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Tutti gli articoli con tag angelo panebianco

Ore 12 - E (non) va l'Italia del "menga"

pubblicato da Massimo Falcioni

altroSul Corriere della Sera Angelo Panebianco scrive delle “inutili nostalgie della Prima Repubblica”, restando però prigioniero della nostalgia del “nulla”. Perché la Seconda repubblica italiana è un guscio vuoto.

La storia di ieri e i fatti di oggi non si possono stravolgere. Panebianco accomuna la rivalutazione dei “vecchi” partiti (il 45% degli italiani giudica oggi positivamente la Dc, il 35% il Pci, il 32% il Psi) alla nostalgia dei russi per il Pcus e il regime sovietico.

La prima Repubblica italiana (pur con tutti i limiti ed errori) garantì e sviluppò libertà, democrazia, sviluppo economico, portando l’Italia ai vertici mondiali. Il comunismo russo (e non solo quello) distrusse ogni libertà, instaurando un regime dittatoriale e di miseria.

La Prima Repubblica produsse un benessere diffuso grazie al sostegno della libera iniziativa (artigianato e piccola e media impresa intrecciata a grandi e vere industrie in settori strategici), mentre l’economia italiana (non solo per la crisi mondiale) da anni è in caduta libera e il Paese, senza la rete protettiva dell’Euro, sarebbe già alla bancarotta. I partiti.

E’ vero, ieri come oggi occupavano e occupano le Istituzioni. Ma la differenza c’è. Le poltrone erano occupate da esponenti di partito, frutto di una vera e dura selezione, uomini preparati e capaci. E in Parlamento sedevano deputati scelti e votati dagli elettori e non imposti dal padrone del vapore. Le assemblee elettive decidevano in modo collettivo (giunte e consigli) e le gare d’appalto avvenivano con procedure articolate e controlli serrati.

Ancora. Ieri i partiti non erano proprietà “privata”, erano formati dagli iscritti, militanti dall’impegno gratuito, duri ideologicamente contro l’avversario, ma capaci di lavorare sui progetti per il proprio quartiere e capaci di indignarsi per gli errori e le malefatte dei propri capi. Chi sbagliava, pagava. Chi perdeva le elezioni, fuori.

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Ore 12 - Fischi e fiaschi uniti nella lotta

pubblicato da Massimo Falcioni

altroNon fanno mai bene i fischi, in politica. Basta rivedere il viso di Veltroni sotto le bordate dei socialisti a Montecatini Terme. Ben altra compostezza quella di Berlinguer, a Verona, quando Craxi aggiunse ai fischi dei delegati congressuali del garofano il carico da 90: “Non so fischiare, altrimenti avrei fischiato anch’io”.

Non è tanto il fischio in se stesso (il silenzio, il mugugno, il fischio sono espressione di partecipazione “democratica”?) ma la motivazione di quell’atto di contestazione, che conta.

Berlinguer veniva fischiato perché espressione di un Pci “sicuro di sé e trionfante”, con il vento in poppa, mentre Veltroni è l’espressione di un Pd borioso fino a poche settimane fa e adesso in crisi, dopo i ko elettorali, senza identità e senza rotta. La questione vera è che oggi, ovunque a sinistra, la presenza di Veltroni richiama fischi.

D’altronde, nella stessa recente convention romana del Pd, l’assenza dei due terzi dei delegati cosa è stata, quale significato ha avuto, se non un modo (l’assenza) di contestare la leadership o comunque di marcare una profonda insoddisfazione?

Perché dunque il capo del Pd si “becca” solo fischi? Semplice. Perché è partito lancia in resta pochi mesi fa, ha vissuto come dice Luca Telese sul Giornale “nella certezza di essere intoccabile, nella presunzione di essere nel vero”. E, aggiungiamo, “certo di vincere”, o giù di lì.

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Il figlio di Vittorio Occorsio contro Ostellino

pubblicato da V.

Piero Ostellino, Galli della Loggia, Panebianco, sono maestri di pensiero - o per qualcun altro, intellettuali comodi, no, non ho dimenticato la s - che a volte, oltre a interminabili polemiche autoreferenziali che condiscono inutili editoriali per i quali l’italiano medio prova lo stesso interesse che per una nutria schiacciata lungo una Statale, fanno la boiata. Si sa, che a volte l’hybris, porta a questo ed altro. Leggo su Dagospia questa lettera del figlio di Vittorio Occorsio, un magistrato ucciso da terroristi ordinenovisti negli anni settanta. Dateci una lettura. Tutto parte però un pò prima, ovvero da questo editoriale di Ostellino, uscito sul Corriere e riportato su Il Legno Storto. Cosa scrive il noto politologo? Ecco un estratto:

Basta con i brigatisti “editorialisti”. Basta con i brigatisti “intellettuali”. Basta con i brigatisti “politologi”. Basta con i brigatisti “sociologi” o “psicologi”». Cuocolo scrive che «bisogna avere il coraggio di ammettere che i cattivi esistono per davvero» e che «i buoni a volte sono feriti. E a volte uccisi». Personalmente, sarei più severo: il terrorismo fu una manifestazione di criminale cretinismo politico i cui attori si sarebbero potuti riscattare solo in due modi. Innanzi tutto, dicendo la verità — che ancora tacciono — su quegli anni. In secondo luogo, rinchiudendosi, poi, in convento. Si è creato, invece, un circuito «buonista», di matrice cattolica, e opportunistico, di matrice di sinistra, dentro il quale hanno maturato una sorta di complice «congiura del silenzio» i terroristi e i figli delle loro vittime. Gli uni e gli altri — spiace dirlo — spesso accomunati nello sfruttamento politico delle proprie vicende. Uno spettacolo ripugnante

E che cosa ribatte Eugenio Occorsio?

credo che non ci sia nulla di male nel buonismo, di matrice cattolica o laica che sia, né vedo perché questo sfocerebbe nell’opportunismo, di sinistra o di destra che sia. Cosa intende Ostellino, sarebbero i politici a sfruttare noi figli e i terroristi riunendoli in un unico improbabile calderone per fare audience? Oppure addirittura che saremmo noi gli artefici di questo “circuito” e che avremmo stipulato chissà quale patto scellerato, come affetti da una sindrome di Stoccolma collettiva, con le persone che ci hanno rovinato la vita?

Alla vicenda di Vittorio Occorsio è dedicata questa puntata de “La Storia siamo noi“.

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