Dopo aver ottenuto dall’assemblea dell’ONU l’approvazione di una mozione per il suo reinsediamento alla carica di capo dello Stato dopo il golpe di domenica, Zelaya ha trovato anche l’appoggio dell’Organizzazione degli Stati americani, che hanno dato un ultimatum al governo honduregno per farlo rientrare entro tre giorni.
Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, quello dell’ Argentina, Cristina Fernandez, e il segretario generale dell’OEA, Jose’ Miguel Insulza si sono offerti di accompagnare Zelaya in un viaggio di ritorno che coglie di sorpresa la giunta golpista del Paese centramericano.

Il colpo di stato in Honduras, tentato di mascherare dalle oligarchie locali e dai principali media honduregni come atto democratico di liberazione da una “presunta onnipotenza” del capo, ha ricevuto la condanna unanime di Onu, Ue, Alba e Oea, oltre a un duro monito di Obama, segno che forse qualcosa nel continente americano sta davvero cambiando.
Ma i golpisti non si fermano, e la violenza militare ha fatto le prime vittime: la prima è César Ham, parlamentare di Unión Democrática e tra quelli che più si erano spesi in questi mesi per il sogno del referendum per un’Assemblea Costituente. Le poche voci che arrivano, soprattutto tramite la rete, parlano della repressione alle manifestazioni di protesta di ieri.
Unità di forze speciali hanno caricato i dimostranti e iniziato un lancio di lacrimogeni, armati di manganelli e sparando in aria. Molti gli arrestati. Non si sa quante persone sono rimaste ferite, sembra ci sia un particolare accanimento verso i manifestanti più giovani.
Continua a leggere: Colpo di stato in Honduras: i primi morti del golpe e la promessa di Zelaya

Brutto, bruttissimo flashback questa mattina nel sentire del tentato golpe militare in Honduras, un colpo di stato che riporta la mente al Venezuela del 2002 quando a Caracas ci fu il tentato ribaltone dell’11 aprile contro il governo democraticamente eletto di Hugo Chávez, che fallì grazie alla reazione dei cittadini.
Nella notte il presidente dell’Honduras Manuel Zelaya ha dichiarato: “È in corso un colpo di stato nel paese”. Cosa ha scatenato il vigliacco tentativo?
L’assoluta contrarietà di elite e vertici militari al referendum di domenica per la formazione di un ‘assemblea costituente, dove la popolazione dovrà decidere se convocare o no l’elezione dell’assemblea. I sondaggi danno l’appoggio dell’85% degli honduregni.

In breve: il governo peruviano emette 15 giorni fa un decreto che permette alle multinazionali di spogliare l’Amazzonia, sfruttando le risorse senza chiedere niente a chi quella terra la abita, la comunità indigena. Le popolazioni si ribellano e scendono in strada. Non ci può essere mediazione, lo scontro è frontale.
All’alba del 5 giugno, tre elicotteri MI-17 dell’esercito aprono il fuoco su 3.500 indigeni che bloccavano la strada che collega la selva alla costa Nord, inizia il massacro in Amazzonia. Al termine dell’incursione sul terreno gli indigeni contavano almeno 25 morti e un centinaio di feriti ma non demordono e resistono.
Continua a leggere: Perù: il presidente Alan Garcia aveva dato ordine di uccidere gli indigeni

Ieri abbiamo parlato della giornata di festa in Bolivia per i duecento anni di indipendenza dalla Spagna, e di come il piccolo stato sudamericano abbia diversi elementi per guardare al futuro con fiducia, nonostante le divisioni interne. La Bolivia è solo uno dei nove stati che tra il 2009 e il 2010 festeggerà il bicentenario dell’indipendenza dalla Corona spagnola. Insieme a lei Messico, Argentina, Ecuador, Paraguay, Cile, Venezuela, El Salvador e Colombia.
Il XX secolo ha rappresentato per l’America Latina un duro colpo alle sue ambizioni di indipendenza dopo il colonialismo, soprattutto per mano degli Stati Uniti e dei metodi terroristi usati per imporre i propri interessi nel continente, dal colpo di stato in Chile di Pinochet allo sterminio dei sandinisti in Nicaragua.
Oggi sembra avviato un nuovo percorso, dopo anni in cui sembra aver preso forza la spinta popolare, democratica e indigena nei diversi paesi. Peacereporter ha chiesto a Raul Zibechi, ricercatore docente e uno degli intellettuali più brillanti del continente latinoamericano, se questa indipendenza oggi sia reale. Di seguito il parere di Zibechi.
Continua a leggere: Il neocolonialismo in America Latina è davvero finito? Il parere di Raul Zibechi

La Bolivia celebra oggi il duecentesimo anniversario dell’indipendenza dal dominio spagnolo, pur con evidenti divisioni interne. L’opposizione autonomista, resasi protagonista degli scontri dei mesi scorsi, ha infatti organizzato una marcia nella città di Sucre, dove duecento anni fa è cominciata la battaglia per l’indipendenza.
Il presidente Evo Morales e gli esponenti del suo governo hanno partecipato invece ad una cerimonia commemorativa in onore degli eroi della rivoluzione nella città di El Villa. In città militari in allerta, in seguito alle violenze dello scorso anno, quando alcuni indigeni furono fermati e picchiati.
Continua a leggere: Festa in Bolivia con Evo Morales per i duecento anni di indipendenza

Rafael Correa, il 46 enne presidente dell’Ecuador parte del riscatto politico dell’America Latina e protagonista di un cambiamento radicale del paese in soli due anni, festeggia da ieri sera la vittoria elettorale che lo ha portato alla conquista di un secondo mandato alla guida del paese andino.
Correa negli ultimi due anni ha ottenuto successi schiaccianti, come l’approvazione di una delle Costituzioni partecipative più avanzate al mondo col 64% dei voti, che sanziona per esempio che nessuna base militare straniera potrà restare sul suolo ecuadoriano.
Un altro progetto già avviato dal giovane presidente è l’impegno per aiutare i cittadini dell’Ecuador emigrati per necessità e mancanza di lavoro, compresi quelli che avessero intenzione di tornare al paese natio (curiosità: nella foto, Correa a Milano, dove è presente una delle più grandi comunità andine fuori dall’Ecuador).
Continua a leggere: Ecuador, secondo mandato per Correa: "Un passo storico per la rivoluzione"

Vi abbiamo illustrato sabato dell’inattesa stretta di mano tra Chavez e Obama, un evento più mediatico che di sostanza, almeno per il momento: ci sono infatti buoni segnali da entrambi per un possibile dialogo in futuro. Da una parte Barack Obama conferma la sua intenzione di voltare pagina nei rapporti con l’America Latina e dice: “Ho molto da imparare e da ascoltare”.
Chavez, dal canto suo, ha dichiarato di “non aver il benché minimo dubbio che con la nuova amministrazione Usa i rapporti con gli Stati Uniti miglioreranno”. A conferma del significato simbolico della stretta di mano, che ieri ha dominato i titoli di tutti i media al seguito del vertice, il presidente venezuelano ha anche regalato un libro a Obama, “Le vene aperte dell’America Latina”, di Edoardo Galeano.
Continua a leggere: Chavez, un libro di Galeano in regalo ad Obama

Al termine di una riunione dell’Alba (Alternativa bolivariana per le Americhe) a Cumana, in Venezuela, è stato firmato un trattato che istituisce un sistema unitario di compensazione regionale ed una nuova moneta, il Sucre.
L’Alba è un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba nel 2004 in alternativa all’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati Uniti.
I paesi che fanno parte Alba, ovvero Bolivia, Cuba, Repubblica Dominicana, Honduras, Nicaragua e Venezuela più l’Ecuador, hanno raggiunto ieri l’accordo per la creazione di questa moneta unica regionale che funzionerà come una ‘moneta virtuale’ da utilizzare per l’interscambio tra gli stessi paesi dell’Alba.
Continua a leggere: Il Sucre, nuova moneta dell'America Latina e la stretta di mano Chavez-Obama
Dopo 50 anni di inutile aggressione e propaganda anti-cubana qualcosa si muove negli Stati Uniti in direzione di un cambio di strategia nei confronti della piccola grande isola caraibica. L’embargo nordamericano, da quasi vent’anni dichiarato criminale dall’Onu quasi all’unanimità (esclusi Israele, Palau, le isole Marshall e la Micronesia) è stato un fallimento su tutta la linea. Ad ammetterlo addirittura uno dei più autorevoli responsabili della politica estera del Partito Repubblicano ed esponente di spicco della commissione esteri, oggi all’opposizione, il senatore Richard Lugar.
“L’embargo è un fallimento, dobbiamo riconoscere l’inefficacia della nostra politica attuale”. Queste le parole di Lugar al ritorno da una missione a l’Avana in un rapporto intitolato “Cambiare la politica cubana nell’interesse degli Stati Uniti”. Di per sè il nome del rapporto non è incoraggiante o particolarmente solidale, però già l’ ammettere il fallimento storico è un fatto politico notevole e un’accelerazione insperatata in un dibattito statunitense fossilizzato da decenni e ulteriormente svilito dall’ideologia neoconservatrice dell’amministrazione Bush.
Continua a leggere: Stati Uniti - Cuba: è l'ora del disgelo?