Di lui, il Ct della nazionale Cesare Prandelli dice che è un “fuoriclasse” mentre l’ex direttore de l’Unità Peppino Caldarola dice che “dà l’impressione di uno che non ha mai letto un libro, appare tremendamente privo di contenuti”.
Lui, Matteo Renzi, il “Basto solo io”, oggi pomeriggio alla Leopolda di Firenze apre la tre giorni del “Big Bang” per “rottamare” i brontosauri del Pd e della politica. Sarà solo un evento mediatico o l’inizio di un vero nuovo processo politico in grado di lasciare il segno?
Forse l’arrembante sindaco di Firenze non sa che gli unici veri tentativi di trasformazione dei partiti e della politica sono stati fatti nel dopoguerra da Alcide De Gasperi (DC) e da Palmiro Togliatti (PCI) non certo nella logica della “rottamazione” ma in quella del “rinnovamento nella continuità”. E Aldo Moro parlava della necessità del rinnovamento come “processo faticoso, lungo, paziente”. Altri tempi: ma sarà stato un caso che quei due partiti insieme avevano il consenso di oltre il 70% degli elettori?
Mai come oggi, evidentemente, alla politica, non solo al Pd, serve un rinnovamento profondo, anche di leadership, e a tutti i livelli. Ma l’autoreferenzialità, la supponenza, la diffidenza verso gli altri, lo schematismo, la superficialità, l’autoritarismo, il settarismo culturale degli attuali politici da rottamare non sono in gran parte le stesse caratteristiche personali dello stesso Renzi, le cui analisi sulla crisi italiana e internazionale e sulle proposte programmatiche sono state fin qui inesistenti?
Il rinnovamento reale (non di facciata) di un partito si pone sempre come problema politico, non risolvibile con spot e personalismi. In politica, tutti si dicono sempre pronti a cambiare, senza però mai dire concretamente che cosa si deve cambiare e quali sono le ragioni del cambiamento. Senza approfondire l’elemento autocritico, il cambiamento evocato è solo una componente per una battaglia di potere interna. Per condurre davvero una battaglia politica vanno coniugate senso di responsabilità e anche coraggio, mettendosi in discussione per primi, non solo discutendo degli altri. Troppe volte i giovani leoni si sono dimostrati nei fatti più “conservatori” degli elefanti da rottamare. I “delfini” non prendono mai la successione.
Oggi il “vogliamo mostrare al Pd che non bisogna aver paura delle idee” è la sfida di Renzi. Fuori le idee! Ma una lotta politica ha sempre i suoi prezzi, che occorre saper pagare. Se si perde, troppo facile salutare amici e compagni e passare armi e bagagli col … nemico.
Giorgio Napolitano ha ieri precisato che il ricordo del governo Pella del 1953 (governo di “decantazione”) non ha riferimenti con l’attualità politica. Non si vuole qui essere irrispettosi, ma non sappiamo se al Capo dello Stato è cresciuto un po’… il naso alla Pinocchio.
Perché il rapporto fra allora e oggi esiste. Allora, di fronte alla sconfitta elettorale della Dc sulla legge Truffa, alla conseguente uscita dalla politica di Alcide De Gasperi e al contestuale caos politico-istituzionale, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, decise di intervenire drasticamente. Einaudi applicò alla lettera il dettame costituzionale, che recita: “Il presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri”.
Come ricorda stamani su Repubblica Eugenio Scalfari: “Einaudi, nonostante la prassi (cioè le consultazioni del Colle con tutti i gruppi parlamentari, poi un incarico esplorativo, poi l’incarico formale, poi consultazioni dell’incaricato con i partiti di governo per i ministeri, infine la presentazione del nuovo governo al Parlamento ndr) fece esattamente così. Sentì i presidenti delle Camere, poi andò nella Villa di Caprarola e convocò Pella informandolo che aveva già scritto e firmato il decreto che lo nominava presidente del Consiglio. Voleva un governo di “decantazione” che preparasse una nuova legge elettorale”.
E così fu. Ciò dimostra, sempre citando Scalfari: “ … che la lettera della Costituzione consente al Capo dello Stato di saltare ogni prassi restando saldamente nei limiti che la Costituzione prevede”.
Molte cose sono cambiate dal 1953, ma non la Costituzione. Quindi quello di Pella non è un semplice “amarcord” di Napolitano, ma un messaggio chiaro per tutti. E forse di più: un monito pesante ai partiti e ai parlamentari, un quasi “ultimatum” al capo del governo.
Non vogliamo qui ricordare le notevoli qualità e i molti meriti di Alcide De Gasperi come leader politico e come statista di livello europeo e mondiale. Vogliamo invece fare riferimento al “fattaccio” che ne decretò la fine politica.
Correva l’anno 1953 e De Gasperi, che si trovava nella morsa fra le spinte di destra della Chiesa e l’incudine e il martello dei neofascisti del Msi e dei socialcomunisti del Pci e del Psi, per tenere in piede il suo disegno (e il suo governo) centrista imbocca la strada di una riforma maggioritaria del sistema elettorale.
Presenta così una legge che già dalle elezioni del ’53 garantisca il 65% dei seggi alla lista capace di ottenere il 50,1% dei voti. Più o meno la stessa legge di fine anni 90 del dopo Tangentopoli che avviò la seconda Repubblica, anche col favore della sinistra postcomunista.
Invece, all’epoca, Togliatti e il Pci (insieme al Psi di Pietro Nenni) fecero fuoco e fiamme in tutto il Paese, bollando la proposta della Dc come “legge truffa” e accusando lo statista trentino di “biechi disegni reazionari”. La legge passò in Parlamento fra grida e insulti ma a giugno le urne la bocciarono, decapitando politicamente De Gasperi e aprendo la via al “professorino” Amintore Fanfani che rivolterà la Dc e l’Italia come un calzino.
Paragonata al “porcellum” di oggi, la “legge truffa” era la quintessenza della democrazia.
Statisti, o anche leader, cercasi. Per una volta lasciamo stare il numero uno del governo (il Cav) e limitiamoci al numero due (il Senatur).
Il capo della Lega, al di là delle sua giravolte e dei suoi contorsionismi, è noto per dire “pane al pane e vino al vino”, magari in canotta. Soprattutto davanti alla sua base, il padre del Trota, spesso “sbiella”, anche perché non è facile mantenersi in equilibrio, con un piede sul pratone di Pontida (o limitrofi) e il posteriore incollato nei palazzi del governo.
In queste ore Bossi si arrampica sugli specchi per far digerire ai suoi la manovra bis, tutto un lavorio teso a dimostrare l’indimostrabile: sì alla manovra ma no alla stangata, come se la Lega non centrasse niente e subisse i dictat di premier e ministri. Per sostenere la tesi di un Carroccio “Robin Hood” Bossi, nel comizio ferragostano, racconta gli scontri nel Cdm, in particolare sul capitolo pensioni, che la Lega vuole difendere, arrivando a offendere un collega di governo con termini da curva sud.
“Abbiamo litigato tutto il giorno. Prima del Consiglio dei ministri e durante il Consiglio. Col ministro Brunetta per poco non passiamo alle vie di fatto. Brunetta, nano di Venezia, non romperci i coglioni”. Quando si dice, l’arte della diplomazia, la stoffa del leader. Chissà quali frasi avrebbe usato Bossi … il 10 agosto 1945 a Parigi nel plenum mondiale sui trattati di pace, con l’Italia sconfitta e sotto il tiro degli stati vincitori.

Ci mancavano i Caf, per rafforzare l’impero politico-mediatico-imprenditoriale del Cavaliere. L’uomo di Arcore ha mille vizi e mille difetti, amato e odiato come nessuno oggi in Italia, ma anche uomo dalle mille … “risorse”.
Va giù e ritorna su con una straordinaria volontà e capacità di resurrezione. Adesso, con il Pdl in affanno, Berlusconi le prova tutte per rilanciarlo e ancorarlo al territorio, per riacciuffare quel consenso scalfito dagli ultimi “scandali”.
Proprio oggi il padre-padrone del partito del “predellino” lancia i Caf, centri di assistenza fiscale, al servizio degli italiani, con assistenza ai piccoli imprenditori, ai lavoratori dipendenti, ai pensionati.
Un (altro) modo di fare politica, un (altro) modo per legarsi alla gente, portare voti e … soldi. Perché i servizi si pagano. Un modo per sbaraccare le rendite di posizione dei sindacati, un servizio che tocca i nervi scoperti della Cgil, mettendo in campo uno strumento che può diventare una bomba distruttiva per il più grande sindacato italiano, uno degli ultimi e grandi fortilizi della sinistra: una cassaforte economica ed elettorale.
Insomma, il Cavaliere non lascia nulla di intentato per rafforzare la sua traballante leadership: opera a 360 gradi, convinto che la “guerra” si vince se si vincono tutte le battaglie.
Ma tant’è lui ne dica, Berlusconi non è l’emulo di Alcide De Gasperi. Non è né Moro, né Fanfani, né Andreotti. Ma il Pdl, un po’ della Dc ha. Non negli ideali, non nella classe dirigente, certo nella gestione del potere. Berlusconi ci prova e ci riprova a scopiazzare la Balena bianca. Stavolta, col Caf, il colpo può andare a segno.
Stalin rinviava i dissenzienti del PCUS in manicomio o in Siberia, Mussolini faceva purgare e bastonare gli oppositori del partito fascista, Berlusconi espelle dal PDL quanti non condividono i suoi ordini.
Cambiano i nomi e le … “punizioni”, ma “concettualmente” c’è poca differenza, perchè tutti e tre concepiscono il potere in modo “personalistico” e totalitario.
Scrive Antonio Polito sul Riformista: “Berlusconi, l’uomo che passa per essere il grande seduttore, è riuscito a litigare con Umberto Bossi nella prima legislatura, con Pierferdi Casini nella seconda e con Gianfranco Fini nella terza. Avendo così esaurito l’intera gamma dei suoi alleati, tant’è che per cercarne di nuovi è già al secondo giro con Bossi e sarebbe pronto a tornare anche con Casini”.
Appunto. Ecco lo statista, il nuovo … Alcide De Gasperi. Ecco perché l’Italia è in fondo al tunnel.
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco scrive delle “inutili nostalgie della Prima Repubblica”, restando però prigioniero della nostalgia del “nulla”. Perché la Seconda repubblica italiana è un guscio vuoto.
La storia di ieri e i fatti di oggi non si possono stravolgere. Panebianco accomuna la rivalutazione dei “vecchi” partiti (il 45% degli italiani giudica oggi positivamente la Dc, il 35% il Pci, il 32% il Psi) alla nostalgia dei russi per il Pcus e il regime sovietico.
La prima Repubblica italiana (pur con tutti i limiti ed errori) garantì e sviluppò libertà, democrazia, sviluppo economico, portando l’Italia ai vertici mondiali. Il comunismo russo (e non solo quello) distrusse ogni libertà, instaurando un regime dittatoriale e di miseria.
La Prima Repubblica produsse un benessere diffuso grazie al sostegno della libera iniziativa (artigianato e piccola e media impresa intrecciata a grandi e vere industrie in settori strategici), mentre l’economia italiana (non solo per la crisi mondiale) da anni è in caduta libera e il Paese, senza la rete protettiva dell’Euro, sarebbe già alla bancarotta. I partiti.
E’ vero, ieri come oggi occupavano e occupano le Istituzioni. Ma la differenza c’è. Le poltrone erano occupate da esponenti di partito, frutto di una vera e dura selezione, uomini preparati e capaci. E in Parlamento sedevano deputati scelti e votati dagli elettori e non imposti dal padrone del vapore. Le assemblee elettive decidevano in modo collettivo (giunte e consigli) e le gare d’appalto avvenivano con procedure articolate e controlli serrati.
Ancora. Ieri i partiti non erano proprietà “privata”, erano formati dagli iscritti, militanti dall’impegno gratuito, duri ideologicamente contro l’avversario, ma capaci di lavorare sui progetti per il proprio quartiere e capaci di indignarsi per gli errori e le malefatte dei propri capi. Chi sbagliava, pagava. Chi perdeva le elezioni, fuori.
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Nel Palazzo la tensione si taglia col coltello. E’ un affanno “trasversale”, ma chi sta peggio sono quelli del Pd.
Rimbomba il sinistro tintinnio delle manette. Ogni telefonata scatena il panico. Anche nel quartier generale del Premier la calma è solo apparente: si teme il “botto”. Adesso a chi tocca? Non si esclude più nessuna opzione. In questa atmosfera carica di elettricità, una scintilla potrebbe fare esplodere tutto.
Nessuno ne parla apertamente ma tutti temono che “qualcosa” possa capitare addirittura a Silvio Berlusconi. Sarebbe la fine! Lui, il SuperCav. va a briglie sciolte: “La sinistra vuole lo Stato di polizia!”. Ma l’intreccio fra nodi giudiziari e nodi politici riporta inevitabilmente a Tangentopoli, al ko della Prima repubblica.
Il Pdl non gliela fa a chiudere le liste: si teme di candidare gente “sospetta”. Le “liste pulite” invocate dal capo/padrone sono piene di discussi, corrotti e indagati. Ce n’è per tutti i gusti, in ogni regione.
Berlusconi raccoglie quello che ha seminato. Il “menefrego” delle leggi e delle regole porta ognuno ad arrangiarsi come può, alla proliferazione di furbetti e furboni con “santi” in paradiso per il più vergognoso e colossale intreccio fra il malaffare e la malapolitica.
Ha ragione Peppe Pisanu: “Si chiude l’orizzonte dell’interesse generale e si aprono le cateratte dell’interesse privato, dell’arricchimento personale, della corruzione dilagante”. E’ il frutto del “berlusconismo”, il lascito della seconda Repubblica.
Silvio Berlusconi ha governato più tempo di Alcide De Gasperi. Dall’Italia resuscitata dopo le macerie della guerra e lanciata fra le grandi nazioni avanzate e democratiche del mondo, all’Italia fanalino di coda in tutto, meno che nello sfacelo politico.
Qui, dal Premier in giù, c’è una casta che pensa solo ai propri interessi, colma di potere (scandali) e di soldi. De Gasperi visse come un “eremita” e morì povero in canna.
Non sarò sempre colpa di Berlusconi, ma anche stavolta, nella vicenda della bocciatura di Massimo D’Alema a “ministro degli esteri” della Ue, pesano (insieme a quelle dell’ipocrita Schultz e dei “bidonari” socialisti) le responsabilità di premier e governo.
Non basta “appoggiare” una candidatura per farla diventare vincente. Conta il substrato politico, culturale, morale di una nazione.
Questa vicenda dimostra che in Europa e a livello internazionale il Cavaliere è considerato poco più di un “Franceschiello” e il suo Governo, una “compagnia di giro” da evitare.
Così l’Italia, Paese fondatore della Comunità europea (grazie alla tanto vilipesa prima Repubblica e alle intuizioni del demonizzato democristiano Alcide De Gasperi) non ha nessun ruolo importante nell’Unione, né in altre grandi organizzazioni internazionali.
Anche stavolta le cariche principali sono state assegnate con la logica spartitoria (una poltrona ai Popolari europei, una ai socialisti), con il compromesso al ribasso, dove a farla da padrona son state soprattutto Inghilterra e Germania.
L’Italia resta quindi a bocca asciutta. Più che le origini “comuniste” e “filosovietiche” (?!) di D’Alema (i cui tanti difetti non cancellano “caratura” e “spessore”) hanno pesato negativamente il “peso specifico” di Berlusconi e del suo Governo, considerati pari allo zero. Hanno pesato l’immagine dell’Italia, in caduta libera.
Un’occasione persa. Un altro fondamentale passaggio mancato per tentare il rilancio dell’Italia sulla scena mondiale. Da protagonista, con idee, progetti e uomini preparati e carismatici, leader riconosciuti, non “macchiette”, portaborse o veline. Sarà per il prossimo giro. Campa cavallo.
Tanti auguri, signora Catherine Ashton, baronessa Ashton Upholland! E auguri al socialdemocratico Pd di Bersani che “scopre” il volto dei socialisti europei.
Mentre Silvio Berlusconi gioca il jolly del G8 (se gli va bene risale la china, altrimenti imbocca la discesa del ko finale), nel Pd fanno il gioco dell’oca, rischiando di precipitare nella casella da cui i soggetti fondatori, Ds e Margherita, erano partiti.
Il problema non è la diversità delle posizioni precongressuali. E’ anzi un bene che ci si confronti su opzioni diverse e chiare.
Ma qui l’obiettivo è la resa dei conti finale.
La trama, il trabocchetto, l’agguato, sostituiscono il confronto delle opinioni. I (mal)fatti personali e le debolezze dei singoli personaggi sostituiscono le idee e la politica. Non conta ciò che si dice, ma chi dice cosa. Lapis rosso o blu a seconda della cordata. E’ iniziata la corsa ad eliminazione. E’ la sfida al Pd corral.
Ogni corrente vuole dominare sull’altra e chi vince vuole cancellare chi perde. Demolire, altro che costruire!
E pensare che Lenin fece ministri nel suo primo governo i (veri) capi bolscevichi che avevano votato contro la rivoluzione.
Avviato così come è stato avviato, il congresso del Pd non può interessare gli italiani.
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