
Lo shock per una delle più grandi tragedie della storia dell’umanità è ancora forte. Ad Haiti si continuano a contare i morti e a sparare agli sciacalli che cercano di trarre profitto dalla situazione (ma che anche loro talvolta sono solo dei semplici disperati che cercano di sopravvivere).
I fondi per contribuire ad aiutare la popolazione sono innumerevoli, basta cercare sul web, ma quel che ci preme è stigmatizzare la caccia al bambino da adottare che - grazie anche al battage irresponsabile di alcuni media - si sta scatenando ovunque. Haiti non è un supermercato nato dalle macerie, ma un luogo che purtroppo ha generato una massa enorme di orfani, i quali hanno però pieno diritto a continuare a vivere dove sono nati.
È per questa ragione che ci sentiamo di dare risalto a tutte le voci che in queste ore chiedono fondi, tra le altre cose, per gli orfanotrofi e soprattutto per dare il maggior sostegno possibile ai programmi di adozione a distanza. Citiamo per esempio la Fondazione Rava, che gestisce un orfanotrofio con 600 bambini, o le Ong di Agire, l’agenzia italiana per le emergenze, che presto attiverà un imponente programma di adozioni a distanza.
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Ogni paese ha le sue parole-tabù, indiscutibili per qualsiasi parte politica. In Italia, una di queste è sicuramente “famiglia“. Quale partito non fa dell’”aiutare le famiglie italiane” il centro dei suoi discorsi di propaganda? La realtà, però, è ben diversa, e a volte basta mettere in fila due notizie apparentemente slegate per rendersene conto.
Prendiamo quanto riportato da Politiken.dk: il tasso di fertilità delle donne danesi ha ripreso a salire, toccando quota 1,9 figli, lo stesso livello del 1975. Tanto per avere un termine di paragone, quello italiano è di 1,3, tra i più bassi in Europa. Perché questa differenza? E’ presto detto:
“Non ci sono molti posti al mondo in cui le condizioni per fare figli siano così buone come in Danimarca. I genitori possono continuare a lavorare e proseguire la propria carriera, e ci sono buone opportunità di mettere i bambini in un asilo”
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In altri paesi d’Europa soglie psicologiche di questo tipo sono già state superate da tempo; per Milano, però, è una prima assoluta: il prossimo settembre, nella Scuola Elementare di Via Paravia, cominceranno le lezioni di prima 15 bambini, tutti di origine straniera (anche se molti nati e cresciuti in Italia).
Si tratta ovviamente di un caso-limite, in una città in cui la percentuale di studenti stranieri si aggira in realtà in media attorno ad un modesto, anche se in costante aumento, 17%. E non varrebbe in fondo la pena di spendere troppe parole su questo caso, se non costituisse, appunto, una soglia psicologica e un evento emblematico sotto molti punti di vista.
Cosa rivela infatti questa notizia? A me dice due cose: primo, tutti quei politici che in questi anni hanno dato a credere di essere in grado e/o di voler fermare i flussi migratori verso il nostro paese, vendevano fumo. Consapevolmente e colpevolmente.
Ogni giorno in Kenya muoiono in media 473 bambini sotto i 5 anni e ogni ora 5 neonati per cause che sarebbero potute essere prevenibili. Questa la notizia rilanciata ieri dall’Ansa, secondo alcuni dei dati che emergono da uno studio condotto dall’ Unicef e dal governo keniano. Secondo la ricerca ogni 30 bimbi nati in Kenya,uno muore prima di avere 28 giorni, uno ogni 12 prima del primo compleanno, ed uno ogni 9 prima dei 5 anni.
Niente di nuovo, si dirà. Triste che se ne parli e, ancora più desolante che la notizia grondante di sangue appaia come banale. Mentre in Occidente siamo impanicati per i nuovi “poveri” di Wall Street, o preoccupati per la riduzione dei consumi (come se il reale stare bene delle persone si misurasse dalla frequenza con cui cambiano automobile), in molteplici parti del mondo nascono vere e proprie rivolte e sollevamenti popolari per fame: l’aumento continuo del prezzo del grano e l’approssimarsi a zero degli aiuti promessi in cooperazione stanno rappresentando il colpo finale alla situazione difficile di paesi che pagano ancora oggi il prezzo del feroce sfruttamento di industrie straniere, ovvero un colonialismo di tipo economico.
Giusto una settimana fa veniva evidenziato il drastico taglio nella finanziaria italiana dei fondi per la cooperazione e lo sviluppo internazionale che rappresentavano un piccolo aiuto alle iniziative di lotta alla povertà, riducendoli alla miserabile cifra di 320 milioni di euro, meno dello 0,1% del nostro Pil, l’equivalente di una giornata di guerra in Iraq per le truppe americane.

Nelle assemblee sindacali che si stanno tenendo in questi giorni un po’ in tutte le scuole d’Italia, cominciano a trapelare i primi dettagli sulla riforma del ministro Gelmini, insieme alle preoccupazioni e ai rilievi dei docenti. Vi proponiamo qualche anticipazione di questi ultimi, nell’attesa di un autunno che si preannuncia infuocato sul fronte della scuola.
Perchè le scuole elementari? Se autorevoli rapporti internazionali affermano che il livello di preparazione garantito dal sistema scolastico italiano è piuttosto carente, in particolar modo al Sud, è tuttavia vero che l’OCSE stessa ha certificato che il problema non è nelle elementari (tra le migliori al mondo), ma insorge più tardi, tra le medie e l’università. Intervenire sulle elementari, secondo gli insegnanti, non può migliorare la situazione ma solo peggiorarla
Maestro unico: l’abolizione del maestro unico e l’introduzione dei “moduli” ha ormai più di vent’anni, e in questo lasso di tempo gli insegnanti si sono progressivamente specializzati, chi in materie scientifiche, chi in quelle letterarie. Ripristinare di colpo lo schema “un insegnante per classe”, provvedimento discutibile di per sé, costringerebbe insegnanti che hanno passato anni ad affinare le proprie tecniche didattiche su una materia ad insegnarle di colpo tutte. Con un possibile abbassamento della qualità della didattica.
E si va avanti a lungo: è tutto dopo il salto.
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Che brutto tiro hanno giocato i burloni di An a tutte le anime belle d’Italia. Dopo ore e ore di lotte e discussioni sul decreto in materia economica, all’improvviso spunta, apparentemente dal nulla, un emendamento che prevede l’obbligo di esibire le impronte digitali su tutte le carte d’identità a partire dal 2010. L’emendamento passa a larga maggioranza, grazie anche all’appoggio del Pd e nonostante l’opposizione della sola, solita Italia dei Valori. Apriti cielo…
Ora che tutti saranno costretti a farsi prendere le impronte come si farà ad accusare di razzismo Maroni che le vuole prendere ai Rom? E i raccapriccianti manifestini col bambino che mostra il dito medio, una delle più squallide trovate propagandistiche degli ultimi anni, che fine faranno? Forse li correggeranno con lo slogan Noi sì, ma i Rom no oppure li affiggeranno al Vigorelli in occasione del Ramadan, che lì un po’ di proseliti li trovano di sicuro.
Eh certo le anime pie che campano sulle accuse di razzismo hanno perduto il loro giocattolo nuovo. E’ stato loro sottratto dalle mani dai cattivissimi Alì Bobo e i Quaranta Maroni, ed ora toccherà trovare un’altra battaglia da combattere. Di scelta ce n’è eh, dal diritto delle donne islamiche di portare il velo a quello per gli zingari di lavare i vetri ai semafori; passando per le moschee gratis e il diritto di occupare il suolo pubblico per pregare.
D’altronde si sa, è così: tutto il resto è razzismo.