Logo Blogo

Tutti gli articoli con tag berlusconi

Quando lo scandalo è di casa

pubblicato da Guido

svendopoli case poliici romaIl mattone, si sa, per gli italiani è il bene rifugio per eccellenza. Sarà forse per questo che appartamenti e ville sono il filo comune che lega tanti scandali politici dell’ultimo ventennio? Risalgono a queste ore i casi del pidiellino Riccardo Conti e dell’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi: l’uno sospettato di aver speculato su un immobile di pregio acquistato per 26,5 milioni e rivenduto nel giro di poche ore per 45 milioni, l’altro reo, secondo le indagini, di aver stornato 13 milioni di rimborsi elettorali per comprarsi un appartamento a Roma e una villa a Genzano.

La predilezione per il mattone però è senz’altro bipartisan, e i casi di Lusi e Conti sono solo gli ultimi di una lunga lista. Vediamo i più famosi.

Affittopoli. È il 1995 quando Il Giornale di Vittorio Feltri solleva il coperchio sullo scandalo degli appartamenti affittati dagli enti previdenziali ai politici. Il più importante tra quelli investiti dallo scandalo è Massimo D’Alema: l’allora segretario del Pds occupava un appartamento di 146 mq a Porta Portese, pagando un equo canone di 1.060.000 lire. D’Alema lasciò l’appartamento, non senza uno strascico polemico con l’inviato di Striscia la notizia Stefano Salvi, con cui il futuro premier ebbe un violento alterco. E che la vicenda sia ancora oggi un tasto dolente per D’Alema lo dimostra il “vada a farsi fottere” rivolto al direttore del giornale Sallusti che nel 2010 durante una puntata di Ballarò gli rinfacciava la vicenda (qui il video su Youtube).

Continua a leggere: Quando lo scandalo è di casa

....
condividi 5 Commenti

Ore 12 - Partiti "mangiasoldi", stop al finanziamento pubblico!

pubblicato da Massimo Falcioni

altroIl caso del tesoriere della Margherita e attuale Senatore del Pd Luigi Lupi va ben al di là dei confini penali o giudiziari. Il nodo di fondo resta quello politico e attiene a cosa sono i partiti, chi sono i dirigenti, qual è la democrazia interna, qual è la selezione dei gruppi dirigenti a tutti i livelli.

Partiti come Forza Italia (Pdl), Lega, Idv sono di fatto di proprietà di una persona sola, una “azienda” dove il “padrone” fa e disfa come gli pare e piace. Altri partiti, Pd in testa, sono l’altra faccia della stessa medaglia.

E’ ovvio che Bersani non è Berlusconi e che non è il proprietario del Pd, come Rutelli non lo era della Margherita prima e oggi di Api. Ma quei partiti, apparentemente democratici perché fanno assemblee e congressi, di fatto sono in mano a soggetti (più o meno sempre gli stessi) che formano una ristretta oligarchia intoccabile. Anche quei partiti, apparentemente aperti, sono chiusi, addirittura blindati.

Dall’ultima sezione (o circolo) del piccolo comunello, la selezione del dirigente avviene sulla base di appartenenza a questo o quel gruppo di potere interno. Chi non ne fa parte o, peggio, contesta questo “regime” viene emarginato e a nessuno importa se il “contestatore” (magari bravo) sbatte la porta e se ne va. Dal basso fino ai vertici nazionali, questo è il sistema imperante che crea la casta politica e la partitocrazia. Le eccezioni confermano la regola.

Come fa Matteo Renzi a “rottamare” il Pd se lui stesso è il frutto di questa selezione fatta con lo stampino? Come lo è Luigi Lusi, un altro cooptato, “fidatissimo” di Francesco Rutelli le cui lacrime di coccodrillo rasentano oggi il ridicolo.

Non si vuol fare di tutt’un erba un fascio: nessun qualunquismo, ma questa è la realtà dei partiti, in mano a oligarchi o a oligarchie, chiusi in se stessi, antidemocratici, sciuponi e dilapidatori di montagne di soldi pubblici.

Che fare? I partiti sono fondamentali per la democrazia ma di fronte ai partiti che non cambiano e non vogliono cambiare non rimane che una strada: eliminare il finanziamento pubblico dei partiti. Per una volta siamo d’accordo con Maurizio Belpietro che scrive oggi su Libero: “ E’ sufficiente un decreto. La misura è più urgente ed efficace delle liberalizzazioni e dunque Napolitano non si potrebbe opporre”.

E’ l’unico modo per trasformare davvero questi partiti. E quindi l’Italia.

Le pagelle del martedì

pubblicato da Massimo Falcioni

Mario Monti: schiena dritta. Voto 6+ Era radioso ieri sera il presidente del Consiglio italiano al termine del Consiglio europeo. Non ne ha fatto mistero: “siamo molto contenti”, ha detto per la “fortissima traccia italiana” imposta all’intesa sulla crescita e l’occupazione. Eviteremo all’Italia di sbattere contro il muro”. Ok. Verso l’uscita dal tunnel?

Angelino Alfano: schiena piegata. Voto 5- Il segretario del Pdl fa autocritica: “Finora abbiamo sostenuto il governo con dei ’se’ e dei ‘ma’, è il momento di assumere una posizione più chiara e fare le nostre proposte”. Ma si prepara una manifestazione: “Vogliamo dimostrare che la gente è con Berlusconi e che molti vorrebbero il voto”. Double face.

....
condividi 3 Commenti

Perché Berlusconi resta dietro le quinte

pubblicato da Andrea Signorelli

berlusconi dov'è finito?

Il Pdl rivuole indietro un Silvio Berlusconi disposto a spendersi in prima linea per salvare le sorti del partito. A rompere il silenzio è stato il falco pidiellino Daniela Santanché: “Silvio torna a bordo perché nel Pdl c’è bisogno di Berlusconi, e di un Berlusconi che decida se questo bluff deve finire per tornare alla democrazia, oppure se dare la fiducia senza che nel partito si mugugni”. L’ex sottosegretario non è però isolata, il crollo del Pdl nei sondaggi dimostra, secondo i berlusconiani di ferro, che la scelta del Cavaliere di mantenere un basso profilo e di consegnare le chiavi del partito in mano al segretario Angelino Alfano non sta pagando.

Senza la figura del Cavaliere a fare da collante tra le diverse anime, nel partito continua a salire la tensione tra gli ex An e gli ex di Forza Italia, come dimostrato dalla lite tra La Russa e Cicchitto. Solo Berlusconi è in grado di tenere unito un partito che, a quanto pare, non è ancora cresciuto abbastanza da poter fare a meno del suo fondatore. Ed ecco che inizia a circolare la voce di una lista civica a nome Berlusconi che si affianchi, e faccia da stampella, al Pdl.

A richiedere a gran voce il ritorno da protagonista dell’ex premier sono soprattutto i deputati che vorrebbero staccare la spina immediatamente al governo Monti per andare alle elezioni. Una scelta drastica che Berlusconi, come ha ribadito più volte, non ha al momento intenzione di fare. Troppe le incognite ancora in ballo: il processo Mills e il “beauty contest” sulle frequenze tv, questione decisiva per Mediaset. Berlusconi ha bisogno di tenere unito il partito per poter fare sentire la sua voce al Governo. L’unico modo, secondo il Cavaliere, di salvare la sua azienda ed evitare una condanna. Far cadere Monti vorrebbe dire invece correre il rischio di perdere le elezioni e non avere più nessuna voce in capitolo.

Continua a leggere: Perché Berlusconi resta dietro le quinte

....
condividi 8 Commenti

Le pagelle del lunedì

pubblicato da Massimo Falcioni

Roberto Maroni: bobi. Voto 4 L’ex ministro leghista degli Interni attacca Monti: “Governo ipercentralista. Noi Padani abbiamo ricevuto solo due dita negli occhi”. Il Senatur gli detta la “scaletta”. Corretta (alla grappa) dal Trota.

Roberto Calderoli: bobbi. Voto 3 L’ex ministro leghista ce l’ha con il capo dello Stato che bocciò i decreti di Berlusconi e ha firmato senza battere ciglio quelli di Monti: “Due pesi e due misure”. Ideologia del “Porcellum”.

....
condividi 1 Commenti

Elettori contro la casta: astensioni al 45%! Ecco perché i partiti temono le urne

pubblicato da Massimo Falcioni

Non è poi così difficile comprendere oggi l’indecisione tattica e strategica di leader politici come Berlusconi e Bersani o le forzature, non solo nel linguaggio, di Bossi e Di Pietro. I partiti sono in “apnea”, rischiano (come – per altri motivi ben noti - accadde alla fine della prima Repubblica a Dc, Psi, Pci ecc.) l’estinzione e assistono impotenti alla fase di passaggio del governo Monti: non vanno oltre il mugugno e goffi tentativi di smarcamento nei confronti del governo dei “professori”.

Chi spinge al voto non capisce che oggi le urne per i partiti (tutti) sarebbero il colpo di spugna finale. Leggere oggi i sondaggi sulle percentuali di Pdl, Pd, Terzo polo, Lega, Idv, ecc. è un esercizio inutile, anzi, fuorviante e pericoloso per chi non considera la realtà elettorale nel suo complesso. Quale? Quella degli indecisi, di chi si astiene, di chi non va alle urne.

Scrive oggi Federico Fornaro sul Riformista: “Alcune ricerche demoscopiche realizzate di recente, infatti, stimano l’area potenziale del non voto significativamente sopra il 40%; un livello che rischia di rendere quasi inservibili i dati sulle performance dei singoli partiti e degli schieramenti, oltre a essere un inequivocabile segnale di disaffezione assai pericolosa per la stessa democrazia”.

Secondo l’Ipsos (per Ballarò) - alla data del 10 gennaio 2012 - la quota di astenuti/indecisi era arrivata al 45%.
Ma c’è di più. A differenza del passato quando gli indecisi erano davvero “indecisi” e chi snobbava le urne lo faceva perché lontano dalla politica, oggi chi dice di non votare lo fa come “scelta politica”, un modo meditato per dimostrare il totale dissenso contro questi partiti e contro questa casta politica e istituzionale: il no alle urne come una dichiarata punizione.

Il clima da anticasta nel 1994 produsse il ko della gioiosa macchina da guerra di Occhetto (che si basò sui sondaggi riferiti ai singoli partiti senza considerare l’area astensionista) e la (vittoriosa) discesa in campo di Berlusconi con la inedita Forza Italia.

Sarà un caso che oggi uno come Luca Cordero di Montezemolo sta scaldando i motori? O che le Gerarchie stiano tirando le fila per rimettere in campo una nuova “Balena Bianca”? Per gli attuali partiti, specie il Pd e la sinistra, il governo Monti invece di presentarsi come una opportunità, potrebbe tradursi in un definitivo ko. Cosa aspettano a capirlo? O questi partiti si rifondano, o periscono.

....
condividi 9 Commenti

Bossi insiste, fuori Formigoni dentro Maroni. E Berlusconi ...

pubblicato da il passator cortese

E comunque Umberto Bossi, che continua a “provocare” Berlusconi, un’idea ce l’ha. A parte il solito linguaggio “ruvido”, il capo del Carroccio lancia bombe per confondere gli avversari interni ed esterni.

Il vero obiettivo del Senatur è quello di mantenere il pieno potere della Lega. Non può accettare uno scontro aperto con Maroni, ragion per cui cerca di trovare per “Bobo” una collocazione prestigiosa istituzionale in modo da spuntargli gli artigli nella lotta per la leadership del Carroccio.

Da qui la sparata contro Formigoni, un vero e proprio ultimatum per aprire una crisi pilotata, giungere alle elezioni anticipate in primavera e sostituire l’attuale Governatore con Maroni.

Formigoni mostra sicurezza: “Non succederà niente. La Lega non commetterà l’errore esiziale per se stessa di uscire da un governo regionale che sta funzionando bene da 12 anni, che i cittadini hanno riconfermato più volte alla guida della Lombardia. Se si rompe un’alleanza come questa è difficile ricomporla in 15 giorni”.

Nel piano di Bossi Berlusconi perderebbe un pezzo importante ma recupererebbe il Senatur come alleato nelle politiche del 2013 o, se servisse, nella primavera 2012. Fantapolitica? Con Bossi in campo, mai dire mai. E con Berlusconi … fuori campo, peggio ancora.

....
condividi 1 Commenti

Monti o le urne? Il dilemma del Pdl

pubblicato da Andrea Signorelli

monti belrusconi

Tira una brutta aria in casa Pdl. I sondaggi continuano a scendere, l’ultimo lo attesta a circa il 22%, e il malumore serpeggia tra i dirigenti, in primis tra gli ex An: “Non appoggeremo questo governo per sempre”, sono le ultime dichiarazioni dell’ex ministro La Russa. A un quadro già non idialliaco si è aggiunto pure Umberto Bossi, che ha preso a minacciare quotidianamente di far saltare il governo della Lombardia se Berlusconi non farà saltare quello di Monti: “Tutto il paese vuole strozzare Monti mentre Berlusconi ha paura di mandarlo via. Non so di cosa ha paura, è una mezza cartuccia” è l’ultima di una serie di dichiarazioni del Senatur rivolte all’ex alleato di ferro.

Ma Berlusconi non è ancora pronto a scaricare Monti, continua a prendere tempo sostenendolo in aula e criticandolo ai microfoni dei giornalisti. Come scrive Alessandro De Angelis sul Riformista, la tattica del Cavaliere ha lo scopo di “non decidere” ancora per due settimane: il tempo necessario perché si tengano i vertici europei e, soprattutto, arrivi la sentenza del processo Mills. Dopo si deciderà, ma ancora non si sa quale sarà l’esito. Il Pdl si trova stretto in una situazione in cui i sondaggi continuano a calare a causa dell’appoggio a Monti, ma “staccare la spina” a Monti vorrebbe dire andare alle elezioni in una condizione di oggettiva debolezza. Il berlusconiano doc Osvaldo Napoli vede una terza via: “Dobbiamo fare capire al nostro elettorato le ragioni di una scelta fatta nell’esclusivo interesse del paese. Se oggi facessimo cadere il governo verremmo accusati di aver mandato il paese allo sfascio. Dobbiamo valutare due opzioni: è meglio pregiudicare le sorti nazionali o spiegare ai nostri elettori perché facciamo parte della maggioranza? Penso la seconda…”. Una posizione con cui sicuramente concorda anche il Cavaliere.

Ci potrebbero essere altre alternative, come scrive Il Giornale: continuare a sostenere l’esecutivo, ma pretendendo di entrare nel governo, oppure passare all’opposizione per avere le mani libere in attesa delle elezioni. Nel primo caso l’obiettivo è riuscire ad avere più influenze nelle decisioni del governo, senza trovarsi a votare provvedimenti blindati, nel secondo caso è prepararsi alle urne. Ma bisognebbe fare i conti con una possibile fuga di circa una quarantina di deputati, che Casini non vede l’ora di accogliere.

Continua a leggere: Monti o le urne? Il dilemma del Pdl

....
condividi 2 Commenti

Pdl in "picchiata". Santanchè: "Senza la Lega, il 15% è un miracolo!"

pubblicato da il passator cortese

Tira una brutta aria fra la Lega e il Pdl. Il neo capogruppo del Carroccio alla Camera Gian Paolo Dozzo picchia duro su Affaritaliani.it: “Alle amministrative la Lega andrà da sola. L’alleanza con Berlusconi è finita”. Chissà. Mai dire mai.

La minaccia di Bossi di fare saltare Formigoni potrebbe spingere il governatore ciellino a un rimpasto per offrire ancora più potere al partito del Senatur. Tutto sta a vedere se gli ultimatum di Bossi sono tattici o strategici, se cioè le minacce servono per portare a casa più poltrone o se invece si ritiene oramai il Pdl una zavorra incancrenita da lasciare al suo destino.

Nell’ultima riunione (a porte chiuse) dei vertici del Pdl lombardo con molti big nazionali aleggiava il clima della disfatta annunciata, con dirigenti che in poche settimane sono passati dall’euforia sbracata dei bei tempi del Cavaliere a Palazzo Chigi alle attuali facce “da morto”.

Il Pdl precipita nei sondaggi nazionali: è oggi dato al 23%, una debacle che non accenna a fermarsi. E’ per questo che nel meeting di Milano di cui sopra, l’arroganza e la sicumera di molti esponenti del partito del Cavaliere si è trasformata in insicurezza e forte preoccupazione di aver imboccato un vicolo cieco.

L’appuntamento delle amministrative di maggio fa accapponare la pelle, tanto che Daniela Santanchè lancia l’allarme e sbotta: “Non possiamo continuare così, senza la Lega se arriviamo al 15% è un miracolo”. Addirittura Lombardia e Veneto rischiano di più: se non si chiudono accordi con il Carroccio al primo turno, il pericolo che il Pdl non raggiunga il ballottaggio è davvero reale.

Tutti si appellano a Berlusconi. Ma il Cavaliere non batte ciglio. Per ora. Pdl nel classico “cul de sac”?

....
condividi 3 Commenti

Ore 12 - E il PD di Pier Luigi Bersani?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroUno che se ne intende, Alfredo Reichlin, scrive oggi su l’Unità che “Il Pd deve reagire” e che quello del Pd “Non è un problema organizzativo”. Giusto.

Ma come fa l’ex dirigente del Pci a “esaltare” l’ultima Conferenza nazionale del Pd, il massimo organismo del partito composto da 1000 persone, a Roma in un momento cruciale con 100 presenti? Non è un problema organizzativo ma politico, appunto.

Il partito di Bersani non sa dove andare e con chi stare: è spiazzato, chiuso in se stesso, con la base delusa e i suoi dirigenti (poche le eccezioni) che pensano come e dove mettere il proprio deretano con le scadenze elettorali che battono alle porte. Non è (anche) questa la dimostrazione che, tant’è ne dica il colto e austero Reichlin, il Pd è più o meno della stessa (cattiva) pasta degli altri partiti?

Non è anche colpa del Pd se c’è un Parlamento così screditato, se c’è oramai un abisso fra i cittadini e la politica, se la credibilità dei partiti (tutti) è quasi pari a zero? Berlusconi ha le sue (gravi) colpe ma non può essere il capro espiatorio di tutti i mali della politica.

Qual è in queste ore il ruolo del Partito democratico di fronte alle serrate degli autotrasportatori e dei tassisti? Dove sono fisicamente i dirigenti del partito di Bersani? Sempre altrove, sempre lontani dai nodi reali. Come i dirigenti del Pd recuperano il senso della solidarietà sociale tra classi, ceti e categorie e territorio per evitare la disgregazione e il caos?

Bersani e compagni, si dirà, hanno cose più “alte” cui pensare. Bene. A Monti e alle riforme del suo governo “tecnico”? Ma si può continuare con il gioco delle tre carte, dicendo che quella di Monti “Non è la nostra agenda”, che “Noi non siamo questa cosa qui”?

Qual è allora l’agenda del Pd? Cos’è oggi il Pd? L’impressione è che Bersani, con un piede su due staffe, sia ostaggio delle correnti interne, che comandi una “armata Brancaleone”, dove ognuno fa e dice ciò che vuole. Aspettando Godot. O Berlusconi?

....
condividi 2 Commenti