
L’occhio puntato alle vicende di casa nostra spesso ci fa perdere i necessari punti di riferimento. Cosa succede, ad esempio, negli USA? Certo, ci sono le elezioni di mid-term, Obama rischia di perdere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Ma c’è dell’altro. Un articolo dell’Huffington Post contiene una mappa sulla povertà in America (vedi immagine sopra).
Certo, non è una novità che le diseguaglianze sociali negli USA siano molto evidenti. Non è neanche strano che in alcune aree del paese oltre il 30% della popolazione viva sotto la soglia di povertà.
Se diamo uno sguardo ad un altro articolo, del blog Mint Life, forse la situazione cambia (seguiteci dopo il salto):
Continua a leggere: Altri problemi per Obama: la povertà negli USA raggiunge livelli record
Barack Obama ha accettato le dimissioni del generale Stanley McChrystal da comandante delle forze ISAF in Afghanistan. Ieri vi avevamo raccontato la storia dell’intervista del generale a Rolling Stone, oggi l’aggiornamento, per alcuni quasi scontato: dimissioni.
Il video qui sopra è l’intervento del Presidente USA (qui invece la trascrizione) che accetta le dimissioni del generale e nomina al suo posto David Petraeus, già comandante delle forze armate americane in Iraq.
Ma cos’ha detto Obama? Vediamo dopo il salto

Le dichiarazioni del generale Stanley McChrystal, capo delle forze NATO in Afghanistan, hanno suscitato un vespaio di proporzioni gigantesche. In un’intervista per Rolling Stone, McChrystal ha lanciato giudizi molto duri su alcune personalità americane, tra cui il Presidente. Obama, durante un incontro al Pentagono, era apparso “intimidito e impreparato”. Sul vicepresidente Joe Biden: “Mi chiedi di Joe Biden. Chi è?” (un pò come il famoso “Michele chi?” riferito a Michele Santoro).
Un collaboratore riferisce di un incontro del generale con Obama, questa volta alla casa Bianca: “Ci siamo visti per dieci minuti, giusto per delle foto (“it was a 10-minute photo op”). Obama chiaramente non sapeva niente su di lui, non sapeva chi fosse. È l’uomo che dovrebbe condurre questa fottuta guerra, ma non sembra molto interessato. Il capo (McChrystal, nda) era molto deluso.”
E, come nella migliore tradizione italiana di smentite, di “mi scuso, non volevo esprimere quei giudizi”, il generale ha dovuto fare marcia indietro:
Continua a leggere: Stanley McChrystal, Obama e Rolling Stone: dimissioni oggi?

Pochi giorni fa ci eravamo occupati delle primarie per la Camera dei Rappresentanti negli Stati Uniti. Ieri sono arrivati alcuni importanti verdetti: in California, per i Repubblicani, due donne provenienti dal mondo degli affari, Carly Fiorina (ex Hewlett-Packard) e Meg Whitman (ex eBay), hanno vinto le primarie per il Senato (l’altra camera elettiva USA, che si rinnova di un terzo dei suoi componenti ogni due anni) e il Governatorato della California.
Il New York Times pubblica anche una mappa interattiva sui probabili esiti della competizione del 2 Novembre: per la Camera, i democratici avrebbero 164 seggi sicuri e altri 64 “leaning” (tendenti” verso di loro, in cui è probabile una vittoria democratica), i repubblicani invece avrebbero 157 seggi sicuri e altri 20 leaning. 30 sarebbero i seggi incerti. Facendo due conti, ai democratici andrebbero 228 seggi, ai repubblicani 177. La maggioranza è di 218 seggi.
Invece, per quanto riguarda il Senato, sempre grazie al NY Times, ai democratici andrebbero 55 seggi (48 sicuri più 7 leaning), ai repubblicani 43. 6 in seggi incerti. Maggioranza: 51 seggi. La differenza così rilevante tra il numero di deputati e quello di senatori si spiega facilmente: ogni Stato americano elegge un numero di deputati proporzionale alla sua popolazione (la California ha varie decine di deputati, il North Dakota uno), ma elegge sempre e comunque due senatori. California e North Dakota eleggono entrambi due senatori a testa. Questo fu previsto nella Costituzione per garantire i piccoli Stati. Insomma, un altro “balance” della democrazia americana.
Foto | Flickr
Wikileaks è un sito che si occupa della diffusione di informazioni riservate, che politici e businessmen di tutto il mondo vogliono tenere nascoste. Ad esempio, il video qui sopra è la registrazione dell’uccisione di due giornalisti dell’agenzia di stampa Reuters a Baghdad da parte di truppe americane.
Un video che certamente non ha contribuito a migliorare l’immagine dell’esercito americano. Come riporta Wired, è stato arrestato un soldato, Bradley Manning, con l’accusa di aver “passato” il video in questione a Wikileaks. Durante una conversazione via internet, il soldato avrebbe detto ad un hacker di aver consegnato al sito altre cose, tra cui un video di un attacco aereo in Afghanistan e un documento segreto dell’esercito USA nel quale Wikileaks era definito una minaccia per la sicurezza dell’esercito.
Il portavoce dell’esercito, che ha detto di essere all’oscuro dell’arresto, ha dichiarato:
Continua a leggere: Arrestato soldato USA: avrebbe consegnato a Wikileaks un video choc
Crollati i redditi delle famiglie. E chissenefrega! Questo è il tempo delle riforme … annunciate.
Così almeno detta l’agenda del summit fra i due padroni d’Italia: “Re Umberto”, sempre più sul ponte di comando, e il Cavaliere, inchiodato nei “fatti suoi” e tutto proteso verso il Colle. Quali riforme?
Per cambiar faccia al Paese e ridargli fiato e dignità, o per placare i “desiderata” di Bossi sul federalismo e di Berlusconi sulla giustizia? C’è un disegno strategico su cui nei prossimi tre anni costruire quelle riforme di reale trasformazione del Paese? Non è dato sapere.
Anche perché le cene nel chiuso di Arcore hanno sostituito il confronto aperto, in Parlamento.
Forse ha ragione il leader storico dei radicali Marco Pannella: “Escludo che la partitocrazia possa concepire una riforma che crei difficoltà a se stessa, e quindi che non sia una porcata, più o meno evidente”. Gli ottimisti si affidano a Giorgio Napolitano, il cui invito al dialogo pare foriero di “aria nuova”. Ma chi ci crede davvero?
Una cosa è certa: a tenere banco è il presidenzialismo. Se fatto come lo vuol fare Berlusconi, sarà l’addio alla Costituzione repubblicana. E a qualcos’altro.
Innamorati come sono delle mode e malati di retorica, gli italiani presto plaudiranno, sancendolo col voto, al presidenzialismo fortissimamente voluto dal Cavaliere. E l’Italia sarà l’America. O meglio, il Sudamerica.
Finalmente un record anche per l’Italia. E che record!
In soli due anni il Belpaese perde 14 posizioni nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. Adesso siamo scesi al 49° posto (dal 44°), più o meno nel mezzo, con la Danimarca davanti a tutti e l’Eritrea in maglia nera.
A certificarlo è l’autorevole “Reporters sans Frontieres” che traccia un quadro non privo di novità e di preoccupazione.
Lapis rosso per Iran (73° posto), Iraq, Afghanistan e ancor peggio per Turkmenistan, Corea del Nord, Eritrea, ultimi della lista dal 174° al 175° posto. Fa un gran balzo in avanti l’America di Obama (dal 40° al 20°) posto, mentre la vecchia Europa arranca con solo 15 nazioni nei primi venti (erano 18 lo scorso anno). La Francia (43° posto) sta un po’ meglio dell’Italia, superata anche dalla Slovacchia (46°).
In Europa avanza la destra ma si riducono gli spazi per la libertà di stampa. Chissà perché?
Cadono come birilli i governi di centrosinistra in Europa? I partiti socialisti sono in via di estinzione?
Chissenefrega! Tanto nell’”italietta” del bipolarismo fasullo (voluto da Pdl e Pd) è tutto ok: Berlusconi ha dato il lieto annuncio che “governerà per sempre”.
La nuova sinistra tricolore del 21esimo secolo, avvilita e disarmata, ha altro da fare. Con il Pd tutto preso nel trastullarsi con un congresso fantozziano e con l’altra sinistra impegnata in quello che sa fare meglio: dividersi.
L’ultima scissione annunciata è quella dei verdi, che si spaccano in due, forse in tre. Ma anche nel Pd non manca l’impegno per continuare a lacerarsi e per preparare nuove fratture.
Il più zelante pare Francesco Rutelli che dopo le elezioni europee lancerà la sua nuova creatura, un Asinello riverniciato, laico, non zattera di nostalgici diccì, attento a seguire quel che dice e fa Barack Obama. Ma anche Walter Veltroni, se davvero il Pd andrà in mano a Bersani/D’Alema, farà le valige.
Continua a leggere: Ore 12 - Berlusconi: "Governerò per sempre". Grazie, sinistra!

Peacereporter ha raccontato in questi giorni una storia molto interessante, segno del tempo e forse intuizione per il futuro; la storia di Sharew, un ragazzo etiope di ventinove anni, che decide di lasciare il suo paese e di avventurarsi in un viaggio verso una nuova vita: l’obiettivo però non è più la vecchia Europa, ma l’America.
Costo 10mila dollari, la ‘paga’ chiesta da un ‘trafficante di uomini’ per condurlo a destinazione negli Stati Uniti. Dopo dodici mesi di peripezie, tra navigazione e viaggi via terra, e dopo una breve parentesi in un ‘cpt messicano‘, Sharew arriva a destinazione. La sua vicenda viene resa nota dal Washington Post.
Continua a leggere: Sharew e la nuova rotta per i migranti: si riaffaccia il sogno americano?
Con l’accordo Fiat-Chrysler l’America è più vicina. Con il suo carico di crisi, ma anche con la sua spinta al rinnovamento e alla speranza.
Anche la “little” Italia è più vicina al gigante Usa. E da oggi il tricolore ritrova, almeno in parte, l’orgoglio e il rispetto internazionale dei tempi migliori.
Barack Obama è il protagonista vero della vicenda. Da noi, premier, governo e politica sono stati alla finestra. Per fortuna.
Anche questa nota vuole rendere omaggio a Sergio Marchionne, alla Fiat, all’immagine positiva (e alla tecnologia) che il marchio Ferrari (che ha avuto un peso “psicologico”) riflette sull’intero gruppo italiano e su tutto il Made in Italy.
Una volta tanto, un fatto positivo. Che va al di là del pur importante segmento dell’automobile e persino dell’intero comparto economico.
E’ una tappa, certo non l’unica, per ridefinire i confini (e i concetti) della globalizzazione, del liberalismo, dell’intervento dello stato in economia, del rapporto azienda e sindacati, imprenditori e lavoratori e così via.
Con questo matrimonio nasce il quinto più grande gruppo automobilistico del mondo, dietro a Toyota, General Motors, Volkswagen e Ford.
Restano però, nella little Italy, tutti i problemi Fiat, con la cassa integrazione, i licenziamenti, uno stato di crisi semi permanente. Quasi in silenzio, in pochi anni, si è passati da oltre 100 mila dipendenti a 25 mila.
Bene Detroit. Rimboccarsi le maniche anche per le vicende (e gli stabilimenti) di casa nostra. Il governo non si limiti solo ad erogare montagne di soldi a fondo perduto. E i sindacati non pensino solo a fare scioperi.
Che il primo maggio porti consiglio.