Finalmente un record anche per l’Italia. E che record!
In soli due anni il Belpaese perde 14 posizioni nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. Adesso siamo scesi al 49° posto (dal 44°), più o meno nel mezzo, con la Danimarca davanti a tutti e l’Eritrea in maglia nera.
A certificarlo è l’autorevole “Reporters sans Frontieres” che traccia un quadro non privo di novità e di preoccupazione.
Lapis rosso per Iran (73° posto), Iraq, Afghanistan e ancor peggio per Turkmenistan, Corea del Nord, Eritrea, ultimi della lista dal 174° al 175° posto. Fa un gran balzo in avanti l’America di Obama (dal 40° al 20°) posto, mentre la vecchia Europa arranca con solo 15 nazioni nei primi venti (erano 18 lo scorso anno). La Francia (43° posto) sta un po’ meglio dell’Italia, superata anche dalla Slovacchia (46°).
In Europa avanza la destra ma si riducono gli spazi per la libertà di stampa. Chissà perché?
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Cadono come birilli i governi di centrosinistra in Europa? I partiti socialisti sono in via di estinzione?
Chissenefrega! Tanto nell’”italietta” del bipolarismo fasullo (voluto da Pdl e Pd) è tutto ok: Berlusconi ha dato il lieto annuncio che “governerà per sempre”.
La nuova sinistra tricolore del 21esimo secolo, avvilita e disarmata, ha altro da fare. Con il Pd tutto preso nel trastullarsi con un congresso fantozziano e con l’altra sinistra impegnata in quello che sa fare meglio: dividersi.
L’ultima scissione annunciata è quella dei verdi, che si spaccano in due, forse in tre. Ma anche nel Pd non manca l’impegno per continuare a lacerarsi e per preparare nuove fratture.
Il più zelante pare Francesco Rutelli che dopo le elezioni europee lancerà la sua nuova creatura, un Asinello riverniciato, laico, non zattera di nostalgici diccì, attento a seguire quel che dice e fa Barack Obama. Ma anche Walter Veltroni, se davvero il Pd andrà in mano a Bersani/D’Alema, farà le valige.
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Peacereporter ha raccontato in questi giorni una storia molto interessante, segno del tempo e forse intuizione per il futuro; la storia di Sharew, un ragazzo etiope di ventinove anni, che decide di lasciare il suo paese e di avventurarsi in un viaggio verso una nuova vita: l’obiettivo però non è più la vecchia Europa, ma l’America.
Costo 10mila dollari, la ‘paga’ chiesta da un ‘trafficante di uomini’ per condurlo a destinazione negli Stati Uniti. Dopo dodici mesi di peripezie, tra navigazione e viaggi via terra, e dopo una breve parentesi in un ‘cpt messicano‘, Sharew arriva a destinazione. La sua vicenda viene resa nota dal Washington Post.
Continua a leggere: Sharew e la nuova rotta per i migranti: si riaffaccia il sogno americano?
Con l’accordo Fiat-Chrysler l’America è più vicina. Con il suo carico di crisi, ma anche con la sua spinta al rinnovamento e alla speranza.
Anche la “little” Italia è più vicina al gigante Usa. E da oggi il tricolore ritrova, almeno in parte, l’orgoglio e il rispetto internazionale dei tempi migliori.
Barack Obama è il protagonista vero della vicenda. Da noi, premier, governo e politica sono stati alla finestra. Per fortuna.
Anche questa nota vuole rendere omaggio a Sergio Marchionne, alla Fiat, all’immagine positiva (e alla tecnologia) che il marchio Ferrari (che ha avuto un peso “psicologico”) riflette sull’intero gruppo italiano e su tutto il Made in Italy.
Una volta tanto, un fatto positivo. Che va al di là del pur importante segmento dell’automobile e persino dell’intero comparto economico.
E’ una tappa, certo non l’unica, per ridefinire i confini (e i concetti) della globalizzazione, del liberalismo, dell’intervento dello stato in economia, del rapporto azienda e sindacati, imprenditori e lavoratori e così via.
Con questo matrimonio nasce il quinto più grande gruppo automobilistico del mondo, dietro a Toyota, General Motors, Volkswagen e Ford.
Restano però, nella little Italy, tutti i problemi Fiat, con la cassa integrazione, i licenziamenti, uno stato di crisi semi permanente. Quasi in silenzio, in pochi anni, si è passati da oltre 100 mila dipendenti a 25 mila.
Bene Detroit. Rimboccarsi le maniche anche per le vicende (e gli stabilimenti) di casa nostra. Il governo non si limiti solo ad erogare montagne di soldi a fondo perduto. E i sindacati non pensino solo a fare scioperi.
Che il primo maggio porti consiglio.
Continua a leggere: Accordo Fiat-Chrysler: bel colpo! Ma ...

Ettore Mo non ha bisogno di presentazioni. Classe 1932 è uno storico inviato speciale del Corriere della Sera, testata per la quale ha per vent’anni girato il mondo e le zone di guerra raccontando storie e conflitti dall’Afghanistan alla Bosnia. E’ uno di quegli inviati vecchio stampo che, come diceva Egisto Corradi, hanno fatto giornalismo “con la suola delle scarpe”, sempre verificando le notizie con i propri occhi nel tentativo di capire e spiegare il mondo ai propri lettori.
In un periodo in cui provengono notizie inquietanti e contraddittorie dal’Afghanistan e dal Medio Oriente, la cosa migliore da fare mi è sembrata intervistarlo per conoscere le sue impressioni e i suoi commenti.
Ettore Mo, lei come inviato speciale ha avuto modo di conoscere bene l’Afghanistan e le sue problematiche. Può ricordare ai nostri lettori quando e quante volte è stato in quel Paese?
Sono stato in Afghanistan nel 1979, sei mesi prima dell’ invasione sovietica; sono poi tornato dopo l’invasione e ci sono stato molte volte nel corso degli anni. L’ultima volta è stato due o tre anni fa, quando a Kabul ho incontrato Mas’ud Chalili, il braccio destro di Ahmed Shah Massoud (il “leone del Panshir” comandante dell’Alleanza del Nord ucciso dai Talebani alla vigilia dell’11 settembre 2001, NDR); a differenza di quest’ultimo Chalili era scampato all’attentato…
Continua a leggere: Intervista: Ettore Mo e la guerra al terrore al tempo di Obama

Sembrerebbe una di quelle scene da thrillerone americano che fanno sorridere o storcere il naso allo spettatore, invece è tutto vero. Un giovane ciadiano di 21 anni, Mohammed al Gharani, detenuto nel carcere di Guantanamo a Cuba, è riuscito con un trucco a telefonare all’emittente televisiva al Jazeera e a farsi intervistare.
Il testo dell’intervista è rintracciabile nel sito internet dell’emittente. Mohammed ha raccontato alle guardie di voler telefonare ad uno zio e invece è riuscito a contattare l’emittente denunciando gli abusi subiti. E’ la prima volta che un detenuto del carcere di massima sicurezza dove sono tenuti molti presunti terroristi riesce a parlare direttamente con i media. I giornalisti infatti sono ammessi nella base cubana solo dopo aver firmato un impegno scritto che li obbliga a non parlare con i detenuti.
Gharani ha dichiarato che durante il periodo di detenzione, che dura da quando aveva 14 anni, ha subito diversi pestaggi dai militari Usa. Inoltre ha denunciato che un gruppo di soldati statunitensi gli avrebbero sparato addosso gas lacrimogeni.
Excursus: il 5 aprile alle 21 su National Geographic Channel (canale 402 di Sky) verrà trasmesso “INSIDE: GUANTANAMO”, il racconto di tre settimane dentro l’inferno delle prigioni “anti terrorismo” usate da G.Bush per rinchiudere senza nessuna prova i presunti affiliati ad Al Qaeda. Il filmato, tradotto in 34 lingue, registra la voce e il volto di chi ne è stato e ne è oggi il guardiano e di chi ne è stato, fino a ieri, il prigioniero.
Dalle anticipazioni in particolare spicca l’ideologia militare degli aguzzini. Dice l’ammiraglio David Thomas, comandante della Joint Task Force Guantanamo: “nulla di quel che ho fatto in quest’isola mi farà vergognare di fronte ai miei figli”. Paul Rester, già capo del team della Defence Intelligence Agency, assicura: “Non abbiamo mai torturato nessuno”, mentre in sovraimpressione scorre il dettaglio dei rapporti ormai desecretati del Fbi in cui si documenta cosa in quelle celle è accaduto (”Il prigioniero era incatenato da molte ore al pavimento, in posizione fetale… durante la notte si era letteralmente strappato i capelli dalla testa “).
Uno spettro si aggira per l’Italia: la Repubblica Presidenziale. Già nei sogni del MSI, di Craxi (ricordate la “Grande Riforma”?), di Berlusconi, e in generale di tutti quelli che vedono la vittoria alle elezioni come la conquista definitiva del potere (ignorando anche le basi della teoria politica democratica), la riforma che dovrebbe portare l’Italia nel novero delle “democrazie governabili” sembra urgente e indispensabile.
Ha dato il via alle danze Berlusconi, che al congresso fondativo del PDL ha detto:
“La Costituzione va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha aggiunto – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato”. Ha dato ragione a Fini, che aveva usato la metafora del calabrone e della farfalla. “È il tempo di passare dal calabrone alla crisalide ed è tempo che la crisalide diventi finalmente farfalla. E che l’Italia, come una farfalla, possa spiccare finalmente il volo”. Le riforme dovranno dare più poteri al premier, che “al contrario delle favole scritte su di me dalla sinistra, non ho poteri, se non quelli che derivano dalla mia autorevolezza”. I poteri che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio sono praticamente inesistenti (li ha definiti “finti”).”
Anche Maurizio Belpietro, dalle colonne di Panorama, ha detto la sua: cambiare la Costituzione, per dare finalmente al premier i poteri di cui avrebbe un disperato bisogno.
Ora, a parte il fatto che definire Berlusconi “armato solo di moral suasion”, prigioniero della sua maggioranza, dotato solo di finti poteri (ma, pare, di vere televisioni e di veri giornali) è, come dire, un pò riduttivo, è bene spiegare alcune cose.
Continua a leggere: Berlusconi, la Riforma Presidenziale e il Presidenzialismo. Ma di cosa parliamo?

Il titolo I.O.U.S.A. deriva dall’espressione americana “I Owe You”, che indica il “pagherò”. Espressione spiegata meglio nel sottotitolo Stati Uniti: una nazione in debito scelto dagli autori del libro: Wiggin, Incontrera e Perrucci. Si tratta di un volume che vuole aiutare a capire perché gli Stati Uniti sono andati in rosso e continuano a vivere al di sopra delle proprie possibilità, senza preoccuparsi del conto che dovranno pagare le future generazioni.
Per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti nefasti della politica economica della prima potenza mondiale, un gruppo di personalità dell’economia, del giornalismo e della società americana ha presentato al Sundance Film Festival un documentario dal titolo I.O.U.S.A., in cui vengono illustrati, al pubblico americano e non, i problemi della crescita incontrollata del deficit e dell’indebitamento. Il contenuto del documentario è stato rielaborato in questo libro che, attraverso interviste, riferimenti storici e statistiche schiaccianti, getta chiara luce sui quattro deficit che colpiscono la superpotenza USA e che da essa si propagano nel mondo occidentale: il deficit di bilancio, il deficit di risparmio, il deficit commerciale e, forse il più grave, il deficit di leadership.
Dopo l’elezione di Barack Obama a 44° Presidente degli Stati Uniti, questo libro si propone come una lettura fondamentale per capire la crisi scoppiata negli ultimi mesi del 2008 e come si può cambiare davvero. Qui potete leggere l’introduzione di David Walker.
Stati Uniti: una nazione in debito di A. Wiggin, K. Incontrera e D. Perrucci. Etas, 278 pagine, 20 euro.
Continua a leggere: "Stati Uniti: una nazione in debito": la crisi degli Usa in un libro
Non si sono fatte attendere le reazioni internazionali alle aperture di Obama, che potete qui vedere nel video originale dell’intervista ad Al Arabiya. Ma mentre il neo-presidente registra il primo successo diplomatico, inducendo il collega russo Medvedev a cancellare il programma di ritorsioni contro il progetto di scudo antimissile in Polonia e Ungheria, molto diversa è la reazione dell’Iran.
Il presidente Ahmadinejad non smentisce infatti la sua fama di duro, e rifiuta qualunque dialogo prima di aver ottenuto il ritiro americano da tutti i fronti, nonché un risarcimento globale al suo paese per le ingerenze Usa manifestatesi nel corso degli anni a partire, come riferisce il Corriere, dal golpe del 1953 con cui fu rovesciato il premier di allora Mohammed Mossadegh.
È probabile che la sua posizione sia dettata anche dal timore di perdere un potere interamente basato sulla contrapposizione a Usa e Israele. Se infatti dovesse venire a patti con il grande nemico perché mai il suo popolo dovrebbe rieleggerlo, a fronte di avversari politici interni ben più coerenti e diplomaticamente validi? Ahmadinejad è un condottiero che ha bisogno di una guerra per giustificare la sua leadership e per questo ha rimarcato a chiare lettere che per ottenere il dialogo Obama deve prima togliere il proprio sostegno a Israele. Tutto questo ben sapendo che non lo farà mai.