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Tutti gli articoli con tag Partito Democratico

Ore 12 - Fornero, ministro arrogante o ingenuo? Bersani nella morsa. Berlusconi spera ...

pubblicato da Massimo Falcioni

altroElsa Fornero avrebbe ben figurato come ministro anche nel precedente governo Berlusconi.

Evidentemente la Prof, persona rispettabile e di alto profilo, ha male interpretato l’esigenza del “governo del fare”: il suo decisionismo (ingenuità o raggoganza?) alla … Sacconi/Brunetta sulla riforma del lavoro rischia di creare una spaccatura insanabile fra esecutivo e forze sociali, fra esecutivo e partiti (Pd in testa), con possibile destabilizzazione del governo Monti. A vantaggio di chi?

Di chi tre mesi fa è stato defenestrato da Palazzo Chigi, oggi in totale debacle, con l’unica speranza di resuscitare grazie all’implosione del governo “tecnico”. Quindi in ballo non c’è la pur importante riforma del lavoro, ma le sorti stesse del governo dei Prof e la prospettiva politica e istituzionale del dopo Monti.

I veri anti riformisti, i veri conservatori, nutrono questa speranza: che il banco salti e che dal caos conseguente, si ritorni ai … “bei tempi” del governo di B&B. Se non peggio. Questa è la posta in gioco, altro che quisquiglie. Integralisti e puristi non servono: c’è il rischio di un salto indietro, anzi, di un salto nel buio.

Nel Pdl, divisi e a picco nei sondaggi, Berlusconi cambia continuamente le carte, alza polveroni per giocare al tanto peggio tanto meglio e riproporsi alla fine come il nuovo “salvatore della patria”.

E lo spettacolo aperto nel Partito democratico è desolante, il solito parapiglia sul “niente”, il vecchio teatrino del tutti contro tutti, in una riproposizione stantia che di leninista ha solo la guerra interna e l’interesse del potere per il potere (dei singoli esponenti). Cosa aspetta Pier Luigi Bersani a presentare un documento ufficiale da discutere e da mettere ai voti nel massimo organismo nazionale del suo partito in modo da poter dire: “Questa è la linea del Pd sulla riforma del lavoro”?

Bersani lascia fare, convinto di far sbollire la situazione e così tenere unito il Pd, partito sempre sul filo di una “Armata brancaleone”. Ma si illude. Così facendo Bersani allunga l’agonia e non evita la scissione, su cui molti lavorano. Di certo cresce la delusione e l’insoddisfazione della base e degli elettori. Che alle urne di maggio si faranno sentire.

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Bersani: "cambiare le regole delle primarie". Paura di perdere ancora?

pubblicato da Bruno Marino

Parlare del tafazzismo del Pd è un po’ come parlare dell’ignoranza dei leghisti: scontato e anche noioso. Tuttavia, vale la pena commentare l’ultima trovata di Pierluigi Bersani per uscire dalla crisi che investe il partito, colpito duramente dal risultato delle primarie di Genova (qui trovate un post sugli indimenticabili tweet del candidato perdente Vincenzi - naturalmente Pd).

Il partito è dilaniato da lotte intestine: a Genova ha presentato due candidate alle primarie di coalizione, a Palermo - qui un articolo del nostro Guido sulla vicenda - il clima non è dei migliori, nel Lazio (primarie per eleggere il segretario regionale del Pd) pare che i giochi siano già fatti, ma le lotte di potere proseguono senza sosta (leggete qui per approfondimenti). E Bersani cosa fa, a parte dire, come fa nel video qui sopra, che accetta il risultato di Genova? Vuole cambiare le regole , cioè, probabilmente vuole cambiare lo statuto del Pd, che prevede l’obbligatorietà delle primarie per l’elezione del segretario del partito e del candidato premier del centrosinistra. Insomma:

“Una rifinitura delle primarie è indispensabile. Bisogna cambiare le regole.”

Certo, perchè continuare, ostinati, a mantenere in vita una delle poche cose buone partorite dal centrosinistra negli ultimi 20 anni? Molto meglio parlare, come ha fatto Fioroni, di “alleanza federativa con il Terzo Polo” (con la magnifica risposta di Buttiglione: “alleanza è possibile, federazione è eccessivo”). La cosa divertente è che le primarie, nel 2005 e nel 2007, vennero utilizzate da Prodi e Veltroni non come trasparenti metodi di selezione di candidati premier o di segretari di partito. Lo scopo di questo strumento era rafforzare l’autorevolezza di un candidato premier molto debole (Prodi) e di un segretario di partito un po’ traballante (Veltroni).

Le cose cambiarono con Nichi Vendola. Con le vittorie del 2005 e del 2010 contro Francesco Boccia, si è dimostrato che, in caso di primarie di coalizione serie e competitive, le cariatidi del Pd rischiavano grosso. E infatti le vittorie di Renzi a Firenze, Pisapia a Milano, Zedda a Cagliari, il colpo di mano di de Magistris a Napoli e infine il successo di Marco Doria a Genova hanno dimostrato che, con questi candidati e dirigenti, il Pd rischia di non vincere mai. Molto meglio, a questo punto, cambiare le regole. Facile, no?

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Ore 12 - Pd "tramortito" dalle primarie. Bersani cerca il bandolo della matassa

pubblicato da Massimo Falcioni

altroMerita tornare su quanto successo nelle primarie di Genova (più o meno come in precedenza a Firenze, Milano, Napoli ecc.) perché pur riguardando più direttamente il Pd, la questione investe la prospettiva del centro-sinistra e gli sviluppi politici dell’intero Paese.

La mitizzazione (o la ideologizzazione) delle primarie, sin dall’inizio, ha prodotto più danni che vantaggi al Partito democratico, incapace, anche dopo rovinose prove, di regolamentare questo pur importante strumento, non privo di limiti e strumentalizzazioni. Bersani, dopo ogni batosta, dice che bisogna “riflettere” e “modificare”, poi non succede mai niente e si ricade nella stessa trappola.

Anche a Genova sono venuti al pettine nodi irrisolti legati a candidature inadeguate e/o imposte, al moltiplicarsi di faide interne in perenne lotta per il potere personale e di cricche amiche. Per molti il partito è utilizzato come un autobus su cui salire e da cui scendere a seconda delle convenienze.

Tuttavia, questi pesanti limiti rischiano di “coprire” il problema numero uno, quello politico. Non pesa solo il rapporto “ambiguo” con il governo Monti: euforia per la presunta vittoria per l’uscita del Cavaliere da Palazzo Chigi, sostegno all’esecutivo dei prof con mille distinguo, incapacità nell’azione di partito di lotta e di governo, rischio di essere solo portatori d’acqua pagandone pegno alle urne.

C’è ben di più: il Pd è tutt’ora privo di strategia politica, è senza identità, non ha definito le proprie alleanze. Gli italiani non sanno ancora cos’è il Pd e cosa vuole. Resta quella “amalgama non riuscita” di dalemiana memoria. Il Pd non ha una base politico-culturale comune.

Scrive Emanuele Macaluso sul Riformista: “Penso che il Pd richiami una storia dimezzata (Togliatti cancellato, Nenni dimenticato, Berlinguer ricordato solo per la questione morale, Craxi disprezzato, i laici accantonati, i soli da ricordare sono De Gasperi e Moro)”.

Dove porta questo? A restare in mezzo al guado, rimirando la foto di Vasto (Bersani, Vendola, Di Pietro) e allo stesso tempo corteggiando Casini, puntando a diventare la componente italiana del Partito socialista europeo, ma restandone fuori, una anomalia con un proprio gruppo parlamentare europeo, “socialisti e democratici”, mal sopportato dagli ex diccì, che non vogliono coabitare in un partito europeo, con i socialisti. Regge ancora il collante dell’antiberlusconismo per tenere unito un partito così?

Insiste Macaluso: “In Europa la sinistra democratica è espressa dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Il Pd, non solo non aderisce al Partito socialista europeo, ma non vuole nemmeno, pur restando Pd, una Federazione di partiti socialisti e democratici”.

Appunto, né carne né pesce. A Genova e altrove i dirigenti e i candidati del Pd hanno le loro colpe. Ma i mali veri del Partito democratico sono altrove. E più profondi.

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Ore 12 - Pd-primarie, da Genova altra batosta. Perché?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroIl partito di Bersani scivola sul ghiaccio delle primarie a Genova e subito si scatenano vecchie e nuove polemiche che vanno ben al di là dei pur significativi confini del capoluogo ligure.

La bassa affluenza alle primarie (già di per sé un fatto politico, non … tecnico) di Genova ha “annullato” le due candidate ufficiali del Pd, Marta Vincenzi (sindaco) e Roberta Pinotti (senatrice) premiando un outsider, il Prof. Marco Doria, spinto da Sel di Nichi Vendola.

Più del dato organizzativo conta il significato tutto politico di una consultazione che mette in evidenza il rischio trappola delle primarie e i buchi della rete del Pd, partito dominato da personalismi e autoritarismi esasperati, da infinite beghe interne, in mano (quasi) ovunque a conventicole e consorterie simili ad altri partiti padronali che ammorbano da anni l’Italia. La base del Pd sa, vede, mugugna e quindi agisce con l’unica arma che ha: o l’astensione o la … punizione dei candidati ufficiali.

Da oltre un anno, invece di affrontare i problemi veri di Genova e della Liguria, i gruppi dirigenti (si fa per dire) del Pd, hanno messo in campo il peggio di se stessi, arruolando militanti e supporter di ogni risma e colore per una guerra intestina senza risparmio di colpi. Questo è il risultato. Il resto, in mancanza di una immediata e drastica svolta, arriverà dalle urne vere, quelle di maggio, in cui il Pd rischia di perdere il comune, e non solo quello.

Nessuno può far finta di niente e le dimissioni dei capi del Pd provinciale e regionale, sono il primo passo da fare. Ancora una volta si opterà per la solita linea del “promoveatur ut amoveatur”? Bersani coglierà per il verso giusto questo ennesimo segnale d’allarme o farà (ancora) finta di niente?

C’è ovunque una questione che riguarda i gruppi dirigenti e i candidati, per lo più inaffidabili e poco credibili. Mail nodo è politico e riguarda la linea nazionale del Partito democratico, sempre impantanato e con un messaggio ambiguo. Ieri a Genova il Pd paga l’appoggio al governo Monti, inteso come il governo dei sacrifici. Qual è l’alternativa? Il Pd, oggi, non è né di lotta né di governo. Questo è il punto: o meglio, il nodo da sciogliere.

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Le pagelle del lunedì

pubblicato da Massimo Falcioni

Guglielmo Epifani: litigiosi. Voto 5- L’ex leader (socialista) della Cgil esce dal letargo per una nuova corrente nel Partito Democratico che: “Ha l’obiettivo di ri-orientare il Pd, farlo diventare una forza che si oppone al neo-liberismo”. Ci mancava. E Bersani …
Francesco Rutelli: omertosi. Voto 3- L’ex leader della Margherita (oggi capo Api Terzo Polo) sotto tiro per l’affaire Lusi. Arturo Parisi: “Grave che nessuno sapesse niente”, Rino Piscitello: “Tutti i capi complici”. Partito pieno di omertosi? Dimmi con chi vai …

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Bersani e D'Alema a casa! Parola del "rottamatore" Matteo Renzi ...

pubblicato da il passator cortese

Arieccolo “forte e chiaro” Matteo Renzi, “rottamatore” professionale e sindaco di Firenze per … hobby.

In una intervista al Foglio l’esponente ex margheritino del Pd famoso per la cena di Arcore con il Cavaliere allora premier torna a battere sui suoi tasti e soprattutto a rigirare il chiodo nelle ferite del Partito democratico.

Renzi parte dal governo Monti: “Io credo che il Pd debba stare davvero in guardia. Perche’ questo governo, ci scommetto, offrirà al centrodestra la possibilita’ di rifarsi una sua verginita’, e se dopo questa fase di ’safety car’ della politica non verrà ridiscussa presto la linea del Pd, e se questa segreteria rimarrà inchiodata alla foto di Vasto, mi sembra scontato che il Partito democratico rischia di subire un clamoroso cappotto alle prossime elezioni”.


Poi rilancia le primarie. “Se non vogliamo fare la figura dei pazzi, per arrivare preparati alle prossime elezioni sarà necessario convocare delle primarie. Quando? Ovvio: in autunno. E badate bene: primarie aperte a tutti, senza escludere nessuno, come è sempre stato nel migliore spirito del centrosinistra”.

Il sindaco di Firenze prevede la discesa in campo nelle primarie anche dei ragazzi del Big bang: “Non vedo perchè non dovrebbe essere cosi’”.



Infine la freccia avvelenata conclusiva: “Questa classe dirigente - conclude il “rottamatore” - deve farsi da parte: è impensabile che la generazione dei D’Alema e dei Bersani continui a essere anche tra un anno il simbolo del centrosinistra italiano”.

Chissà se anche stavolta il lider Maximo e il … “suo” segretario faranno finta di niente.

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Ore 12 - Lusi (senatore Pd), ex tesoriere Margherita, accusato di aver sottratto 13 milioni di euro. Rutelli non sapeva niente ...

pubblicato da Massimo Falcioni

altroLa storia, una commedia (o farsa?) all’italiana, è semplicemente questa: il senatore del Pd Luigi Lusi è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma per il reato di appropriazione indebita, per aver sottratto circa 13 milioni di euro (tredici milioni di euro!) per conto della Margherita, partito del quale era tesoriere.

L’ex tesoriere dell’allora partito di Rutelli (che poi si fuse con i Ds diventando nel 2007 l’attuale Partito Democratico), in pratica, si sarebbe appropriato di somme relative a rimborsi elettorali. Incalzato dai magistrati l’attuale senatore del Pd avrebbe anche ammesso in parte le proprie responsabilità.

L’ex segretario della Margherita, e attuale leader dell’Api (Terzo Polo) Francesco Rutelli ieri in Procura ha dato la propria versione dei fatti costituendosi … parte offesa.

In una nota Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Giampiero Bocci, scrivono: “Abbiamo appreso con sconcerto, alcuni giorni fa, che il senatore Lusi aveva confessato innanzi all’autorità giudiziaria di essersi appropriato di ingenti somme di denaro della Margherita-DL. La notizia è incredibile per la personalità di Lusi, che ha goduto della massima fiducia degli organi del partito, anche concorrendo a fare della Margherita un raro caso di partito con bilanci sani e in attivo. Ciò ci ha indotto a dare corso a tutte le azioni giudiziarie come parte offesa”. “ Lusi ha quindi dato le sue dimissioni da tesoriere della Margherita - aggiungono i tre ex dirigenti Margherita - ed ai magistrati ha manifestato la sua intenzione di restituire le somme di cui si è appropriato”.

La chiudiamo qui, rispettando l’iter della Giustizia. Una domanda s’impone: possibile che se dalle casse di un piccolo partito come l’allora Margherita (che tutt’ora incassa soldi pubblici …) vengono a mancare 13 milioni di euro (una montagna di soldi!) nessuno, a cominciare dal segretario politico nazionale, se ne accorge?

Torna d’attualità quanto diceva Rino Formica sullo stato dell’allora PSI di Bettino Craxi: “Il convento è povero ma i frati sono ricchi”. Prima e seconda Repubblica pari sono. O peggio.

Ore 12 - E il PD di Pier Luigi Bersani?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroUno che se ne intende, Alfredo Reichlin, scrive oggi su l’Unità che “Il Pd deve reagire” e che quello del Pd “Non è un problema organizzativo”. Giusto.

Ma come fa l’ex dirigente del Pci a “esaltare” l’ultima Conferenza nazionale del Pd, il massimo organismo del partito composto da 1000 persone, a Roma in un momento cruciale con 100 presenti? Non è un problema organizzativo ma politico, appunto.

Il partito di Bersani non sa dove andare e con chi stare: è spiazzato, chiuso in se stesso, con la base delusa e i suoi dirigenti (poche le eccezioni) che pensano come e dove mettere il proprio deretano con le scadenze elettorali che battono alle porte. Non è (anche) questa la dimostrazione che, tant’è ne dica il colto e austero Reichlin, il Pd è più o meno della stessa (cattiva) pasta degli altri partiti?

Non è anche colpa del Pd se c’è un Parlamento così screditato, se c’è oramai un abisso fra i cittadini e la politica, se la credibilità dei partiti (tutti) è quasi pari a zero? Berlusconi ha le sue (gravi) colpe ma non può essere il capro espiatorio di tutti i mali della politica.

Qual è in queste ore il ruolo del Partito democratico di fronte alle serrate degli autotrasportatori e dei tassisti? Dove sono fisicamente i dirigenti del partito di Bersani? Sempre altrove, sempre lontani dai nodi reali. Come i dirigenti del Pd recuperano il senso della solidarietà sociale tra classi, ceti e categorie e territorio per evitare la disgregazione e il caos?

Bersani e compagni, si dirà, hanno cose più “alte” cui pensare. Bene. A Monti e alle riforme del suo governo “tecnico”? Ma si può continuare con il gioco delle tre carte, dicendo che quella di Monti “Non è la nostra agenda”, che “Noi non siamo questa cosa qui”?

Qual è allora l’agenda del Pd? Cos’è oggi il Pd? L’impressione è che Bersani, con un piede su due staffe, sia ostaggio delle correnti interne, che comandi una “armata Brancaleone”, dove ognuno fa e dice ciò che vuole. Aspettando Godot. O Berlusconi?

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Il pensiero di Uolter (Veltroni)

pubblicato da il passator cortese

Merita attenzione l’intervista dell’ex Pci,Pds,Ds, oggi Pd con un piede di qua e uno di là Walter Veltroni fatta da Marco Damilano su L’Espresso. Qui facciamo riferimento solo alla parte finale.

Dice Veltroni: “L’anomalia non è Monti, sono stati i 17 anni in cui abbiamo avuto da una parte Berlusconi e sul fronte opposto gli anti-Berlusconi, cioè coalizioni costruite per mettere insieme tutti quelli che erano contro. Con un’eccezione: il governo Prodi del 1996-98. Considero quel governo di cui facevo parte il migliore della Repubblica. L’estremismo e poi il maldipancia dei partiti che il giorno dopo l’euro chiesero la fase due hanno provocato la sua caduta. E’ stato come spalancare l’autostrada al ritorno di Berlusconi, il punto di svolta. E’ in quel momento che tutto si è avvitato. Se fosse nato all’epoca il partito dell’Ulivo, il Partito democratico, la storia sarebbe cambiata …”.

Uolter dixit. Ma lui dov’era? In Africa?

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Stangata, spiragli per le pensioni fino a 1400 euro? Pd diviso sullo sciopero

pubblicato da il passator cortese

Qualcosa si muove, e in positivo, sul fronte più caldo, quello delle pensioni. La commissione Lavoro della Camera chiede al governo di sbloccare l’indicizzazione delle pensioni fino agli assegni di 1400 euro, ossia tre volte il minimo.

La proposta è contenuta nel parere approvato dalla commissione con il voto favorevole di tutti i gruppi tranne la Lega. Il vice ministro Michel Martone commenta così: “Il governo prende atto della responsabilità della commissione ed è disposto a ragionare a saldi invariati”.

Ma le acque restano agitate. Non solo per lo sciopero di lunedì indetto unitariamente da Cgil-Cisl-Uil. Il Partito democratico pare sulle orme che già furono della Lega nel precedente governo, quelle del partito di lotta e di governo.

“Ascolteremo i lavoratori e saremo al presidio”. Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, con un’intervista ad Affaritaliani.it, annuncia che sarà in piazza coi lavoratori in occasione dello sciopero generale di lunedì 12 dicembre proclamato dai sindacati confederali. 
”I sindacati rappresentano milioni di lavoratori che non riconoscono l’equità necessarie nei provvedimenti del governo e si mobilitano”.

Siamo alle solite? Sì, con il Pd sempre nel mezzo, con i suoi “nì”. Perché il Pd non fa un comunicato ufficiale di appoggio allo sciopero? Chissà che ne pensano i Veltroni, Fioroni, Gentiloni e tutti gli amici e compagni pronti a impallinare Bersani (più che Monti)?