Accusato da più parti di ignorare uno scandalo di “sinistra”, Michele Santoro reagisce da par suo e in accordo con la redazione organizza una puntata monotematica sul caso Marrazzo. Tra gli invitati peraltro spicca lo stesso direttore di Libero Maurizio Belpietro che dalle colonne del suo quotidiano lo aveva pubblicamente sfidato a occuparsi del governatore laziale, lamentando che i suoi giornalisti non venissero mai chiamati in trasmissione.
Il caso Marrazzo e’ solo un affare privato, la vicenda di un uomo e delle sue debolezze per i trans o dimostra come la politica sia sotto ricatto? E di quella vicenda e’ stato chiarito tutto o ci sono ancora retroscena sconosciuti? Una cosa e’ certa: dossier, veline, filmati sembrano essere diventate le armi della politica.
In una puntata dal titolo Ricatti , Annozero si aprirà con l’inchiesta di Stefano Bianchi, Corrado Formigli, Giulia Bosetti e Luca Bertazzoni che ricostruira’ i passaggi piu’ importanti della vicenda Marrazzo, con i protagonisti e i testimoni della storia.
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Se Silvio Berlusconi ha preso la scarlattina per la “fifa” dopo il tira e molla sulle minacciate dimissioni del ministro Tremonti, non si può escludere (facendo le corna) che il Cav., vista l’aria che tira, possa beccarsi anche l’influenza “suina”.
I nodi, si sa, prima o poi vengono al pettine. La “soluzione” della cabina di regia ci sta come i cavoli a merenda e rinvia solamente lo scontro con il super ministro dell’economia.
Sul piatto non c’è il destino dell’economia italiana, cui i “duellanti” del Pdl e soci sono poco o niente interessati, bensì il futuro del Cav. (vuole fortissimamente vuole il Quirinale), e quello di Tremonti, Fini, Bossi e compagnia cantante. Quindi non di un piatto di lenticchie si tratta.
Per adesso si gioca ai fianchi, si fa pretattica, si stimola l’avversario per capire come risponde. Insomma, si parla a nuora perché suocera intenda, si gioca di fino (si fa per dire). Ma dopo tanto tuonare, la pioggia arriva e dopo l’afa pure la grandine, con palle di cannone al seguito.
Più o meno il replay del 2004. Gli attori sono gli stessi, il canovaccio si svolge nel medesimo modo e può finire come allora finì: con il ko del Cavaliere.
L’altro nodo, un vero e proprio cappio, è la giustizia che getta la sua ombra (rossa) minacciosa sul premier. Peggio del 1994. “Lui” lo sa, entra telefonicamente a gamba tesa a Ballarò, parla in terza persona “dell’anomalia italiana che non è Berlusconi, ma le toghe rosse”.
Come scrive Antonio Polito sul Riformista sulla vicenda Mills: “Logica vorrebbe che, condannato il corrotto, si condanni anche il corruttore”.
I tempi stringono e non tutte le ciambelle riescono col buco. Anche a Berlusconi.
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Supponiamo, per un post, che l’attuale Primo Ministro italiano non perda occasione per lamentarsi dei mass media del paese. Supponiamo, sempre per un post, che il conflitto d’interessi in Italia esista meno che in altri stati.
Ok. Ora possiamo ragionare sui cambiamenti del giornalismo in Italia. Per farlo vi propongo di seguito un’analisi che Mario Adinolfi, giornalista nonché sostenitore di Dario Franceschini, ha scritto sul suo blog.
“Leggo – scrive Mario Adinolfi - prima Libero di Repubblica, penso di trovarci notizie più interessanti. Sul Giornale c’è più “pensiero laterale che sull’Unità, il primo va letto perché è sempre centrale nel dibattito, la seconda si può pure trascurare, raramente ci trovi una notizia. Persino leggere Chi qualche volta è più utile rispetto a leggere l’Espresso. Il che, lo capisco da me, è drammatico”.

Il G8 di Silvio Berlusconi (e delle polemiche) perde prima dell’avvio (ore 13 colazione ufficiale dei leader del gruppo degli Otto) uno dei protagonisti, il premier cinese Hu Jintao, costretto a rientrare in nottata a Pechino per la sanguinosa rivolta nello Xinjang.
Barack Obama alle 11 di questa mattina è salito al Quirinale per il colloquio con il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Il presidente Usa il “suo” G8 l’ha già fatto, con lo storico accordo siglato a Mosca con l’uomo di Putin sulle armi nucleari.
Sarkozy e gli inglesi si sono accordati prima di venire in Italia. I grandi del mondo, più che a l’Aquila, sono interessati agli incontri bilaterali, a quelli con il Papa e con il presidente Napolitano.
Insomma, il G8 al via a l’Aquila, l’ultimo a presidenza Berlusconi, sarà il meeting dei “buoni propositi sull’Africa e qualche chiacchiera sul clima”.
E’ del New York Times l’ultimo affondo: “C’è una programmazione imperdonabilmente negligente del governo italiano. Obama assuma la guida del G8, affinchè non sia una perdita di tempo”.
Si capisce perché il G8 potrebbe essere il crocevia per il premier e il governo italiano. Colpi di scena a parte (mai da escludersi …) e lasciando stare il gossip, emerge un solo dato: l’immagine e il carisma di Berlusconi sono in crisi. Serve poco sbandierare il 64% di gradimento “virtuale” al premier.
Le “facili” battute di Silvio Berlusconi, oltre a sollevare polveroni, a volte sollevano “difficili” quesiti.
O mettono a nudo la miopia strategica e culturale della destra italiana.
Quella sugli stupri dell’altro ieri non è solamente una battuta di pessimo gusto ma un “errore” politico.
Perché, come sostiene Antonio Polito sul Riformista “ci fa capire che il Premier, in cuor suo, alla tolleranza zero non crede neanche un po’. Nel senso che lo stupro (così come altri gravissimi reati o anche reati minori) è “inevitabile”, non lo si può risolvere con i militari, con la repressione, con le punizioni (che però ci vogliono!), con la “tolleranza zero”.
Il Riformista ricorda che la politica della tolleranza zero partiva dal concetto espresso in un libro americano: “bisogna riparare subito ogni finestra rotta, perché se si comincia col tollerare una finestra rotta, i vandali capiscono che possono agire indisturbati, e dopo aver rotto le finestre spaccheranno i vetri delle auto, e poi le ruberanno, e poi le useranno per una rapina, e via di questo passo”.
C’è, nel Pd, chi addirittura si frega le mani soddisfatto. “Visto? – si gioisce – se fossimo andati anche noi a Piazza Navona, il Pd non ci sarebbe più”.
Perché, il Partito democratico, c’è? Veltroni, che mezzo punto l’aveva guadagnato divincolandosi dalla stretta di Di Pietro e dalla trappola dei Grillo, Guzzanti, Travaglio e compagnia cantando, ne ha subito perso un altro affermando che lui ha fatto una “svolta storica”. Suvvia, quale svolta storica! E’ sempre tardi per Walter rispolverare i “sacri” testi e rivedersi le svolte vere di un Togliatti e di un Berlinguer nel “suo” campo, o di un De Gasperi e di un Moro.
Veltroni svolta dentro un bicchier d’acqua. Non si muove foglia. Non s’ode niente. Alla gente per strada e a casa non arriva nessun segnale. Il popolo della sinistra riformista (centrista?) era e resta deluso e smarrito.
Il gioco, quello vero, era e resta in mano a Berlusconi. Che, tant’è ne pensi l’intellighenzia di Piazza Navona, è anche abile e furbo. E i suoi conti e i suoi interessi (anche politici) li sa fare.

Veltroni cambia rotta e guarda al centro. Di Pietro, ormai, appartiene al passato. Nel pomeriggio di ieri si celebra, così, il definitivo addio tra Walter e Tonino che, secondo i democratici “sta conducendo un’opposizione assurda, irresponsabile e non costruttiva”. Nasce un nuovo asse, quello tra il segretario del Pd e il leader dei centristi Casini.
A suggellare il nuovo connubio, una lettera congiunta inviata al presidente della Camera Gianfranco Fini in cui si denuncia, essenzialmente, l’espropriazione del Parlamento da parte del Governo ma, si bacchetta l’esecutivo anche sulla manovra finanziaria: “L’opposizione da noi rappresentata ritiene che debba essere fortemente corretta. Ritiene che non sia adeguata ad affrontare la crisi in cui versa il paese”.
E’ una missiva, quella di Veltroni e Casini, che corona un’intesa alla quale da tempo, diverse aree del Pd stavano lavorando: prima D’Alema, poi Letta, quindi l’editoriale di Antonio Polito sul Riformista che invitava esplicitamente i democratici ad abbandonare la linea forcaiola di Di Pietro a favore di un’alleanza con l’Udc.
I diretti interessati si limitano a parlare di “prove tecniche” ma dietro c’è ben altro. Ciò che prende forma in queste ore è, infatti, un vero e proprio patto tra le due forze politiche basato sulla condivisione di un principio semplicissimo: non tornare al passato per “non ricadere nel clima rissoso e sterile di questi ultimi quindici anni”. Una sfida impegnativa, viste le continue provocazioni della maggioranza.
Fervono i preparativi per la manifestazione contro il Governo prevista per l’otto luglio a Roma. Alla redazione di MicroMega (che sta organizzando di fatto l’evento) arrivano centinaia e centinaia di adesioni ogni ora. Tra queste sembra ci siano anche quelle di una decina di parlamentari del Pd.
Disubbidienti, certo, perché la linea del segretario Veltroni è chiarissima: quella non è la nostra piazza. A nulla, infatti, è servita la lettera che Antonio di Pietro (altro promotore dell’iniziativa) ha scritto al leader del Pd: “Caro Walter, vieni con noi, la democrazia è in pericolo”. Un appello che stenta a far breccia tra i dirigenti del Partito Democratico convinti che quella piazza non sia altro che un “regalo a Berlusconi”.
“Se i magistrati costringono Berlusconi alle dimissioni - spiega Antonio Polito, oggi, in un’intervista al Giornale - si torna al voto, Berlusconi si appella alla volontà popolare e la Cdl rivince”. La missione del Pd è evitare che questo accada. Anche a costo di rompere con Di Pietro.

L’opposizione, quella parlamentare e quella extra, vive con la sindrome di Berlusconi e del berlusconismo. E, per battere il Cavaliere, spera sempre nell’ ”incidente” di percorso. Nella fattispecie, che il Cavaliere finisca nella trappola: cioè portato in tribunale, giudicato e condannato per qualche reato.
Insomma, poiché le elezioni le vince e continua a vincerle il Centrodestra ispirato e monopolizzato dall’uomo di Arcore, c’è chi spera nell’aiuto della magistratura per risolvere il “caso” Berlusconi, considerato (da una parte) una anomalia della politica italiana e la radice di tutti i mali.
Addirittura si invoca l’America. Ah, negli Usa, il Cavaliere sarebbe già stato giudicato e condannato! Fa bene Antonio Polito, anche in risposta a Eugenio Scalfari, a ricordare sul Riformista la “qualità” del sistema della giustizia americana e smentire la diceria che “se fossimo negli States Berlusconi potrebbe essere indagato da un qualsiasi pm di qualsiasi procura e giudicato da un qualsiasi tribunale”.
Sinteticamente, se fossimo negli Usa, il ministro Alfano nominerebbe un procuratore speciale che alla fine dell’inchiesta presenterebbe le sue proposte a una commissione parlamentare, e sarebbe il Senato a decidere se processarlo. Scrive Polito: “Pensate che sarebbe processato?”.
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“Free Iran” è il titolo della manifestazione che prenderà il via a breve a Roma. Organizzato dal quotidiano arancione “Il Riformista”, il meeting del Campidoglio, raccoglierà tutti coloro che hanno condiviso l’appello lanciato dal giornale di Antonio Polito in occasione della visita a Roma del presidente iraniano Ahmadinejad.
“Negatore della Shoah, e istigatore alla distruzione dello stato d’Israele, Ahmadinejad - spiegano dal Riformista - ha molte colpe anche nei confronti del suo stesso popolo: repressione del dissenso, discriminazione sessuale, carcere e pena di morte, fanno dell’Iran uno dei paesi dove più gravemente i diritti fondamentali dell’uomo sono calpestati”.
L’obiettivo è far sentire (attraverso una veglia e una maratona oratoria “in nome della libertà e del rispetto dei diritti umani”) che “Roma e l’Italia disprezzano i tiranni”.
Tra i firmatari dell’appello spiccano i nomi di Gianni Alemanno, Andrea Ronchi, Francesco Rutelli, Piero Fassino e Franco Frattini.
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