
La situazione politica italiana è ingarbugliata ma allo stesso tempo chiara. C’è un serio governo tecnico che fa politica (pensa all’Italia ma non agli italiani) nel perdurante marasma dei partiti, o totalmente assenti, o esclusivamente ripiegati su se stessi.
Il prestigiatore Berlusconi, con il Pdl in picchiata nei sondaggi, gioca ancora sul cambio del nome e dell’inno del suo partito padronale, in cerca di improbabili quanto assurde rivincite. Il serioso Bersani, con il Pd sempre in mezzo al guado e con le primarie ridotte a clava per la infinita resa dei conti interna (Letta e Veltroni hanno di fatto aperto la crisi nel partito).
Il furbetto Casini, con l’annuncio mai mantenuto di chiudere l’Udc per fare non si sa che cosa, comunque non il tanto strombazzato Terzo Polo. L’attento Vendola, con Sel sempre pronto a inserirsi nei guai del Pd per rubargli consenso e voti, ma senza proposte credibili. I guastafeste Bossi e Di Pietro, con Lega e Idv a coltivare i rispettivi orticelli nella logica del tanto peggio tanto meglio.
In questo quadro si accentua il solco fra cittadini e politica e, ultime rilevazioni di Ipr Marketing per Repubblica, cresce fra la gente la voglia di un nuovo partito “tecnico”, dato già al 22%. Di fatto, l’Italia è senza guida. Regge grazie all’autorità del Presidente Napolitano e respira grazie alla credibilità internazionale del premier Monti. Dov’è la politica? Dove sono i partiti? Cos’è oggi la politica? Cosa sono oggi i partiti?
Risponde Emanuele Macaluso sul Riformista: “Oggi non ci sono più partiti, né a destra né a sinistra né al centro. Ci sono aggregati politico-elettorali, incentrati su una persona o su gruppi di potere, o su un “insieme” di forze, gruppi e persone senza una base politica-culturale comune, come il Pd. Questi partiti-non partiti, nel Sud, (e quasi in tutta Italia ndr) agiscono come fattori agevolanti dei processi di disgregazione e di corruzione sociale e politica. Cioè, sono fattori che assolvono un ruolo rovesciato rispetto al passato”.
Già. Abbiamo toccato il fondo? E chi lo sa?

Un’ora di riunione ieri a Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi e i vertici del Pdl per sciogliere i nodi sulle amministrative. Risultato: poco o nulla. Il partito del Cavaliere resta incagliato tra la campagna elettorale ancora da preparare, le alleanze strette tra i no della Lega e del Terzo Polo e gli scandali delle tessere fantasma. Solitamente quando Forza Italia prima e il Pdl poi si trovavano in queste situazioni ostiche ci pensava il capo indiscusso a rimettere tutto in ordine, mettendoci i soldi e la faccia. Ma non sarà così questa volta, come spiega Salvatore Dama su Libero.
Eccoci arrivati al tema del riunione che si è celebrata ieri, a Palazzo Grazioli, con l’ex premier, il segretario Angelino Alfano, il tesoriere Rocco Crimi, i coordinatori, i capigruppo e i vice capigruppo del Pdl in Parlamento. Silvio ha messo i suoi uomini di fronte a due realtà. Nota, la prima: il ruolo più sfumato del Cavaliere nel partito e la sua intenzione di non voler fare campagna elettorale in prima persona. Intuibile, la seconda: c’è la crisi e anche l’uomo più ricco d’Italia deve tirare la cinghia. «Guardate», Silvio ha scherzato con i suoi ospiti indicando il centrotavola, «quelli sono fiori finti: non ho neanche più i soldi per comprare quelli veri».
Il Cavaliere non è più intenzionato a stare in prima linea, e non è un caso che per la prima volta nella sua storia il Pdl faccia così fatica a cucire accordi elettorali: a Verona la Lega vuole andare da sola, a Palermo Alfano non riesce a imporre la sua autorevolezza e a trovare un accordo per unirsi al Terzo Polo. E le cose non vanno meglio a Genova, dove la sinistra candida il vincitore delle primarie Marco Doria e il Terzo Polo Enrico Musso. E il Pdl? Ancora non si sa. A questa situazione caotica si aggiungono i tanti comuni in cui il partito di Berlusconi rischia di trovarsi da maggioranza a opposizione: Lecce, La Spezia, Catanzaro, ma anche comuni insospettabili come Como, Legnano, Monza, in cui la rottura con la Lega si paga a carissimo prezzo.
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C’è un … “vademecum” del PSI sui “barbari” della Lega Nord che vale la pena di conoscere. I socialisti, come precisa il segretario Riccardo Nencini, sono “antitetici al secessionismo leghista. Ma il pamphlet spazia a 360° e boccia senza appello il partito di Umberto Bossi, i “barbari” che assediano l’Italia.
Dal libro del Psi, “Barbari”, riportiamo alcuni punti. 1) nell’articolo 1 dello statuto della Lega si legge che “la finalità è il conseguimento dell’indipendenza della Padania”. Nel 2012 questo obiettivo non è realizzato; 2) la Lega ha uno statuto, ma la realtà è che “la Lega Nord è un partito privo di democrazia interna, non svolge congressi ed è in netta contraddizione con l’articolo 49 della Costituzione. Il figlio del fondatore è consigliere regionale lombardo, la scuola della moglie del fondatore è finanziata con denaro dello Stato”; 3) la Lega dice di essere contraria al cumulo degli incarichi: “25 deputati e 14 senatori leghisti hanno il doppio incarico”;
4) la Lega dice di essere fuori dai giochi di potere: “Non meno di 18 esponenti leghisti - si legge nel libro del Psi - sono componenti di enti o banche di interesse nazionale, dalla Rai a Fincantieri”; 5) la Lega dice di essere anti tasse: “Dal 1994 al 2009 la pressione fiscale è aumentata dal 40,3% al 43,2%”; 6) la Lega dice di essere diversa dal Pdl: “Negli ultimi 15 anni la Lega ha votato 37 leggi ad personam”. 7) la Lega ha le mani pulite. “A Vicenza, Verona, Varese, Pavia, Trieste i leghisti sono indagati per vari reati. A Roma l’ex ministro Castelli è stato condannato dalla Corte dei Conti a rimborsare 33mila euro”; 8) la Lega tutela i piccoli risparmiatori. “Il flop della Banca Credieuronord, fondata dalla Lega nel 1998 - si legge nel libro - ha avuto un costo di 20 milioni di euro ed ha coinvolto 3500 soci, che avevano acquistato azioni a 25 euro poi scese ad un valore di 4 euro”;
Continua a leggere: Ore 12 - "Barbari", pamphlet del PSI schianta la Lega di Bossi
Pier Luigi Bersani: bandierina. Voto 6-. Il leader del Pd: “Il governo ascolti di più la gente”. E sull’art. 18: “L’esecutivo non deve auspicare, ma lavorare per l’accordo”. E sulla Rai: “Ho rifiutato il patto offerto da Berlusconi. I partiti fuori dal Cda”. Bene, quando si passa dalle parole ai fatti?
Umberto Bossi: banderuola. Voto 4-. Per il leader della Lega, Berlusconi salvato per ragioni politiche: “Pensavo fosse condannato, ma i suoi voti contano. Il processo l’ha superato a gonfie vele, i giudici non sono ciechi e sordi, vivono anche loro il momento politico”. Vecchio scarpone.
Gli opposti, si sa, sono destinati a incontrarsi. Specie in politica. Fino a poche settimane fa Pdl e Pd si sparavano addosso mentre oggi, pur continuando a guardarsi in cagnesco, votano e sostengono, al pari dell’Udc, il governo Monti.
Questo accade fra i partiti di “maggioranza” in un quadro in movimento anche fra i partiti di opposizione come Lega e Idv. Bossi e Di Pietro sono l’uno opposto dell’altro, ma hanno in comune il fiuto del “contadino”, capaci di fare fruttare un chicco di grano e rivenderlo a peso d’oro.
Il Senatur è andato letteralmente a nozze con il Cavaliere, mollandolo solo quando la dote ricevuta (soldi, governo, media) non controbilanciava più i rischi di una convivenza sempre più sterile e pericolosa anche sul piano elettorale. L’ex Pm, moderato di destra intruppato nella foto di Vasto, è, finito Berlusconi, un pesce fuori dall’acqua.
Entrambi reggono bene la parte del “cane sciolto” che abbaia contro chiunque non gli porta un pezzo di pane (con il companatico). Orbene, il leader del carroccio e quello dell’Idv, pur soffiando entrambi sul fuoco del “tanto peggio tanto meglio” sono sempre più in mezzo al guado e rischiano, specie se Monti riuscirà a sfangarla, di rimanere come … don Falcuccio: nudo e crudo.
La svolta, se confermata una vera rivoluzione, è nell’aria, con tanto di trattative da “carbonari”: Lega Nord e Italia dei Valori insieme alle prossime elezioni politiche. Fantapolitica? Forse.
Ai due “superman” non mancano punti comuni: no a Monti, no a Berlusconi, no a Bersani, no a Casini, no a Napolitano, no all’Italia unita e indivisibile, no alla sinistra, no alla corruzione, no ai partiti democratici.
Alle prossime amministrative la Lega correrà da sola. E forse anche l’Idv. Poi, passato il polverone di maggio, si tratta. Il Senatur pone un unico paletto: l’accettazione del federalismo. Per uno come l’ex Pm, quisquiglie. Se son rose …

“Il processo Mills è uno dei tanti che si sono inventati a mio riguardo. Più di cento procedimenti, più di novecento magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, 2600 udienze in quattordici anni. Dei record impressionanti, record di tutto il sistema solare“. Alla vigilia della sentenza sul processo Mills, il Cavaliere diffonde la sua versione dei fatti, secondo cui, tra le altre cose, il processo sarebbe già dovuto cadere in prescrizione: “Il processo sarebbe caduto in prescrizione tre anni fa, se nel febbraio 2008 la procura di Milano non si fosse inventata la stupefacente tesi che il reato di presunta corruzione non si perfeziona nel momento in cui il corrotto riceve i soldi dal corruttore, ma nel momento in cui comincia a spenderli. Cioè due anni dopo, proprio in tempo per far scattare in avanti i termini della prescrizione”.
E sarebbe proprio questo fatto a dimostrare, secondo il Cavaliere e il suo portavoce Bonaiuti, come quella che domani sarà pronunciata dal Tribunale di Milano sia una “sentenza annunciata”. L’avvocato Mills, continua il Cavaliere “era uno dei tantissimi avvocati di cui all’estero si era servito occasionalmente il gruppo Fininvest. Io non ricordo di averlo mai conosciuto”. Ma in che modo Mills avrebbe allora ricevuto quei 600mila dollari per cui è accusato di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza? Lo spiega sempre Berlusconi, come riportato dal Sole 24 Ore.
«L’avvocato Mills - sostiene Berlusconi - era l’avvocato di un armatore italiano residente in un Paese africano. Dai conti di tale armatore, oltre a trattenersi il denaro corrispondente a parcelle emesse, si era trattenuto anche 600.000 dollari quale ulteriore compenso professionale. Per non pagare l`imposta del 50% al fisco inglese e per non dover dividere la restante somma con i suoi soci di studio, Mills si inventò la storia che quei seicentomila dollari non erano frutto di una attività professionale, ma di una donazione esente da tasse. Gli venne in mente il nome di un dirigente Fininvest e si inventò che quei soldi erano una donazione di Bernasconi. Perché proprio di Bernasconi? Perché nel frattempo era morto. E perché Bernasconi gli avrebbe dato quei soldi? Per riconoscenza, perché Mills, due anni prima della pretesa donazione, sarebbe stato attento, rendendo due testimonianze processuali in Italia, a non penalizzare il gruppo Fininvest e Silvio Berlusconi».
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“Il Pdl, “unico partito italiano, ha un regolamento a prova di furbi e scorretti. Nessuna iscrizione non regolare puo’ influire minimamente sul voto”.
Le parole di Ignazio La Russa (riportate da Daw) fanno riflettere. Non tanto per le vicende congressuali del Pdl (qui un articolo del nostro Massimo sulla vicenda), ma perchè basta fare una breve ricerca negli archivi di Polisblog per capire che sicuramente il Pdl ha un regolamento di ferro ma che, a volte, qualcosa può sfuggire di mano, e la qualità del personale politico può leggermente abbassarsi.
Fermo restando che tutti sono innocenti fino a sentenza passata in giudicato, forse bisognerebbe riflettere sulle vicende che hanno visto coinvolto Giuseppe Scopelliti (leggete qui per saperne di più), Marcello Dell’Utri e Denis Verdini (qui e qui due articoli sulla vicenda P3, qui un articolo sulla condanna di Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa).
Allargando il campo, bisognerebbe riflettere su politici come Nicole Minetti, Daniela Santanchè, Giorgio Stracquadanio (qui e qui due pezzi sul politico del Pdl). Per non parlare di Lui, del Capo indiscusso, del Presidente.

Tutti i big del Pdl, da La Russa a Bondi, da Cicchitto a Gasparri, e ovviamente Angelino Alfano, s’incontreranno con Silvio Berlusconi questa sera a Villa Gernetto per affrontare i tanti problemi che stanno colpendo il partito: l’alleanza con la Lega, il caso delle tessere fasulle, dei congressi flop, le mire espansionistiche di Casini e soprattutto il caos che c’è attorno alle elezioni amministrative di questa primavera. Il Cavaliere sa che c’è il forte rischio che le amministrative si risolvano in un fallimento totale, non solo perché il partito va male nei sondaggi, ma anche per le difficoltà dei dirigenti locali nell’individuare personalità forti da presentare a Genova, Palermo e Verona. Una situazione in cui il Pdl si trova anche a causa delle lotte intestine e dei regolamenti di conti che lo stanno attraversando. Ecco quindi qual è la tentazione del Cavaliere, come scrive Il Fatto quotidiano:
Cancellare il Pdl e presentarsi alle prossime amministrative con delle liste civiche, tentando così di avvicinare anche l’Udc e l’elettorato moderato. Ed evitare soprattutto il paragone con i risultati delle ultime elezioni: i sondaggi più recenti, infatti, danno il partito di Arcore intorno al 20%. Silvio Berlusconi sa che al voto di primavera ci sarà un bagno di sangue ovunque, da Palermo a Verona. Così ha intenzione di far sparire il Pdl e archiviarlo. Poi, al congresso nazionale che si svolgerà presumibilmente in autunno, prenderà vita un nuovo partito come il Cavaliere vuole da tempo.
Se la Lega ha ribadito con Calderoli che “l’alleanza con Berlusconi è morta e sepolta”, e se il Terzo Polo sta individuando candidati forti in tutte le maggiori città per correre da solo (soprattutto a Palermo, Lecce e Genova), al Pdl non resta che tentare una soluzione estrema: cancellare momentaneamente il partito, presentare liste civiche con cui proporre, o appoggiare, candidati della società civile, e sfruttare questo momento di transizione per preparare il congresso in cui verrà lanciato il nuovo movimento, come conferma il governatore lombardo Formigoni: “Durante il congresso molte cose cambieranno, e cambierà anche il nome. Non è che quello di adesso sia brutto, ma di certo non è evocativo come Forza Italia e la gente fa fatica a ricordarlo”.
Continua a leggere: La tentazione di Berlusconi: niente Pdl alle amministrative
Gli “evviva” alle intese raggiunte sulle riforme istituzionali (?!) dai tre segretari della “maggioranza” che sostiene Monti si sono subito sgonfiati. Quando questi partiti non rubano o non litigano, fingono.
Bersani, Alfano, Casini si sono limitati a seguire le forti pulsioni “anticasta” offrendo agli elettori sempre più lontani (oggi quasi il 50% fra astenuti certi e astenuti potenziali) il “contentino” di nuovi regolamenti delle Camere e della riduzione del numero dei parlamentari. Tutto qui, una presa in giro.
Ancora una volta si comincia dalla coda e non dalla testa. Perché, ad esempio, non eliminano, o almeno riducono, gli scandalosi rimborsi elettorali, montagne di soldi “rubati” a tutti gli italiani, utilizzati e investiti non si sa come e non si sa dove?
Fra poco più di due mesi è in programma una importante scadenza elettorale, anticipatrice delle successive e decisive elezioni politiche del 2013, per non parlare della scadenza del Colle. Nelle ultime settimane i partiti (Pdl, PD, Udc) si sono limitati a succhiare la ruota di Monti e del suo governo, in un doppio gioco paradossale: “sì” alle Camere, “ni” e “no” nel Paese.
Al Pdl è costato la rottura dell’alleanza con la Lega, nuovi steccati con gli ex An, congressi taroccati. Al Pd fibrillazioni e terremoti (primarie), di cui l’impennata di Veltroni di ieri apre nuovi e sconcertanti scenari. L’Udc cerca di infilarsi nel gioco, annunciando il proprio karakiri, per sparigliare le carte puntando a un nuovo “soggetto” trasversale moderato, facile solo sulla carta.
Berlusconi, Bersani, Casini, pur diversi fra loro e con responsabilità diverse rispetto alla situazione, sanno bene di non avere nessuna carta in regola per presentarsi agli elettori senza esserne puniti. Berlusconi non ci metterà la faccia. Bersani e Casini tentennano.
Da qui, la “trovata” delle liste civiche formate dai pochi esponenti presentabili sul territorio in modo da uscirne con le ossa rotte ma vivi, in attesa di tempi migliori. Insomma, un’altra presa per i fondelli: cambiare simboli e contenitori lasciando dentro lo stesso prodotto scaduto. C’è il rischio di intossicazione.
Per gli italiani c’è una alternativa al detto: “O mangi questa minestra o salti da questa finestra?”.
Altre volte, troppe volte, Pier Ferdinando Casini ha promesso di chiudere il proprio partito per fondarne un altro.
Per opportunità politica, di fatto per (legittime) ragioni di bottega, all’ultimo momento Pierferdy ha sempre preferito tenersi quello che aveva cercando di trovare uno spazio di sopravvivenza fra i due poli.
Stavolta il leader centrista, vista la crisi del criticato bipolarismo e il ko dell’odiato Berlusconi, annuncia il salto del fosso: dopo le amministrative di maggio basta Udc (partito sempre attorno al 5%), basta Terzo Polo (per altro mai nato), ok alla nascita di un “nuovo contenitore” per una “nuova stagione politica”, da presentare alle politiche del 2013.
Di fatto Casini, main sponsor di Monti e del governo dei prof, suona i tre squilli di tromba a Pdl e Pd: un vero e proprio canto delle sirene per i centristi (molto) delusi del Cavaliere e per i popolari (molto) delusi del partito di Bersani.
Alfano e Bersani mandano giù il rospo, ma già rullano i tamburi e s’ode il trambusto di chi si prepara a fare le valige, pronti a traslocare. Tralasciando Rutelli, tramortito dall’affaire Lusi, il colpo basso l’ha ricevuto Gian Franco Fini. Il leader di Fli rischia di rimanere stritolato, così come già accadde nel Pdl, con la nascita della nuova creatura di matrice moderata, una DC riverniciata, da XXI secolo.
Se il governo Monti prosegue aumentando il consenso e se Pdl e Pd alle amministrative perdono voti, il gioco è fatto. Sarà Casini a guidare la nuova partita del nuovo campionato della terza Repubblica. A Palazzo Chigi o sul Colle: la distanza è breve.