Tutti (o quasi) nel Pd (e non solo) gridano all’inciucio e attaccano Massimo D’Alema che, per “aprire a Silvio Berlusconi, ricorda niente meno il “Migliore”, alias Palmiro Togliatti.
Al di là delle buone intenzioni e al di là del gossip (patetico su tutti è Walter Veltroni), D’Alema commette un errore politico non da poco, scambiando l’effetto con la causa. Perché di fatto, il lider Maximo, “salvando” Berlusconi, intende preservare “questa” classe politica, tutta intera.
All’opposto, Togliatti partiva sempre (anche sull’art. 7 , sull’amnistia ecc.) dalla crisi del Paese che “ è in sostanza l’espressione del fallimento delle sue classi dominanti, le quali riconfermano le proprie incapacità di risolvere i problemi del rinnovamento e progresso nazionale”.
Quello era e quello resta il punto centrale: cioè il problema di un cambiamento di classi dirigenti e di guida politica.
Nel discorso di Bergamo ai cattolici (1963) Togliatti afferma che “Il partito muove e trascina forze reali, studia se e in quale modo siano possibili e con quali forze, una comprensione reciproca, un reciproco riconoscimento di valori e quindi un’intesa e anche un accordo per raggiungere fini che siano comuni in quanto siano necessari, indispensabili per la collettività nazionale e per tutta l’umanità”.
Altre … storie. E, evidentemente, altri uomini.

La corruzione è uno dei reati che, grazie al processo breve che Silvio Berlusconi si è fatto cucire dai suoi dipendenti, rientrerà tra le fattispecie per le quali ci sarà una amnistia di fatto, per la gioia di corruttori e maneggioni in doppiopetto.
Suonerà quindi particolarmente incoraggiante, soprattutto per chi occupa i Palazzi romani quasi esclusivamente per necessità primarie ed esigenze personali, la classifica 2009 sulla corruzione percepita stilata da Trasparency international. Il Bel Paese scivola infatti dal 55° al 63° posto, perdendo 8 posizioni in un anno e passando alle spalle di paesi come Cuba o Turchia. L’organizzazione non governativa ha anche messo in guardia contro i piani di rilancio economico portati avanti dagli Stati che potrebbero aumentare il livello di corruzione in presenza di grandi opere pubbliche.
A parziale rimedio per la pessima figura che l’Italia guadagna come paese diversamente onesto, possiamo citare la collocazione di Afghanistan e Somalia, che troviamo al 179° e al 180° posto. Qui trovate la classifica completa della corruzione percepita nel mondo.
I commenti negativi e le condanne da parte degli esponenti dell’opposizione e della magistratura all’ultima porcata ad personam, scritta e pensata dai dipendenti di Silvio Berlusconi per porre il loro datore di lavoro al riparo dall’applicazione della giustizia, vengono facilmente catalogati come posizioni preconcette di persone che odiano il Caimano e che vorrebbero toglierlo da Palazzo Chigi.
Alcune valutazioni sul nuovo Processo Breve, davvero poco entusiasmanti, vengono però da soggetti che non sembrano mossi da ostilità preconcetta verso il Pdl. Oltre al nostro Landoni, destrorso illuminato che ha ben spiegato le conseguenze della Porcata breve, anche altri autorevoli osservatori si sono schierati contro il disegno di legge che porta anche le firme dei senatori Gasparri e Quagliarello.
Uno di questi è Antonio Baldassarre, che ha lo definito “imbarazzante e incostituzionale… stiamo parlando di leggi e non di regali”. Baldassarre si è detto “desolato come cittadino, in primo luogo perché (la legge) viola il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini e poi perché si applica a reati gravissimi quali la corruzione e la concussione “. Per la cronaca, Baldassarre è Presidente emerito della Corte Costituzionale ed è stato candidato sindaco del Pdl a Terni nel giugno 2009.

Non è nostra intenzione muovere processi ideologici, nè addentrarci nella solita polemica sulle operazioni salva-Berlusconi. Il mio caso personale, ovvero quello di un osservatore di destra che si sforza di mantenere la più rigorosa obiettività anche se la cosa non sempre viene riconosciuta, è quello di una persona che si chiede come mai le riforma della giustizia si propongano sempre quando il Cavaliere rischia una condanna e contemporaneamente come mai certi provvedimenti dei magistrati (vedi anche la tempistica del caso Cosentino) cadano sempre nei momenti più sospetti.
Si obietterà che in Italia si è sempre in campagna elettorale e quindi bene o male una richiesta di arresto rischia sempre di cadere a ridosso di tali appuntamenti. Vero. Ma qualcuno dovrebbe anche spiegare come mai ipotesi di reato che sono in piedi da 10-20 anni (come quella del caso Cosentino per l’appunto) divengano concrete solo ora. La risposta appare scontata: ognuno fa il suo interesse e se ne frega di ciò che è giusto o sbagliato. Per cui appare difficile trovare una voce da ascoltare in questo mare melmoso. “Il più pulito c’ha la rogna” ha esclamato ieri Di Pietro nel corso di Annozero. Proprio così. Peccato che risulti difficile escludere da quel novero anche chi parlava.
Ma torniamo a bomba. Il ddl sul processo breve si basa su un principio giusto, che è quello dell’equa durata dei processi. La norma prevede che ognuna delle tre fasi processuali non duri più di due anni, per un massimo complessivo di sei; pena il decadimento, con possibilità per il cittadino di chiedere anche un risarcimento. Sono esclusi da questo tetto i seguenti reati: terrorismo, mafia, grave allarme sociale, pedopornografia, delitti di incendio, furto, sequestro di persona, atti persecutori, circolazione stradale, immigrazione clandestina, traffico illecito di rifiuti e violazioni delle norme su prevenzione degli infortuni e igiene sul lavoro.
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La stretta di mano tra le vedove dell’anarchico Pinelli e del commissario Calabresi è un fatto positivo.
L’avvenimento può assurgere a simbolo di una nuova stagione di ricomposizione e addirittura consentire l’amnistia per i terroristi?
L’ex presidente Francesco Cossiga adesso sollecita la grazia a Sofri, l’amnistia per tutti i terroristi, la riappacificazione tra i familiari di Moro e i suoi carnefici.
I morti ammazzati non parlano. Ma non parlano nemmeno coloro che tali delitti li hanno commessi in nome di deliri ammantati di false ideologie.
Riappacificazione non può voler dire cancellare le motivazioni di quei delitti e sollevare dall’infamia chi quei delitti li ha compiuti. Quel sangue ha indelebilmente macchiato il Paese e non si può lasciar passare l’idea che si può uccidere perché poi si passerà sopra una spugna che cancellerà tutto e tutti, mettendo insieme e sullo stesso piano carnefici e vittime.
Proprio per questo serve la massima cautela nelle proposte e nella polemica politica attuale.
Si può (e si deve) criticare le scelte economiche del governo ma Antonio Di Pietro cede alla demagogia e alla strumentalizzazione quando afferma che “così si creano le premesse di una spaccatura sociale creando le basi per una rivolta anche di tipo illegale”.
Come altre volte, un atto positivo (la stretta di mano) invece di favorire la ricomposizione storica apre nuove discussioni che alimentano nuovi scontri.
Lo Stato non deve essere “buono”. Deve essere “giusto”. Quei (pochi) terroristi ancora in galera, non hanno niente da dire?