Dopo il polverone pre-elettorale sollevato da Giuliano Ferrara (che, contrariamente alla sue più rosee previsioni ha incassato alle politiche solo un misero 0,4%) si ritorna a parlare di aborto. Forse, seriamente.
L’occasione è data dalla relazione inviata oggi dal ministro (uscente) della Salute Livia Turco al Parlamento. Due, i dati particolarmente interessanti.
Il primo riguarda i medici obiettori che, in Italia, hanno raggiunto quota 70% rispetto al 58,7% registrato nel 2003. Un dato, questo, riscontrabile, a grandi linee, in tutta la Penisola: dalla Campania, dove il numero è quasi raddoppiato (da 44,1% a 83%), al Veneto in cui i ginecologi che non effettuano interruzioni di gravidanza sono passati dal 49,7% al 79,1%.
Mai come in queste elezioni l’aborto è divenuto tema dominante nella campagna acquisti/voti e come ben sappiamo il (de)merito di ciò va ascritto al proteiforme Giuliano Ferrara. Il corpulento giornalista, che seguiremo tra poche ore in diretta su RAI2 (PolisBlog sarà presente come sempre) nello stile anticonformista che gli è proprio, un bel giorno si è svegliato e ha deciso di gettare questa bella pietra nello stagno politico italiano, prendendone particolarmente di mira la sonnacchiosa parte di centrodestra.
A seguito di questa clamorosa iniziativa abbiamo dunque assistito a un improvviso risveglio delle coscienze, e da più parti si sono levate voci apocalittiche che denunciavano assassinii e paragonavano l’interruzione di gravidanza alla pena di morte. Non è compito mio nè di alcun altro tracciare giudizi sulle opinioni altrui, ci mancherebbe; il rispetto delle idee è parte fondante dell’ideale liberale di cui la destra illuminata è (o dovrebbe essere) portatrice. Quello che mi chiedo, semmai, è se la destra stessa sia in grado di affrancarsi dai cliché della conservazione di cui l’antiabortismo è parte, trovando una nuova vita nel libertarismo.
Se dunque vogliamo definire la destra libertaria come la posizione che fa del sacro, voltairiano rispetto dell’altrui libertà il proprio credo, quello che mi chiedo è se essa sia effettivamente rappresentata nell’alveo politico italiano. Se per esempio dovessi dichiararmi abortista, divorzista, anticlericale, favorevole ai matrimoni gay, ma filoamericano, meritocratico e favorevole al libero mercato mi dite per chi potrei votare? Avete ancora tre giorni di tempo per rispondermi.
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A chiudere le serie di conferenze stampa dei candidati premier è, questa sera, Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, promotore della moratoria sull’aborto e leader del moviemento “Aborto? No grazie”.
ore 21.50 - Appello finale: “Non sono a caccia di voti. Non è questo il mio obiettivo. Voglio i voti che già ci sono. D’altronde sono certo che c’è un giacimento immenso di consensi sui temi che propongo”.
ore 21.47 - Ultime domande. Le condizioni economiche non sono più rilevanti in questo momento storico rispetto all’aborto? “Evidentemente si. Il nostro obiettivo primario però rimangono certamente i temi etici”.
Il Ferrara sessantottino è incompatibile con quello di oggi?, chiede Maria Teresa Meli. “Ero un sedicenne … che pretende!”.
Si sente “anarchico” sui temi etici, come sostiene Berlusconi?, domanda Claudio Sardo. “Dissento, natuaralmente. Il fatto di non prendermi come alleato mostra insensibilità. Berlusconi vuole piacere a tutti, è questo il suo problema. Dare peso a qualcosa che non riguardi la sua traiettoria personale, a mio avviso, sarebbe giusto.”
ore 21.41 - “Escludo che non ci siano 4 italiani su 100 interessati a questi temi. Se avrò quindi la possibilità di fare questa battaglia in Parlamento sono ben contento ma non mi fermerò … continuerò la mia battaglia internazionale sull’aborto”.
Le femministe che lo contestano, a suo avviso, dovrebbero vergognarsi: “Non hanno capito nulla”, dice.
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La legge 194/78, quella che ha depenalizzato il reato di aborto (ma depenalizzare un reato non significa renderlo un diritto), sta per compiere trent’anni.
Verrebbe quasi da farle gli auguri, se non fosse per i milioni di bambini che ha impedito nascessero, ma anche volendolo bisognerebbe capire con chi congratularsi per davvero: le madri che hanno ricorso all’”interruzione volontaria della gravidanza” nel 1978 oggi lo rifarebbero? E come si sentono oggi, senza quel figlio che adesso rappresenterebbe piuttosto una risorsa che uno sgradito inconveniente, un regalo inaspettato e brutto del quale liberarsi al più presto? Magari dovremmo fare i complimenti allo “Stato”, che grazie all’aborto libero secondo alcuni è progredito (ah! il progressismo!), ma cosa ne sarebbe del nostro sistema pensionistico, oggi, con un milione e passa di giovani lavoratori in più? E cosa del sistema sanitario nazionale con un milione di interventi chirurgici in meno sul groppone, e una schiera di giovani medici, infermieri, tecnici di laboratorio al suo servizio?
Continua a leggere: Aborto: la revisione della 194 non è un tabù
Per proseguire il dibattito sulla legge 194 proponiamo ora la seconda parte dell’intervista realizzata con un’assistente sociale che da più di vent’anni segue, in un consultorio familiare dell’hinterland milanese, le donne che intraprendono il percorso di IVG (la prima parte la trovate qui). Viste le polemiche scatenate dalla scelta di non citare il nome dell’intervistato volevamo chiarire che, in quanto operatore di un’ASL, per citarne le generalità e il consultorio di appartenenza avremmo dovuto richiedere l’autorizzazione e far approvare l’intervista da un dirigente dell’ASL stessa. Una perdita di tempo che abbiamo voluto evitare, consapevoli che il nostro rispetto per la verità, prima ancora che la deontologia professionale, sono a garanzia dell’autenticità delle informazioni riportate.
Dai dati emerge che un numero sempre maggiore di donne straniere ricorre all’IVG. Quali sono le problematiche che questo può portare nell’applicazione della legge?
Ovviamente il fenomeno migratorio, che ha influenzato l’Italia negli ultimi anni, ha avuto un effetto molto evidente sulla presenza di donne che fanno ricorso all’IVG, anche se in una percentuale che, per ora, rimane comunque ampiamente minoritaria rispetto a quella delle cittadine italiane. L’aborto è da considerarsi una delle espressioni di massimo disagio nell’esperienza di una donna e, spesso, si accompagna a fenomeni di solitudine, disagio sociale, economico e relazionale.
Continua a leggere: LEGGE 194/78: parla un' assistente sociale (seconda parte)
Continua la discussione già sollecitata su questo blog sulla legge 194 e riportata all’attualità dalla scontro Formigoni-Turco causato dal “no” della Regione Lombardia che ha portato alla bocciatura del documento contenente le linee guida per un’applicazione uniforme della legge sul territorio nazionale.
Prima di iniziare però può essere utile precisare alcuni concetti relativi alla correttezza del calcolo dei tassi di abortività in relazione alla popolazione; la definizione usata è quella data dall’ISTAT, dall’ISS e dall’WHO. Inoltre è corretto analizzare il tasso di abortività sulla popolazione perché fornisce un parametro di riferimento sulla diffusione del fenomeno, sbagliato invece sarebbe calcolarlo sulla base del tasso di natalità, in quanto bisogna tener conto che questi due fenomeni non sono tra loro dipendenti.
Ossia un basso tasso di natalità non può essere imputato ad un alto tasso di abortività, semmai quest’ultimo può portare delle riflessioni sul perché determinati aspetti sociali, culturali ed economici abbiamo portato ad un abbassamento del primo. Detto più semplicemente se una donna decide di abortire non si può considerare un limite alla natalità perché, comunque, quella gravidanza non era desiderata quindi il ricorso all’IVG diventa uno strumento non la causa.
Continua a leggere: LEGGE 194/78 : parla un'assistente sociale (prima parte)
Legge 194: se ne sente sempre parlare, c’è chi scende in piazza per difenderla e c’è chi vorrebbe riformarla; chi la considera una conquista di civiltà e chi invece un abominio. Le discussioni vertono, soprattutto, su due quesiti fondamentali: la legge ha diffuso la pratica dell’aborto, tecnicamente interruzione volontaria di gravidanza (IVG)? Ha raggiunto uno dei suoi obiettivi principali, ovvero la riduzione della piaga degli aborti clandestini? Interroghiamo i dati.
Secondo la relazione annuale del Ministero della Sanità il tasso di abortività grezzo (calcolato secondo le indicazioni ISTAT come IVG X 1000 donne con età compresa tra 15 e 49 anni) relativo all’anno 2006 è pari al 9,4 per mille. Mettendo questo dato a confronto con lo stesso dato del 1982 (anno in cui approssimativamente la legge ha iniziato a funzionare a pieno titolo) notiamo subito un calo non indifferente, infatti, a quell’epoca, il tasso era pari al 17,2 per mille, determinando quindi una riduzione nel giro di quattordici anni del 45,3% del numero di IVG. In conclusione quindi possiamo rispondere alla prima domanda riconoscendo come, senza dubbio, l’introduzione della legge 194 non solo non ha diffuso la pratica dell’aborto ma anzi l’ha considerevolmente ridimensionata.
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