Mentre Silvio Berlusconi gioca il jolly del G8 (se gli va bene risale la china, altrimenti imbocca la discesa del ko finale), nel Pd fanno il gioco dell’oca, rischiando di precipitare nella casella da cui i soggetti fondatori, Ds e Margherita, erano partiti.
Il problema non è la diversità delle posizioni precongressuali. E’ anzi un bene che ci si confronti su opzioni diverse e chiare.
Ma qui l’obiettivo è la resa dei conti finale.
La trama, il trabocchetto, l’agguato, sostituiscono il confronto delle opinioni. I (mal)fatti personali e le debolezze dei singoli personaggi sostituiscono le idee e la politica. Non conta ciò che si dice, ma chi dice cosa. Lapis rosso o blu a seconda della cordata. E’ iniziata la corsa ad eliminazione. E’ la sfida al Pd corral.
Ogni corrente vuole dominare sull’altra e chi vince vuole cancellare chi perde. Demolire, altro che costruire!
E pensare che Lenin fece ministri nel suo primo governo i (veri) capi bolscevichi che avevano votato contro la rivoluzione.
Avviato così come è stato avviato, il congresso del Pd non può interessare gli italiani.
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Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, ma anche Moro e Berlinguer, facevano partire l’analisi elettorale dal numero dei voti.
Oggi i numeri sono chiari e le chiacchiere dei leader e dei loro sottopancia non possono smentirli. Ripetiamoli.
Il Pd ha perso oltre 2,1 milioni di voti rispetto alle precedenti elezioni europee (-21%) e oltre 4,1 milioni di voti rispetto alle politiche del 2008 (- 34%).
La coperta si è ristretta anche nel territorio e le mitiche regioni rosse sono oramai un ricordo, con Umbria e Marche out e l’Emilia e la Toscana che “tengono”, ma con Bologna e Firenze al ballottaggio e Modena salva per una manciata di voti.
In altri tempi una disfatta di tale portata avrebbe comportato le immediate dimissioni del segretario e dei vertici del partito.
Siamo invece al paradosso che Franceschini e compagni cantano quasi vittoria per lo scampato pericolo… dell’estinzione (“Teniamo il campo”, “Sfatata l’invincibilità di Berlusconi” o “Stiamo meglio del New Labor, del Ps francese, della Spd”) e si crogiolano per il “sorpasso” a danno del premier in Friuli della rookie (di quasi 40 anni…) Debora Serracchiani. Tant’è.
Altrettanto accade nel Pdl, che, dopo un anno di governo del Paese, arretra di quasi 2,9 milioni di voti (-21%) rispetto alle politiche 2008 e mantiene i consensi raccolti da Forza Italia e da Alleanza nazionale nelle precedenti europee.
E adesso, povero Walter! E soprattutto povero Partito democratico: senza voti, senza leader, senza gruppo dirigente, senza programmi, senza valori, in mano ai cacicchi locali legati alle poltrone del potere.
Il nodo scorsoio si stringe sempre più.
L’epilogo si consumerà nell’Election day (Europee e amministrative) del primo week end di giugno quando il Pd si squaglierà come neve al sole. In altre parole Veltroni sta pilotando il Pd contro un muro, a forte velocità.
Dopo quattro gravi sconfitte consecutive (le elezioni politiche dell’aprile 2008, la perdita di Roma, il ko abruzzese, ieri la debacle in Sardegna), dopo il macigno della questione morale che pende come la spada di Damocle, dopo le insanabili divisioni interne, dopo il boomerang delle primarie dove vengono bocciati i candidati proposti dal “nazionale”, cosa si aspetta ancora per andare alla svolta, sostituendo leader e linea politica?
Delle due, l’una: o il gruppo dirigente non ha ancora preso coscienza a cosa va incontro e quindi dell’esigenza di un immediato e profondo rinnovamento o non ha né la forza e né il coraggio politico di procedere.
Cos’è il Pd? Un partito che in Italia sta con la Cgil … ma , in Europa con il Pse … ma, in Medio Oriente con Hamas … ma, un partito senza identità né bussola.
Oramai il Pd è tenuto in piedi come la corda tiene l’impiccato.
Nel vertice che si riunisce oggi a Roma Veltroni ha tre strade.
Primo: si rinchiude in se stesso, riduce il senso politico delle batoste e “impone” al partito di procedere così fino al voto di giugno per approdare al congresso rispettando le scadenze statutarie.
Secondo: passa subito al contrattacco accusando di “sabotaggio” una parte del gruppo dirigente e puntando su un congresso straordinario da tenersi entro metà di aprile.
Terzo: prende atto della gravità della situazione e del fallimento della sua leadership e della sua strategia, dimettendosi immediatamente.