Al raduno delle scope di Bergamo Maroni invoca pulizia e Bossi invece parla di complotto. E i militanti? Non ci capiscono una (ra)mazza
Ma siamo sicuri che lo spazzatore Maroni sarà all’altezza del Senatur e del suo antico carisma? Pippa, tutta un’altra scopa
Rosy Mauro, la pasionaria, va da Vespa e difende sé e il suo “capo-scorta” Pier Moscagiuro (il compagno?), famoso per le proprie competenze in tema di sicurezza: infatti ha cantato il sofisticato brano ‘Kooly Noody’ con Enzo Iacchetti. La Mauro non accetta allusioni e risponde per entrambi con vigore. Gli protegge il kooly
Lei decide di non dimettersi da vicepresidente del Senato e la base leghista non la sopporta più. Stanno Rosy-cando
Nell’ultima bufera che seppellisce la Lega ma mette ancor di più a nudo la malapolitica Made in Italy, Pier Luigi Bersani, invece di prendere il toro per le corna, fa melina. Anzi, difende l’indifendibile.
Il segretario del Pd teme che lo tsunami dell’antipolitica schianti gli ultimi legami fra popolo e partiti, con rischi per la democrazia. Invece di proporre una …. rivoluzione, riazzerando la partitocrazia imperante e rilanciando una totale rifondazione dei partiti, Bersani si arrampica sugli specchi, difendendo di fatto “questo” finanziamento pubblico dei partiti.
Con le sforbiciate di Giulio Tremonti, i partiti incasseranno “solo” 143 milioni di euro, cioè – assicura Bersani – “Una cifra inferiore di quella incassata dalla politica in Germania, Francia, Spagna ecc.”. E’ così? Assolutamente no.
Rispetto all’Italia, in Spagna i partiti incassano la metà, in Inghilterra un venticinquesimo, in Francia un quarto, in Germania c’è un tetto di 133 milioni che, come scrive sul Fatto Marco Travaglio: “quasi mai viene raggiunto e per di più chi presenta bilanci opachi perde tutto e fallisce”. Bersani non sa queste cose o finge di non saperle? Allora?
Arrivati dove siamo arrivati non c’è alternativa: chiudere il rubinetto dei soldi pubblici ai partiti. Controprova. Ci sarà un motivo che nella prima Repubblica i partiti faticavano a comporre le liste elettorali e adesso c’è una esplosione di liste con una incredibile moltitudine di candidati (solitamente ignoti, ignoranti e inutili), dalla più grande città all’ultimo comunello?
Chiuso il rubinetto, tutti questi gnomi della politica scompariranno. E i partiti saranno costretti a rifare i conti. Con la gente.
Mario Monti: pinocchio. Voto 4- Le promesse del premier non reggono: Piazza Affari manda in fumo oltre 17,2 miliardi di euro in una sola seduta, la peggiore da inizio anno. Lo spread sfonda quota 400 punti e torna a fare paura. Il loden non basta.
Roberto Maroni: pinocchino. Voto 3- Il Senatur è in lacrime, il Trota capro espiatorio, Rosy Mauro resiste e non si dimette, Bobo diventa comandante in capo: grazie all’arrivo dei carabinieri a via Bellerio. I “padani” applaudono … carrocciopoli.
Scriveva ieri sul Giornale il “saputone”, gran affabulatore (ma anche… culturalmente fascinoso) Giuliano Ferrara: “Chi getta fango su Bossi parla in perfetta malafede: è stato fra i pochi a lavorare per risolvere davvero i problemi degli italiani. E prima di lui il Nord non esisteva”.
Ora, arrampicarsi sugli specchi è un’arte che l’ex celebratore di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi (nonché ex marxista-leninista col trattino e devoto togliattiano ante litteram) conosce alla perfezione e coltiva con indubbia lena e tensione politica. Ma, stavolta, l’”elefantino” rischia di precipitare con tutta la vetrata addosso.
Chissenefrega! Come ripete Giulianone ricordando limiti e pochezze del Senatur. Per tagliare corto, al netto della retorica: ha fatto davvero qualcosa l’Umberto per migliorare il paese?
La Lega, partito-cupola della Bossi family, ha contribuito al degrado culturale, morale e sociale della destra italiana, frenando di vent’anni la possibilità di riformare l’Italia, stampella di Berlusconi e del berlusconismo, i cui frutti velenosi e inquinanti ammorberanno il Paese per anni.
Ora che i clan leghisti sono stati smascherati, non resta che affossarli politicamente con l’unica vera arma, quella del voto. Con buona pace di Giulianone.
Le dimissioni di Umberto Bossi da segretario della Lega ingoiano tutte le altre notizie. Che non sono da sottovalutare e che, purtroppo, dimostrano lo stato comatoso cui è giunta la politica, istituzioni comprese.
Il Consiglio dei ministri ha sciolto per mafia cinque Comuni, tre in Campania e due in Calabria. Comuni già noti: Castelvolturno, Casapesenna e Casal di Principe (quello raccontato da Roberto Saviano, in provincia di Caserta; Mileto in provincia di Vibo Valentia e Bagaladi in provincia di Reggio Calabria. Si scatenerà la solita canea contro il Sud?
Per la cronaca, il Comune di Casal di Principe è stato sciolto per camorra tre volte dal 1991.
La prima volta fu sciolto il 30 settembre del 1991 a firma dell’allora responsabile del Viminale, Vincenzo Scotti; alla guida dell’ente c’era l’ingegnere Alessandro Diana. La causa fu il blitz compiuto dalle forze dell’ordine alcuni mesi prima, il 13 dicembre del 1990, giorno di Santa Lucia, a casa dell’assessore Gaetano Corvino (poi condannato) durante il quale vennero arrestati i boss Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti ed altri camorristi, mentre Mario Iovine riuscì a fuggire da una finestra ed altri partecipanti al summit scavalcarono un muro e fecero perdere le proprie tracce nelle campagne.
Il 23 dicembre del 1996, Giorgio Napolitano, allora ministro dell’Interno, firmò il decreto di scioglimento quando sindaco era Vincenzo Corvino, dentista arrestato nell’aprile del 2011 dalla Dda di Napoli perché ritenuto un fiancheggiatore dell’ex primula rossa Antonio Iovine detto o’ Ninno. La decisione di Napolitano fece seguito al maxi-blitz Spartacus del 5 dicembre dell’anno prima, che portò in carcere 157 affiliati al clan dei Casalesi. Negli ultimi venti anni nessuna amministrazione a Casal di principe ha concluso il proprio mandato e ha superato i due anni di vita venire sciolta.
Le “storie” degli altri comuni non si discostano tanto da quella di Casal di Principe. Che dire? Nulla.
Umberto Bossi: crociato. Voto 2- Il Senatur stralunato avverte: “Piano. Mi sono dimesso. Ma combatto, da semplice leghista”. La Padania attende la resurrezione del …celodurista.
Silvio Berlusconi: incrociato. Voto 2- Per il Cav le dimissioni del Senatur sono una “botta”, un “colpo al cuore, nulla sarà come prima”. Aaa, nuovo compagno di merende cercasi.
Che dire. Un tonfo storico per la Lega. E lo scontro tra cerchio magico (ammaccato) e maroniani ora entra nel vivo. Clima teso(riere)
Il gran capo esce dalla porta e gli danno la fantomatica presidenza per farlo rientrare dalla finestra. Sia la porta che la finestra, però, sono state ristrutturate con soldi del partito. Succede un pan-Gemonio
Il problema è che nella Lega vige il culto della personalità del leader. Ma ora i militanti si sentono buggerati. Presi per il culto
E come se non bastassero tutte queste sciagure in rapida sequenza, Emilio Fede dice di voler entrare in politica. E la sua adorata Raffaella? Se la porta dietro? L’az-Zardo finale
Il Senatur ha gettato la spugna, dimettendosi “irrevocabilmente” da segretario politico della Lega Nord. Lo scandalo dell’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito travolge così Umberto Bossi, il padre-padrone di un partito che adesso rischia il completo dissolvimento politico e organizzativo.
Proprio poche ore fa, scrivevamo su Ore 12: “Al consiglio federale della Lega Nord di oggi pomeriggio Umberto Bossi rassegnerà le proprie dimissioni da segretario politico del Carroccio, si dice, irrevocabili”. Così è stato.
Evidentemente dietro alle gravissime accuse fatte trapelare dalle procure c’è dell’altro e Bossi sa che, al di là dei risvolti giudiziari (di carattere penale e non), la valanga in movimento è in grado di travolgerlo e annientarlo politicamente.
Lo stesso Maroni temeva l’uscita precipitosa del “capo” e frenava: “Dimettersi ora significherebbe ammettere una colpa”. L’epilogo significa che Bossi non aveva altra via d’uscita. Il gong ha suonato per il Senatur l’ultimo round politico.
Di certo la “storiaccia” non finirà qui. A un mese dal voto amministrativo, le dimissioni di Bossi sono colpo forse mortale per la Lega. Salta un altro pesantissimo tassello che rischia di fare crollare l’intera impalcatura dei partiti italiani, la cui credibilità è irrimediabilmente minata.
Bossi e la Lega ci hanno abituato ai colpi di scena e alle giravolte e quindi ancora una volta tutto è possibile. Ma lo scandalo dell’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito scuote le fondamenta del partito “padano” e non sembra lasciare al Senatur altra via se non quella delle dimissioni.
Al consiglio federale della Lega Nord di oggi pomeriggio Umberto Bossi rassegnerà le proprie dimissioni da segretario politico del Carroccio. Clamorosa verità o solita sceneggiata?
Bossi insiste nella sua posizione: “Lascio”. Momentaneo sfogo personale o ponderata e irrevocabile decisione politica?
Anche i suoi avversari interni temono che l’uscita di scena clamorosa di Bossi possa travolgere tutto il partito, per altro alla vigilia di un difficile appuntamento elettorale. Lo stesso Maroni frena: “Dimettersi ora significherebbe ammettere una colpa”. A quel punto la fine del gran capo potrebbe davvero travolgere tutti i vertici e l’intero movimento, da mesi in evidente difficoltà politiche e organizzative.
Si cerca un’uscita morbida, puntando su una transizione che permetta di superare il momentaccio. Alla fine potrebbe essere lo stesso Bossi, oramai bollito e senza poteri, a portare la Lega al congresso federale “entro luglio”. In caso contrario, cioè di una resa dei conti immediata, la direzione del partito passerebbe a un reggente, o a un triumvirato (Maroni, Calderoli, Giorgetti), come già avvenne durante la malattia del Senatur.
Comunque vada a finire oggi, nella Lega è già iniziato il dopo Bossi. Travolto il Senatur, travolta anche la Lega? Silvio Berlusconi perde definitivamente il suo “alleato” ma può adesso pascolare nel verde bacino elettorale della “padania”. Pare proprio l’ultimo “misero” atto della “misera” seconda Repubblica. E dopo?
Anche stavolta, per il “casino” Lega, vale quanto ripetuto in altre occasioni: l’iter giudiziario deve fare il suo corso e nessuno è penalmente colpevole prima del verdetto definitivo del tribunale.
Ma il verdetto politico è già emesso ed è inequivocabile: condanna il partito personale di Umberto Bossi e i partiti Made in Italy della seconda Repubblica. Non possono sfuggire le differenze fra un partito e l’altro ma la sostanza è una sola: attraverso una legge sui cosiddetti rimborsi elettorali, (vera e propria trovata “truffaldina” -tot euro a voto- per aggirare il referendum del 1993 che bocciò la legge Piccoli del 1974 sul finanziamento pubblico) ai partiti giunge un inesauribile fiume di soldi dei cittadini che pagano le tasse: quasi 2 miliardi e mezzo di euro dal 1994 al 2008!
Con quella montagna di soldi (di tutti gli italiani) i partiti costruiscono e sviluppano i propri imperi, sostituendo gli interessi generali del Paese con quelli personali, di gruppo e correnti. Non bastasse, c’è il rubinetto malavitoso delle tangenti, personali o di partito fa lo stesso, ed il cerchio è chiuso.
E’ questo il cancro che strozza il Paese. C’è ancora qualcuno che crede che questi partiti siano in grado di cambiare e di riformarsi?
Adesso Bossi cade dalle nuvole. Un film già visto. E gli italiani, in fila, pagano il biglietto per assistere allo “spettacolo”. Fino a quando?