
Ultima puntata della telenovela Alitalia: il ministro Matteoli annuncia per gli esuberi previsti ”ricollocamenti e ad ammortizzatori sociali molto forti” che ”permettano di affrontare il futuro con un minimo di serenita e consentano ai lavoratori di potersi reinserire nel mondo del lavoro’”. In prima battuta, c’è qualcuno che se la sentirebbe di opporsi? Come non schierarsi con queste migliaia di lavoratori che perdono il lavoro da un giorno all’altro?
Eppure, a ben vedere, questa storia è solo un’altra occasione per constatare lo stato penoso e paradossale in cui versa lo stato sociale nel nostro paese. Il fatto è che, nella maggior parte dei paesi occidentali, non ci sarebbe bisogno di misure straordinarie: questo perché sono già disponibili vari strumenti (sussidi di dissocupazione di entità e durata decente, redditi minimi sociali) che permettono a tutti coloro che perdono o cercano lavoro di poter “affrontare il futuro con serenità”. In Italia purtroppo questo è un privilegio di pochi.
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Parziale retromarcia del governo, che si è visto costretto a modificare una parte delle norme su assegni sociali e precari dopo le sonore proteste di ieri da parte di sindacati e centro-sinistra. Per la verità anche da alcuni ministri della maggioranza, in particolare Brunetta (Funzione pubblica), Sacconi (Welfare) e Meloni (Giovani), si erano levate numerose perplessità, cosicché in serata lo stesso ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha annunciato l’emendamento delle norme contestate. Vediamo di che si tratta.
Abbiamo affrontato già ieri l’argomento precari, e le motivazioni che hanno spinto a bloccare le assunzioni di tutti i lavoratori in causa con la propria azienda, correggendo l’eventuale pena di quest’ultima in un risarcimento tra i 2,5 e i 6 mesi di stipendio. Il provvedimento, che noi avevamo ribattezzato salva-Poste, doveva appunto servire a evitare l’assunzione a tempo indeterminato di una decina di migliaia di persone da parte di Poste Italiane, fatto che avrebbe potuto portare a un crollo verticale dell’azienda statale. Da parte nostra avremmo visto bene anche il licenziamento in tronco di qualche dirigente furbo o incapace che aveva approfittato della situazione, ma ciò che conta è che ora sarà inserito un emendamento che circoscriverà il tutto al solo caso delle Poste, escludendo i contenziosi in atto con tutte le altre aziende.
Caso numero due, gli assegni sociali. I nuovi criteri di assegnazione prevedevano un minimo di dieci anni di contribuzioni per potervi accedere; una norma voluta dalla Lega per evitare di pagare la pensione a tutti i lavoratori stranieri arrivati in Italia grazie alla legge sul ricongiungimento familiare. L’idea di per sè era sacrosanta, ma così strutturata alimentava il paradosso di escludere improvvisamente dall’assegno tutti gli emigranti rientrati dopo i 65 anni, oltre ad altre categorie come religiosi, disabili e casalinghe.
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Quella degli assegni sociali di questi giorni è innanzitutto la storia di un governo maldestro. Che pur di non permettere agli stranieri residenti di usufruire di uno dei pochi strumenti di welfare del nostro paese, rischia di escludere da esso anche gli stessi italiani. Ricorda vagamente la storia oscena di quell’uomo che, per fare un dispetto alla moglie, decide di tagliarsi una parte importante, ma davvero importante, del suo corpo.
Al di là delle facezie, questa storia ci permette di leggere in controluce le caratteristiche tipiche del nostro stato sociale (sempre che lo si possa davvero definire tale). Ovvero: molto ai vecchi, poco a tutti gli altri.
Con un rapido click su google si scopre infatti che “l’assegno sociale è erogato dall’Inps alle persone residenti in Italia di età maggiore di 65 anni, che non hanno diritto a altre forme di pensione e il cui reddito annuo non supera, per l’anno 2008, 5.142,67 euro”. Eleggibili per l’assegno sono poi anche “le persone che sono ospiti di un istituto”, formula oscura che in realtà, a quanto pare, costituisce una norma ad hoc per sostentare religiosi cattolici con denaro pubblico.
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