rischia grosso alle urne.
Bersani teme che la situazione sfugga di mano al Governo, fino a rendere ingestibile il Parlamento. E sa che il gioco “sporco” di Berlusconi può riuscire. Come far gettare la maschera al Cav? Solo con una forte e incalzante azione politica, su tutti i fronti, in Parlamento e nelle piazze. E qui casca l’asino (il Pd).

Diventa meno probabile la possibilità che tra Lusi e la Margherita si arrivi a un patteggiamento: la procura ha infatti dato mandato alla Guardia di Finanza di compiere accertamenti sui bilanci della Margherita dal 2001 a oggi, cioè nel periodo in cui le finanze dell’ex partito sono state gestite dal senatore Lusi. Una ipotesi della procura è che Lusi possa aver elargito i fondi alle varie correnti della Margherita sfruttando un tacito accordo, per poi trarne guadagno personale: una sorta di stipendio auto-versato per le sue consulenze.
Ma al momento questa è solo un’ipotesi. Gli investigatori dubitano anche che l’ex tesoriere possa avere agito da solo, e non solo perché muovere 13 milioni di euro dalle casse di un partito senza che nessuno se ne accorga è abbastanza improbabile, ma per l’eccessiva condiscendenza del partito nell’accettare un risarcimento di 5 milioni di euro, quasi un terzo del maltolto.
Anche perché non a tutti era sfuggito come la situazione finanziaria del partito fosse poco limpida: il 15 luglio 2011 un gruppo di ex appartenenti alla Margherita, guidati da Enzo Carra e Renzo Lusetti, aveva contestato il bilancio firmato da Luigi Lusi.
Ma l’ex tesoriere aveva utilizzato il giudizio dei revisori dei conti della Margherita per confermare come nel bilancio del partito fosse tutto a posto. Ed è per questo motivo che la procura ascolterà i revisori dei conti, ma anche Carra e Lusetti. “Siamo a disposizione - dice l’avvocato di Lusetti, Alessandra Cacchiarelli - perché è il momento di fare chiarezza su quanto era stato contestato da molti esponenti del partito”.
Non è poi così difficile comprendere oggi l’indecisione tattica e strategica di leader politici come Berlusconi e Bersani o le forzature, non solo nel linguaggio, di Bossi e Di Pietro. I partiti sono in “apnea”, rischiano (come – per altri motivi ben noti - accadde alla fine della prima Repubblica a Dc, Psi, Pci ecc.) l’estinzione e assistono impotenti alla fase di passaggio del governo Monti: non vanno oltre il mugugno e goffi tentativi di smarcamento nei confronti del governo dei “professori”.
Chi spinge al voto non capisce che oggi le urne per i partiti (tutti) sarebbero il colpo di spugna finale. Leggere oggi i sondaggi sulle percentuali di Pdl, Pd, Terzo polo, Lega, Idv, ecc. è un esercizio inutile, anzi, fuorviante e pericoloso per chi non considera la realtà elettorale nel suo complesso. Quale? Quella degli indecisi, di chi si astiene, di chi non va alle urne.
Scrive oggi Federico Fornaro sul Riformista: “Alcune ricerche demoscopiche realizzate di recente, infatti, stimano l’area potenziale del non voto significativamente sopra il 40%; un livello che rischia di rendere quasi inservibili i dati sulle performance dei singoli partiti e degli schieramenti, oltre a essere un inequivocabile segnale di disaffezione assai pericolosa per la stessa democrazia”.
Secondo l’Ipsos (per Ballarò) - alla data del 10 gennaio 2012 - la quota di astenuti/indecisi era arrivata al 45%. Ma c’è di più. A differenza del passato quando gli indecisi erano davvero “indecisi” e chi snobbava le urne lo faceva perché lontano dalla politica, oggi chi dice di non votare lo fa come “scelta politica”, un modo meditato per dimostrare il totale dissenso contro questi partiti e contro questa casta politica e istituzionale: il no alle urne come una dichiarata punizione.
Il clima da anticasta nel 1994 produsse il ko della gioiosa macchina da guerra di Occhetto (che si basò sui sondaggi riferiti ai singoli partiti senza considerare l’area astensionista) e la (vittoriosa) discesa in campo di Berlusconi con la inedita Forza Italia.
Sarà un caso che oggi uno come Luca Cordero di Montezemolo sta scaldando i motori? O che le Gerarchie stiano tirando le fila per rimettere in campo una nuova “Balena Bianca”? Per gli attuali partiti, specie il Pd e la sinistra, il governo Monti invece di presentarsi come una opportunità, potrebbe tradursi in un definitivo ko. Cosa aspettano a capirlo? O questi partiti si rifondano, o periscono.
E’ un altro passo, quello di Mario Monti, ma la logica dei “due tempi” non cambia. Fino a ieri “fase uno-fase due”, da oggi decreto in due momenti, il primo già avviato per affrontare la “insufficiente concorrenza sul mercato” e il secondo a giorni per sbloccare la “inadeguatezza strutturale”. Poco? Molto?
Di fatto siamo alla solita valutazione sul bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Monti non fa nessuna rivoluzione ma è abissale, in positivo, la differenza di metodo e di merito rispetto al precedente governo Berlusconi.
Ma come non rilevare, in negativo, la scelta dei “due pesi e due misure” del governo dei “professori” solerti e chiusi a ogni mediazione nell’uso della mannaia sui ceti più deboli (lavoratori, pensionati, precari) e poi blandi e aperti al compromesso in queste prime liberalizzazioni?
Il nodo resta politico. Di fatto, solo il presidente Napolitano appoggia apertamente Mario Monti e il suo progetto di risanamento e di riforme. I partiti sopportano il governo “tecnico” ma non lo sostengono perché temono poi di pagarne dazio alle urne. Capita l’antifona, il premier mette le mani avanti e avverte: “In Parlamento non si tocca nulla”. Una risposta a Bersani?
Oggi non è Monti ad essere fra l’incudine e il martello, bensì i partiti, a cominciare dal Pdl e dal Pd. Ecco perché nel pidì fanno a gara nel chi si “distingue” di più: “Non è questo il nostro governo, noi siamo altro”, “Abbiamo seminato più di quanto raccolto”) e addirittura Berlusconi, con il Pdl in caduta libera nei sondaggi, torna a sparare: “Quella di Monti è una cura senza frutti, richiamateci al governo!”. E’ questo esasperato tatticismo (per non parlare delle posizioni apertamente irresponsabili della Lega e dell’Idv) che lascia campo aperto a chi soffia sul fuoco delle proteste (non tutte legittime) di categorie contrarie a ogni cambiamento.
Al di là delle sue parole misurate e dei suoi toni bassi, Monti persevera e procede da premier “audace”, pur nella logica riformista dei piccoli passi. Anche perché sa bene che i decreti vanno convertiti in legge in Parlamento, dove contano i numeri dei “nominati” e le spinte di quelle corporazioni cui si vogliono spuntare gli artigli.
Si può anche non condividere il primo pacchetto delle liberalizzazioni che aprono la fase due del governo Monti o perché si difendono i propri interessi o perché, all’opposto, si pensa che ben altre riforme sono necessarie al Paese per una vera svolta. Vedremo.
Il Governo comunque non sta fermo e ci prova. Chi, invece, non si schioda è la politica, questa politica che tutt’ora racchiude il peggio della prima Repubblica e il peggio della seconda Repubblica, e pare totalmente assente e chiusa nei propri fortilizi. E’ Monti che può o che deve riformare la politica?
La verità è che l’esecutivo dei “professori”, al di là delle apparenze, è tenuto al guinzaglio dagli stessi partiti che lo “sostengono”. Pdl, Pd, Udc mettono pesanti paletti e possono in ogni momento sfiduciarlo in Parlamento.
E’ l’assenza dei partiti, incapaci di rinnovarsi e impegnati solo a non favorire l’avversario, che lascia il campo aperto a ogni forma di protesta basata sul ribellismo, sulla difesa del corporativismo, incurante degli interessi generali.
La pur buona volontà di un governo “presentabile” alla lunga non può reggere sotto l’urto di una realtà in fase di deterioramento proprio perché priva della direzione politica “democratica”. Non sono solo Bossi e Di Pietro a sperare nel “logoramento” di Monti e nel ko del suo governo. E’ certo che si vota in primavera. Ma quella del 2013 o quella del 2012?