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Dell'Utri e l'Annunziata: il 416 bis, la RAI, i soldi presi da tutti

pubblicato da Francesco


Dunque: Repubblica querelata, ma poi in fondo come dice Sofri vecchio oggi, era stato proprio il Cav a giocare per primo col fumo e le nebbie:

Quanto all’origine delle sue ricchezze, Berlusconi non fu alieno in passato da risposte disinvolte come quella che lui i soldi li aveva presi da tutti: un ritratto peculiare di che cosa sia un imprenditore secondo lui, e che purtroppo si attaglierebbe anche a molti altri grandi imprenditori, e non solo siciliani né solo in Sicilia.

Quasi una excusatio non petita, che lo accusa in maniera manifesta, non trovate che la cosa prenda questa luce in giorni come questo? E poi, proprio dal suo Giornale, ecco lampante la spiegazione di quale potrebbe essere la battaglia ultima intorno al capitale del Cavaliere: prima la confisca del patrimonio, poi il fallimento e la carcerazione. Sì, giocano duro questi giudici rossi, spalleggiati dagli editori svizzeri.

Se non fosse che l’eventuale decisione dei pm di indagare Berlusconi per il 416 bis e di chiedere contestualmente il sequestro dei suoi beni formatisi anche, e non solo, da un rivolo finanziario di «sospetta» provenienza mafiosa, renderebbe nulla la legittima decisione di non rispondere ai pubblici ministeri. Perché come insegnano le norme sull’applicazione delle misure di prevenzione per i beni d’origini mafiosa (inasprite proprio dal governo Berlusconi), l’onere della prova si è invertito. Non saranno i magistrati a dover trovare l’impronta di Cosa nostra nel patrimonio di Fininvest o Mediaset. Spetterà al premier indagato dimostrare che il patrimonio di famiglia (nel frattempo sequestrato) s’è formato in maniera lecita dal primo all’ultimo euro. Per farlo ci vorrebbe tempo, tanto tempo. Forse troppo per un gruppo, quotato in borsa, che rischierebbe la confisca e la bancarotta per decisione del Mesiano di turno.

E così, Marcello dell’Utri non trova altra via d’uscita che quella della legge ad personam e, a Lucia Annunziata, spiega che il concorso esterno in associazione mafiosa è solo un’orientamento della Cassazione, insomma che è tutto da rifare e lede la cittadinanza…

A dare ragione a Dell’Utri è Piero Longo (Pdl), uno dei legali del premier, che auspica una “interpretazione autentica” per via legislativa del 416 bis (associazione mafiosa), così da precisare che “non è possibile il concorso esterno perché già esiste il reato di assistenza agli associati (art.418 del codice penale)” oppure il favoreggiamento reale o personale.

E se gli si fa notare che recentemente Palazzo Chigi ha smentito l’ipotesi di una simile modifica, Longo replica: “se il governo pensa di non doverlo fare non lo faccia. Che però un singolo parlamentare proponga una modifica legislativa del genere è giusto e fattibile”. ‘Comprendiamo che Dell’Utri voglia difendersi da accuse pesantissime che gravano su di lui - controbatte Andrea Orlando, presidente del Forum giustizia del Pd - ma è davvero poco credibile il tentativo di ispirare modifiche alle leggi antimafia ritagliate sul suo caso. Il rischio - spiega - è che qualsiasi discussione sull’adeguatezza delle norme diventi impraticabile proprio perché mossa da esigenze personali”.

Certo, tutto da vedere che Spatuzza il pentito abbia deposto nei tempi corretti, e che cosa poi! Ma come giro di valzer è sicuramente affascinante, tanto più che l’intervista di dell’Utri la RAI non la avrebbe mandata in onda su tutto il territorio, vai a capire il perchè…

Lotta Continua e l'omicidio Calabresi. Una lettera di Adriano Sofri riapre il caso

pubblicato da Luca Landoni


Oggi vogliamo occuparci di una vicenda non strettamente attuale, ma da sempre al centro del dibattito storico per la sua importanza nel periodo dei cosiddetti anni di piombo. L’occasione ci è data dalla lettera di risposta inviata oggi al Corriere della Sera dall’ex-direttore di Lotta Continua Adriano Sofri, che come si sa è stato condannato in via definitiva per concorso morale nell’omicidio Calabresi.

Il tutto nasce dalle dichiarazioni di Andrea Casalegno, figlio di una delle vittime di quei tristi anni, Carlo Casalegno. Andrea era stato anche lui militante di Lc, addirittura arrestato per aver distribuito manifestini di approvazione per l’uccisione di Calabresi. Eppure qualche anno dopo, nel 1977, sarebbe stato il padre, giornalista della Stampa e tenutario della rubrica Il nostro stato, a cadere vittima delle Brigate Rosse.

La questione verte tuttavia sul ruolo di Marino e di Sofri nel caso Calabresi, e in generale sul fiancheggiamento di LC alla lotta armata già da prima della strage di Piazza Fontana, nel 1969. L’accusa di Casalegno è che Sofri abbia dato del denaro a Marino per comprare il suo silenzio.

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