Non c’è solo il premier ad assediare Renato Soru durante la campagna elettorale per le imminenti consultazioni regionali. Mentre Berlusconi ha concesso all’isola e a Ugo Cappellacci un weekend libero, pare a causa di un’influenza, è toccato a Ignazio La Russa, ministro della difesa e reggente di Alleanza nazionale, tenere alta la polemica politica in Sardegna.
Questa volta lo scontro è stato militare, nel senso che ha riguardato le servitù militari che occupano il territorio sardo. Evento scatenante l’annunciato parere favorevole di La Russa alla realizzazione di una “pista tattica polifunzionale” nel poligono di Perdasdefogu. Una eventualità duramente contestata da Renato Soru, che ha chiesto di bloccare ogni sviluppo delle aree militare sull’isola: Si tratta di dare seguito a un vecchio accordo tra Governo e Regione e non si parla di restituzione di un paio di caserme. Non chiediamo tutto e subito ma che almeno i poligoni di Capo Teulada e di Capo Frasca vengano chiusi subito e che la Sardegna smetta di essere bombardata da terra, dal cielo e dal mare in tempo di pace. Quanto ai numeri, Soru ha ricordato che in Sardegna gravano 24 mila ettari di demanio militare mentre in tutta Italia ve ne sono 40 mila e che ci sono altri 13 mila ettari limitati nelle loro possibilità di utilizzo come anche accade per l’interdizione degli spazi aerei.
Da questo orecchio però il ministro non pare volerci sentire: la mia visita al poligono interforze di Perdasdefogu mi ha confermato nella decisione di respingere la richiesta di Soru di bloccare la realizzazione di una pista tattica polifunzionale, decisione presa seguendo le indicazioni che mi venivano da un governo di sinistra e da un ministro, che io apprezzo, come Arturo Parisi.
Come se non bastasse la calata dei ministri sulla Sardegna, ci si mette pure Arturo Parisi a far danni postumi…
A via della Scrofa, sede di An, dicono che il pranzo di una decina di giorni fa a Montecitorio fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini non ha sciolto nessun nodo. Anzi!
La tensione fra i due grandi alleati non si è affatto stemperata su questioni importanti quali la giustizia (intercettazioni, processo penale), gli immigrati, la riforma del voto per le Europee ecc.
Anche se, inutile nasconderlo, il problema dei problemi è uno solo: la futura leadership del futuro Pdl.
Alleanza Nazionale pretende da Berlusconi l’investitura di Fini come suo unico “delfino” ufficiale. Via della Scrofa vuole che il Cavaliere metta nero su bianco l’impegno che sarà Fini a sostituirlo quando il Premier prenderà la via … del Colle.
Oggi l’esecutivo di An prenderà la decisione di non chiudere il partito nemmeno dopo il 27 marzo, data fissata per la Costituente del Pdl. Non mancano le minacce, fino a quella di far saltare il Congresso e mandare il Pdl a carte quarantotto.
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Spinte dal vento delle polemiche, restano molto agitate le acque nel Pdl.
Alleanza Nazionale dissotterra l’ascia di guerra: non ne vuole sapere di sciogliersi in un nuovo partito senza regole, completamente in mano a Silvio Berlusconi.
Gianni Alemanno, per nulla preoccupato dell’escalation delle violenze nella capitale, soffia sulle polemiche partitiche e punta il dito contro il Cavaliere: “Il Pdl non sarà il partito del predellino”.
E Ignazio La Russa si permette addirittura di ironizzare: “Il premier deve scherzare di meno”, come parlasse di un clown.
In buona sostanza Gianfranco Fini ha detto ai suoi di alzare il tiro e di far rullare i tamburi per far capire a Berlusconi che An c’è e si farà sentire nella costituente Pdl.
Il nodo non è di poco conto. Lo scontro va al di là della lotta per la leadership del nuovo partito e non riguarda solamente il dopo Berlusconi. A porte rigorosamente chiuse si sta battagliando sullo statuto del nuovo partito.
In questo caso le “modalità” congressuali diventano “sostanza” e prefigurano quale partito sarà il Pdl e quale leadership.
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Sembra che la zona tra Napoli e Caserta venga colpita dalla nuova febbre dell’oro. Tutti corrono a sversare liquidi tossici, improvvisandosi riciclatori. “Verso la fine degli Ottanta ogni clan si era organizzato autonomamente per interrare i carichi in discariche abusive. Finora è stato scoperto solo uno dei gruppi, ma vi erano sistemi paralleli gestiti anche da altre famiglie”. Ci sono trafficanti fai-dai-te che buttano liquidi fetidi nei campi coltivati in pieno giorno. Contadini che offrono i loro frutteti alle autobotti della morte. E se qualcuno protesta, intervengono i camorristi con la mitraglietta in pugno”.
Queste sono solo poche righe, piuttosto inquietanti, dell’articolo che L’Espresso dedica agli sviluppi delle indagini sul traffico e lo smaltimento abusivo dei rifiuti in Campania. Il pezzo di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi, oltre a ridare spazio ai tanti dubbi sulla salubrità dei prodotti alimentari provenienti da quella regione (con troppa facilità definiti buoni e sani in base al folclore e alla tradizione piuttosto che a delle accurate analisi sanitarie), riporta le dichiarazioni di un pentito del clan dei Casalesi secondo cui il grande business dello smaltimento illegale sarebbe stato agevolato da alcuni personaggi politici, come l’attuale coordinatore regionale di Forza Italia e sottosegretario all’Economia, Nicola Sorrentino e l’ex ministri e parlamentare di Alleanza nazionale Mario Landolfi.
L’Espresso riporta le affermazioni del pentito Vassallo: “Confesso che ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 gestita dai fratelli Orsi. Ai fratelli Orsi era stata fissata una tangente mensile di 50 mila euro… Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole Nicola Cosentino e anche l’onorevole Mario Landolfi (An) vi aveva svariati interessi….
Non è la prima volta che in Italia si tenta di riabilitare il fascismo e la Repubblica sociale. Ma è la prima volta che a farlo, con affermazioni “incredibili” sono niente meno che un ministro della Repubblica (La Russa, ministro della Difesa: “Anche a Salò diedero la vita per la difesa della patria”) e il sindaco di Roma Alemanno: “Il fascismo non fu un male assoluto, le leggi razziali sì”.
Le precisazioni e le correzioni del dopo fanno parte di un clichè che confermano quanto detto all’inizio e non convincono nessuno. Trattandosi di affermazioni politiche, non si tratta di “eresie”. Proprio per questo sono affermazioni gravi e inaccettabili, goffi tentativi tendenti a voler riscrivere la storia. Affermazioni che vanno rigettate e combattute sul piano culturale e storico, oltre che politico.
Su queste cose non si può essere “super partes” e lo Stato, egregiamente rappresentato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non si è tirato indietro nell’esprimersi con chiarezza (“… la Resistenza ha un duplice segno, quello della ribellione, della volontà di riscatto, della speranza di libertà e di giustizia che condussero tanti giovani a combattere nelle formazioni partigiane e quello del senso del dovere, della fedeltà e della dignità che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei seicentomila deportati nei campi tedeschi, rifiutando l’adesione alla Repubblica di Salò”) e ritenendo inaccettabili le parole dei due alti esponenti della Repubblica italiana, dirigenti del Pdl, “reggenti” di Alleanza Nazionale, partito il cui leader storico Gianfranco Fini è oggi presidente della Camera, terza carica dello Stato.
Non è pleonastico ricordare che il fascismo si impose con la violenza e la forza, fu un regime dittatoriale di un solo partito che soffocò il dissenso e cancellò la libertà, cancellò i sindacati, perseguitò, incarcerò e assassinò gli avversari politici a cominciare da Amendola, i fratelli Rosselli, Matteotti, Gramsci, promulgò le leggi razziali, si alleò con la Germania nazista di Hitler, portò l’Italia nella rovina della seconda guerra mondiale, con fame, miserie e lutti in ogni famiglia italiana.
Continua a leggere: No, la storia del fascismo (e del comunismo) non si riscrive

L’estate è senza dubbio il periodo dell’anno consacrato alle vacanze ma, per la politica, rappresenta anche un momento di riflessione in vista della riapertura dei battenti di Montecitorio. Le feste di partito, diventano, così, luogo privilegiato di confronto per provare a recuperare, forse, quel dialogo che, per motivi ancora ignoti, è venuto meno all’improvviso tra le due più grandi formazioni politiche del nostro Paese.
E sembra essere proprio questo l’obiettivo della prima Festa Democratica nazionale (ex Festa dell’Unità) in scena a Firenze dal 23 agosto fino al 7 settembre che vedrà alternarsi sul palco ministri ed esponenti dell’opposizione per dibattere sui temi caldi della politica italiana: dal federalismo all’economia, dalla sicurezza al conflitto nel Caucaso passando, ovviamente, per il futuro dell’Europa. Chiuderà la kermesse del Pd un’attesissima intervista di Enrico Mentana al segretario del partito Walter Veltroni (in programma per sabato 6) che, in un messaggio diffuso oggi, avverte: “Ci sono mura che non chiudono ma accolgono, mura che non segnano confini ma aprono nuove frontiere. Sono le mura della Fortezza da Basso, luogo di storia, d’architettura e d’arte che ospita il segno nuovo che diamo all’Italia in questa fine d’estate 2008: Festa Democratica”.

Non si vuol davvero credere che a tutt’oggi un giudice, ufficialmente e pubblicamente collocabile in una certa area ideologico-politica, non possa serenamente e correttamente affrontare un processo in cui sia imputato un esponente politico di parte avversa.
Con queste parole i giudici della quinta sezione della Corte d’Appello di Milano hanno respinto l’istanza di ricusazione del giudice Nicoletta Gandus, presentata da Silvio Berlusconi nell’ambito del processo in cui è imputato, per corruzione in atti giudiziari, insieme all’avvocato David Mills.
La sentenza che respinge la richiesta del Caimano si fonda sulla considerazione che un magistrato può affrontare un processo in cui sia imputato un politico con cui non è in sintonia: la dottoressa Gandus non ha mai menzionato direttamente l’onorevole Berlusconi, ma si è limitata a criticare, anche fortemente, una politica legislativa, specie in tema di giustizia, approvata dal Parlamento negli anni 2001-2006.
Interessante la pacata reazione dell’alleato nazionale Maurizio Gasparri: Ma cosa deve fare un magistrato per essere ricusato? Picchiare la persona che deve giudicare? Francamente, dopo aver letto cosa la Gandus ha detto e scritto, la decisione di far proseguire il giudizio nei confronti di Berlusconi al magistrato Gandus appare sconcertante.
Sconcertante come il completo asservimento degli uomini di Alleanza nazionale alle necessità personali del nuovo datore di lavoro…
Foto: prodigaldog
Ma Fini dov’è finito? E Alleanza Nazionale, secondo partito della maggioranza con il 12 per cento? Il presidente della Camera ha perduto “visibilità”. A dirla tonda tonda: s’è squagliato. E An pare solo l’ombra di se stessa.
Fini è letteralmente scomparso dall’agone politico, ha un ruolo marginale nel centrodestra, è pesantemente schiacciato dal protagonismo di Berlusconi. Ma anche da Tremonti, Bossi e addirittura da Casini.
Il 24 maggio il neo presidente della Camera definì “vergognose” le frasi razziste del 1942 scritte da Giorgio Almirante, il padre/padrone del Msi, il segretario di cui Gian Franco è stato per molti anni giovane fedele poi delfino predestinato alla segreteria della Fiamma tricolore. Da allora, Fini ha brillato per la sua assenza.
Come è possibile se fino a sei mesi fa il capo di An si batteva alla “pari” con il Cavaliere proponendosi come il suo successore nel nuovo Pdl e come leader dell’intera coalizione?
Forse una interpretazione esageratamente super partes del suo nuovo ruolo istituzionale? Fatto sta che Berlusconi è tornato a occupare tutta la scena. A Fini non ha lasciato neppure un raggio di luce.
Continua a leggere: Ore 12 - Dov'è Fini? Vero leader o, come disse Bossi, il "Peron della mutua"?
An: fiamme spente. Voto + 8. Gianfranco Fini, neo presidente della Camera, spegne la fiamma del suo partito e spinge Alleanza Nazionale verso il Pdl berlusconiano. Dopo 21 anni alla guida dell’ex Msi, l’ex delfino di Giorgio Almirante passa il timone al “reggente” Ignazio La Russa che affiancato dall’ufficio politico dovrà traghettare An nel Pdl, dopo l’ultimo congresso di Alleanza Nazionale e il primo del Popolo delle Libertà. Fini: “ Con la mia elezione a presidente della Camera la destra non è più figlia di Dio minore”. Svolta storica. Che sia la volta buona perché anche in Italia operi una destra democratica, non ideologica e non condizionata dal suo “triste” passato?
Pd: fiamme accese. Voto – 8. Fatto il governo “ombra”, il premier virtuale Walter Veltroni incappa subito in un clamoroso scivolone sull’infuocato nodo libanese. Il leader del Pd, nel caos della guerriglia di Beirut aveva proposto di verificare in Parlamento la missione Unifil per stabilire “se ci sono ancora le condizioni per garantire la sicurezza dei nostri soldati”. Torna subito a far sentire la sua voce l’ex segretario dei Ds e neo titolare degli Esteri nello shadow cabinet veltroniano Piero Fassino, che smentisce il suo “premier”: “In Libano si resta. La missione non si mette in discussione”. Nuovo asse D’Alema - Fassino? Unica certezza attuale nel Pd: la confusione.

Il titolo è forse un po’ pretenzioso, visti i sacri doveri di sintesi imposti dal mezzo, ma ci sembrava interessante tracciare una breve storia della destra italiana dal ‘46 a oggi, prendendo spunto dal discorso di Fini di ieri, che segna di fatto lo scioglimento di AN nel Popolo delle Libertà.
Ma ciò che ci interessa non è una storia didascalica, per quello basta fare qualche lavoro di ricerca su Wikipedia & Co., bensì la percezione della rappresentatività della destra parlamentare da parte dell’elettore che suole definirsi (o autodefinirsi) tale. Per fare questo dobbiamo tracciare un immediato distinguo. In Italia il retaggio del fascismo ha fatto sì che la parola “destra” equivalesse a reazione e autoritarismo. In altre parole nessuno osava definirsi di destra per non essere scambiato per fascista, e anche i conservatori erano guardati con sospetto; parliamo dei conservatori dichiarati, ovviamente, perché la DC ne era piena, ma senza ammetterlo apertamente.
La ghettizzazione del pensiero liberale, la cui proclamazione portava all’immediata accusa di fascismo, ebbe il peculiare effetto di creare un vuoto assoluto in Parlamento, al punto che persino Zanone, storico segretario del PLI, si dichiarava di centrosinistra e guardava la “destra” minoritaria del partito (Costa) con grande sospetto. Gli elettori del Partito che non c’è si riconoscevano prevalentemente nella posizione del Giornale Nuovo, diretto da uno che politico non era, il grande Indro Montanelli, che pagò il suo coraggio con l’allontanamento dal Corriere della Sera e col vile attentato terrorista degli anni 70.