
Credevate che lo scontro tra Berlusconi e Fini fosse un lontano ricordo? Che la conflittualità tra i due leader fosse stata accantonata per più alte esigenze di unità nazionale? Niente di tutto questo. Le truppe dei finiani sono sempre in marcia e la loro ultima trovata si chiama Area Nazionale, in sigla, fortuitamente, An.
Silvano Moffa e Roberto Menia sono i fondatori di quella che definiscono una associazione, un’area, uno spazio aperto di confronto per il Pdl… insomma le solite cose che si dicono non potendo affermare pubblicamente che ci si prepara e serrare le fila in vista di tempi peggiori.
Una delle motivazioni ufficiali per la fondazione di An è la necessità di osteggiare la deriva antinazionale: A me non piacciono le derive antinazionali dei “compagni di strada” leghisti, ma non posso non dire onestamente a me stesso che le derive possono esserci soprattutto perché noi, che del pensiero nazionale e di tutte le lotte e le sofferenze che hanno consegnato a noi una nazione unita e fiera, non stiamo facendo bene il nostro lavoro. Insomma bisogna mettere un freno alla Lega e ai suoi sproloqui secessionisti e riaprire il dibattito politico e riperimetrare una soggettività politica della destra aprendo a tutti i cittadini che vogliono bene all’Italia, in particolare ai giovani.
Ce la faranno i nostri eroi?

Marco Tarchi insegna Scienza Politica e Analisi e Teoria Politica all’Università di Firenze. Il suo ultimo libro è “La rivoluzione impossibile - dai Campi Hobbit alla Nuova Destra”, edito da Vallecchi. Esperto di populismi e crisi delle democrazie, ha anche fatto parte, fino ai primissimi Anni ‘80, del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI. Con lui abbiamo ragionato di vecchie e nuove destre, della crisi dentro il PDL, della crisi della Seconda Repubblica.
Professor Tarchi, qual era la rivoluzione impossibile?
Quella che un certo numero di militanti e dirigenti dell’organizzazione giovanile del Msi cercarono di costruire negli anni Settanta: un tentativo di modifica radicale dell’ambiente politico nel quale si erano trovati ad operare. Un tentativo che ne comportava – nei loro intendimenti – un profondo svecchiamento, l’abbandono della nostalgia per l’autoritarismo fascista, il confronto aperto con la modernità e i suoi problemi, l’apertura di un dialogo franco con gli avversari, con i quali si sentiva di avere, oltre ad un certo numero di divergenze ideali, un buon numero di affinità psicologiche e di preoccupazioni comuni.
Se un ragazzo di vent’anni le chiedesse cosa fossero i Campi Hobbit, cosa risponderebbe?
Un tentativo di uscire dal grigiore della routine neofascista, di cimentarsi su nuovi terreni culturali – la musica rock, il teatro, l’ecologia - e di attivare uno spirito comunitario.

Pensare che Silvio Berlusconi rappresenti tutto il Popolo della Libertà, o che il partito sia immagine e somiglianza del Presidente del Consiglio, è sbagliato. La coalizione di centro-destra è molto più complicata di quanto si possa pensare.
Il progetto politico ha infatti inglobato anche una parte dei radicali che nel 2005, in occasione della nascita dell’Unione di Prodi, hanno lasciato il partito per militare a destra. Una delle persone che ha fatto questo tipo di scelta è Benedetto Della Vedova che, intervistato da polisblog.it, spiega perché il Pdl debba fare proprio anche delle battaglie sociali. Bandiere, per molto tempo, del centro-sinistra.
Cominciamo spiegando agli utenti di polisblog.it che non la conoscessero il suo cammino politico.
Ho una storia radicale anche se poi mi sono iscritto al partito solo nel 1992. Nel ’94 poi ho cominciato a fare politica in modo militante.
Continua a leggere: Intervista - polisblog incontra Benedetto Della Vedova

Il bipolarismo, spacciato come soluzione contro il moltiplicarsi dei partiti, è di fatto fallito. Non solo a sinistra dove il Partito Democratico è stato, progressivamente, spurgato da molti esponenti dell’ex Margherita che hanno preferito Pierferdinando Casini a Pierluigi Bersani.
Secondo quanto riportato da Repubblica anche a destra ci sarebbero dei problemi. Silvio Berlusconi non sarebbe contento del Popolo delle Libertà, nato dalla fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale.
“Mi sono pentito. Non c’è stata la fusione come la immaginavo io. Anzi, quelli di An hanno iniettato nel nostro partito il virus delle correnti. Forse si poteva studiare un’altra soluzione. Ma oramai dobbiamo fare i conti con quello che c’è”.
Continua a leggere: Silvio Berlusconi: “Fallita la fusione tra Alleanza Nazionale e Forza Italia”
In coincidenza di ogni scandalo, o provvedimento poco lecito, riconducibile a Silvio Berlusconi si scrive almeno un editoriale utile per capire cosa succederà dopo che il Premier avrà abbandonato la poltrona.
Ebbene, un assaggio di cosa succederà quel giorno è molto probabile che il pubblico italiano l’abbia già durante le prossime elezioni regionali. Appuntamento che dovrebbe far riflettere i fans del Cavaliere.
Dopo aver accontentato Umberto Bossi, Silvio Berlusconi ha deciso di non esprimersi sulla candidatura di Nicola Cosentino. Eppure l’attuale sottosegretario all’Economia, che dovrebbe concorrere per la presidenza della regione Campania, è riuscito a vincere su Mara Carfagna.
Che ne è del Pdl? A che punto è quella fusione tra Forza Italia e An partita così pomposamente e poi tornata nell’ombra in poche settimane?
Le luci non brillano. Qualche ingranaggio non gira. A dirla tutta, la “macchina” è ferma, ha le gomme sgonfiate.
C’è chi si sente addirittura tradito. La componente ex Alleanza nazionale scalpita e protesta: quella “cultura del partito” portata in dote al fratello maggiore è stata anestetizzata e fatta evaporare nel partitone del Cavaliere.
Dove resta intatta la formula del partito “leggero” e dove soprattutto decide sempre e solo uno solo (Berlusconi) e il “suo” staff, non proprio attento alle regole e ai valori della meritocrazia (cioè della democrazia), fa e disfa su comando.
I “suoi” continuano ad affermare che solo così si può costruire un partito in grado di modernizzare l’anchilosato sistema politico italiano. Sarà vero?
I fatti sembrano dimostrare il contrario. Quanto meno, ai vecchi rituali della Prima Repubblica si sono sostituiti nuovi rituali, spesso, per non dire sempre, assai peggiori di quelli precedenti.
Continua a leggere: Ore 12 - E il Pdl? Il "partitone" di Berlusconi c'è ma non si vede
Il senatore Alberto Balboni (Alleanza nazionale - Pdl) ha presentato un emendamento al disegno di legge sullo sviluppo per far decadere la retroattività della Class Action, ora fissata al 30 giugno 2008 (salvando i vari Cirio, Parmalat, e via craccando). In questo modo, prevedendo che questa possibilità possa essere attivata solo per gli “illeciti compiuti successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge”, viene esclusa la possibilità della Class Action anche per per gli obbligazionisti Alitalia, evitando fastidiosi ritorni di attenzione (giudiziaria e mediatica) sul “salvataggio” della ex compagnia di bandiera.
Il colpo di spugna è stato affidato all’emendamento (30-bis.308) che modifica l’articolo 30 bis del ddl sviluppo e il relatore del provvedimento, Antonio Paravia (Pdl) ha annunciato che darà parere favorevole all’emendamento.
Il fatto che questa piccola modifica sia stata annegata in un disegno di legge che parla di un altro argomento (una strategia per non farsi beccare?) e l’affermazione del Balboni secondo cui ‘E’ un falso dire che la cancellazione della retroattività leda i diritti dei risparmiatori. Oggi chiunque si senta leso nei propri diritti ha a sua disposizione, anche senza class action, una serie di azioni davanti ai tribunali denotano l’evidente malafede di questo senatore, visto che con questa premessa tanto varrebbe eliminarla del tutto la Class Action, tanto ogni cittadino ha a disposizione etc etc..
Questi personaggi sono gli stessi che riempono i manifesti elettorali di promesse sulla difesa dei diritti dei cittadini e analoghe amenità…
Alleanza Nazionale: the day after
Gianfranco Fini: “La nostra stella polare è l’amore di Patria”.
Marciare per non marcire (Arditi)
Francesco Storace: “An è passata dall’abbandonare la casa del padre, a servire la villa del padrone”.
Lui si che se ne intende!
Antonio Di Pietro: “An ha consumato il congresso dell’ipocrisia. Fini non aveva scelta, o seguire i suoi colonnelli passati armi e bagagli alla corte di re Silvio, o ritrovarsi totalmente isolato”.
Il Creatore li fa poi li accompagna.
Marco Pannella: “Complimenti a Fini, il cui intervento è una risposta degna, appropriata alla storia e al presente del partito Radicale”.
Dopo Rutelli, Capezzone, Gianfranco l’ultimo dei “volenterosi”?
Roberto Calderoli: “Molti, sia di An che di Forza Italia sono scontenti di fare il Pdl e bussano alla Lega”
Avanti di “porcata” in “porcata”.
Gianfranco Fini sta già parlando da qualche minuto, in quello che passerà alla storia come il discorso di commiato di Alleanza Nazionale. Ne seguiremo qui i punti salienti.
ore 12.55. Fini confronta la fusione del Pd, definita “a freddo” con quella a caldo del Pdl. È la prima stoccata all’opposizione
ore 13.05. Fini parla di primato della dignità della persona, e di rispetto della stessa al di là della sua provenienza e del colore della pelle. Siamo nella fase etica del discorso, e di qui si passa ai doveri e alle funzioni dello Stato. Citazione del Congresso di Fiuggi e delle premonizioni che conteneva riguardo alla situazione attuale e alla crisi.
ore 13.11. Le origini della crisi. Il presidente della Camera torna su un vecchio cavallo di battaglia missino, seppur edulcorato. La necessità di non lasciar galoppare il libero mercato, ma di regolarlo in qualche modo. Una sorta di nuova enunciazione del “capitalismo sociale”. Accenno alla posizione di Berlusconi riguardo alla Chiesa non senza una lieve vena polemica. Il Pdl non può che essere un partito “culturalmente plurale” e indipendente: un partito che si autodefinisce “della Libertà” non può accettare il pensiero unico, ma nemmeno la cosiddetta “correntocrazia”. E qui il monito: nessuno pensi di creare in seno al nuovo partito la “corrente di Alleanza Nazionale” altrimenti tutto ciò che sta accadendo non avrebbe senso.

I due tronconi del centrodestra sono in fermento.
Da una parte il Pdl (Forza Italia, Alleanza nazionale più i “cespugli”) impegnato a portare in porto felicemente il prossimo congresso costitutivo. Dall’altra la Lega, al lavoro per rafforzarsi al Nord ed estendersi nel Centro sud.
Nel Pdl, la componente di An è sempre in guardia: teme la costituzione di un partito copia di Forza Italia dominato completamente da Silvio Berlusconi. Tant’è che Gianfranco Fini ieri sera a Ballarò insiste sulla “democrazia interna” del Pdl e sul fatto che il nuovo partito abbia “regole definite, luoghi in cui ci si confronta e si possa esprimere anche dissenso, pure nei confronti di proposte fatte dal leader”.
Passi avanti invece si stanno facendo nella divisione della mappa del potere, dove, nella logica delle proporzioni 70-30, a FI andranno 14 coordinatori regionali, ad An sei e uno ai “piccoli”.
Non ci sono ancora molte certezze: si sa solo che Lombardia e Sicilia andranno agli “azzurri”, ma per il resto è ancora tutto da discutere. I problemi veri esploderanno quando si tratterà di passare al vaglio le direzioni provinciali.
Alla fine si dovrà trovare, e in fretta, la quadra. Poi sarà fondamentale il placet del Cavaliere.
Continua a leggere: Ore 12 - La tenaglia del centrodestra (Pdl e Lega) stringe il Pd